Con la Belt and Road Initiative (BRI), Pechino ha consolidato l’interesse sul Corridoio Economico Cina-Myanmar (CMEC), trasformando il porto di Kyaukpyu in una backdoor strategica verso l’Oceano Indiano. Il Myanmar non è solo un ponte verso snodi portuali vitali, ma funge anche da corridoio naturale per ridurre la dipendenza cinese dallo Stretto di Malacca. Mentre Pechino celebra l’amicizia “Pauk-Phaw” (fratelli), il CMEC rischia di diventare una nuova trappola del debito, con l’aggravante di una sferzante guerra civile. Dietro le promesse di sviluppo, Kyaukpyu è lo specchio delle ambizioni e dei rischi della Cina nell’Indo-Pacifico.
Storia delle relazioni economiche tra Cina e Myanmar
Fino agli anni ’90, la Cina non era il principale partner economico del Myanmar. Secondo l’Economist Intelligence Unit, negli anni ’80 il Giappone rappresentava la principale fonte delle importazioni birmane, mentre gli Stati del Sud-Est asiatico (Singapore, Thailandia, India) assorbivano il 32% degli scambi totali contro un 17% cinese. L’influenza commerciale cinese si concentrò inizialmente nell’Alta Birmania e nelle aree di confine con la provincia cinese dello Yunnan. Nei primi anni ’90 gli scambi erano fortemente squilibrati: la Cina esportava beni di consumo a basso costo, mentre il Myanmar forniva materie prime a scarso valore aggiunto, senza un trasferimento tecnologico alle industrie locali, poco competitive (Figura 1).

Nel 1988 la Birmania assistette a un’importante svolta geopolitica. Il congelamento delle relazioni economiche occidentali, a seguito della repressione violenta del movimento democratico perpetrata dalla giunta militare birmana (SLORC), offrì alla Cina l’opportunità di diventare il principale finanziatore del Myanmar. Dal 1989, Pechino fornì armi, addestramento militare e avviò progetti infrastrutturali strategici. Le importazioni birmane dalla Cina passarono dal 9% (1988) al 33% (1995) del totale, consolidando un rapporto asimmetrico. Lo Yunnan, grazie a una base industriale relativamente solida, divenne il motore dei rapporti commerciali con il Myanmar. Il volume commerciale tra le due regioni passò da 15 milioni (1980) a 400 milioni di dollari (1995), favorito dalle zone economiche speciali (SEZ) di Ruili e Wanding (istituite nel 1992). Sotto l’egida della Banca Asiatica di Sviluppo (ADB), nel 1993 fu lanciata l’iniziativa “Economic Quadrangle” (Yunnan, Alta Birmania, Thailandia e Laos), destinato a potenziare l’integrazione economica degli Stati lungo il bacino del Mekong (Greater Mekong Subregion Program). Tuttavia, l’arretratezza industriale birmana avrebbe rischiato di cristallizzare il Myanmar nel ruolo di fornitore di risorse, aggravando la dipendenza dalla Cina. Nel 1997, il progetto cinese del corridoio Kunming-Rangoon, volto a collegare la Cina all’Oceano Indiano, naufragò per resistenze birmane.
Perché il Myanmar è importante nella strategia cinese?
Con 2.000 chilometri di costa sul Golfo del Bengala e a soli 250 chilometri in linea d’aria dallo Stretto di Malacca (misurati tra Kawthaung, Myanmar meridionale, e Phuket, Thailandia), il Paese rappresenta una via di fuga dal “dilemma di Malacca”. L’importanza del Myanmar non è una scoperta recente. I britannici lo controllarono fino al 1948 come ponte tra India e Sud-Est asiatico; mentre il Giappone lo invase nel 1942 per tagliare i rifornimenti agli Alleati in Cina (Strada della Birmania). Oggi, Pechino persegue obiettivi simili, ma con strumenti economici: il Corridoio Economico Cina-Myanmar (CMEC), che collega lo Yunnanal porto diKyaukphyu, offre alla Cina una via terrestre alternativa per ridurre i rischi per i rifornimenti energetici e accorciare le rotte Cina-Europa (figura 2), parallelamente al Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC). Sebbene porti come Kyaukphyu, Hambantota (Sri Lanka) e Gwadar (Pakistan) siano stati descritti come elementi di una “String of Pearls” militare, questa lettura è oggi ridimensionata ma non priva di attenzioni: in primo luogo, convertire tali porti in basi navali richiederebbe miliardi dollari di investimenti per garantirne l’operabilità in tempo di guerra e la protezione da attacchi di precisione.

In secondo luogo, Pechino insiste sul carattere prettamente commerciale dei progetti, inquadrandoli nella Via della Seta Marittima (MSRI), focalizzata sull’implementazione di catene logistiche integrate e legata a operazioni di accesso per la sua marina a basi non permanenti, come dimostrato a Sittwe (Myanmar) nel 2017, quando la marina cinese condusse esercitazioni usando il porto. In Myanmar, la strategia di Pechino, dunque, si traduce nella realizzazione di infrastrutture dual-use e sul sostegno al regime birmano (post 1988) in cambio di privilegi economici, alimentando al contempo timori regionali di espansione nell’Indo-Pacifico.
Kyaukpyu: il cuore strategico del Corridoio Economico Cina-Myanmar
Affacciata sul Golfo del Bengala, Kyaukpyu è il perno del Corridoio Economico Cina-Myanmar (CMEC). Dal 2015, il consorzio cinese CITIC guida due progetti: un porto in acque profonde (7,3 miliardi di dollari) e una zona economica speciale (ZES) di accompagnamento (2,7 miliardi di dollari), che gestirà con una concessione per 50 anni (rinnovabili a 25). I piani cinesi risalgono al Memorandum di Intesa (MOU) del 2009. Tuttavia, le proteste popolari contro la diga di Myitsone (2011) e la miniera di Letpadaung (2012) ne ritardarono l’avvio. Solo nel 2018, dopo aver ridotto la sua quota dall’85% al 70%, la CITIC è riuscita a far ripartire i lavori, ottenendo il via libera al protocollo d’intesa definitivo per il CMEC durante un incontro di stato tra Suu Kyi e il presidente cinese Xi Jinping. Con la CMEC, Kyaukpyu è divenuta il capolinea di un gasdotto di 800 chilometri e da 1,5 miliardi di dollari che collega Kunming, capitale della provincia dello Yunnan, nel sud-ovest della Cina, con tre centri economici in Myanmar: Mandalay, Yangon New City e Kyaukpyu Special Economic Zone (SEZ). Costruito tra il 2010 e il 2013 dalla China National Petroleum Corporation e dalla Myanmar Oil and Gas Enterprise, il gasdotto è capace di inviare 12 miliardi di m3 di gas alla Cina ogni anno.
Le ipotesi che il porto di Kyaukpyu possa essere adibito ad uso militare da parte cinese sono attualmente oggetto di analisi. Benché la Costituzione birmana del 2008 vieti l’“establishment of foreign military bases” sul territorio nazionale, escludendo dunque a livello formale modelli simili alla base cinese di Gibuti, il colpo di Stato del febbraio 2021 ha compromesso l’assetto giuridico e reso altamente incerta qualsiasi previsione, inoltre le sercitazioni cinesi a Sittwe del 2017 hanno dimostrato il potenziale dual-use delle infrastrutture. Un secondo rischio, oltre quello militare, è che la Cina possa ottenere un pericoloso livello di leva economica sul Myanmar a causa dell’accumulo di debito finanziato dalla Cina. Con un investimento di 2,2 miliardi di dollari per la quota del 30% nel porto e una potenziale esposizione fino a 3,5 miliardi (pari al 5% del PIL) includendo la ZES, il Myanmar rischia di cadere nella cosiddetta “trappola del debito”, già sperimentata da altri Paesi coinvolti nella BRI.
Le relazioni Cina-Myanmar oggi: una sferzante guerra civile
Dopo il golpe del 2021, il Myanmar è sprofondato in una guerra civile totale che oppone il regime militare (Tatmadaw) a milizie ribelli come l’Arakan Army, il MNDAA e il TNLA. Nell’ottobre 2023, l’Alleanza dei Tre Fratelli conquista il comando militare della giunta a Lashio, snodo logistico chiave al confine cinese. Pechino, inizialmente cauta, a partire dal colpo di stato del 2021 adotta un approccio coercitivo per proteggere i suoi investimenti strategici dall’instabilità. Tra il gennaio 2024 e il gennaio 2025, le mediazioni cinesi per il cessate il fuoco e per la sicurezza degli impianti di Kyaukpyu naufragano a causa della diffidenza dei ribelli verso la Cina. Al contempo, nello Stato Rakhine, in aggiunta ai conflitti locali, i progetti della CITIC per Kyaukpyu vengono sospesi a seguito del pacchetto di sanzioni UE/USA, per “collaborazione cinese con la giunta”.
Nel marzo 2025 la giunta tenta un cambio di passo: inizia a promuovere retoricamente lo sviluppo dei progetti della BRI nell’area di Kyaukphyu, definendola vitale per gli interessi economici del paese, ignorando, tuttavia, che i combattimenti in corso con l’Arkan Army rendono impossibile qualsiasi avanzamento concreto dei progetti. In seguito, approva una legge che consente lo schieramento di forze di sicurezza privata cinesi per proteggere gli investimenti della BRI—rischiando, di fatto, di coinvolgere la Cina più direttamente nel conflitto. Infine, recupera Lashio nell’aprile 2025 grazie alla mediazione cinese con la MNDAA, dimostrando la crescente influenza di Pechino.
Le recenti evoluzioni della guerra civile in Myanmar hanno sollevato tre considerazioni su quanto la Cina possa prendere l’iniziativa nel determinare il futuro del Paese. In primo luogo, Pechino consente sporadiche avanzate dei ribelli ma interviene quando gli interessi economici sono minacciati, imponendo de facto un limite alle loro vittorie. Questo “bilanciamento del terreno” potrebbe mirare a mantenere un Myanmar sufficientemente frammentato da essere controllabile, ma abbastanza stabile da evitare il collasso. In secondo luogo, la Cina sostituirebbe i modelli di pace strutturati con un approccio assertivo basato su soluzioni temporanee allineate e imposte (accordo di Lashio). Infine, la concorrenza tra Stati Uniti e Cina aprirebbe due scenari pericolosi: gli Stati Uniti, impegnati in altri teatri, potrebbero cedere spazio alla Cina, permettendole di plasmare unilateralmente il futuro del Myanmar; alternativamente il Paese potrebbe diventare teatro di una guerra per procura, accelerandone collasso istituzionale.
Realtà contro retorica: il paradosso delle relazioni diplomatiche
Nonostante le tensioni politiche e interne di sicurezza del Myanmar, Pechino e Naypyidaw celebrano la loro amicizia “Pauk-Phaw”, come dimostrato dai messaggi bilaterali tra Xi Jinping e il leader militare Min Aung Hlaing in occasione del 75° anniversario delle relazioni diplomatiche nel giugno 2025. La Cina attribuisce grande importanza allo sviluppo dei suoi legami con il Myanmar ed è pronta a lavorare, all’interno della cooperazione BRI, per attuare congiuntamente la Global Development Initiative (GDI) e la Cooperazione Lancang-Mekong (LMC).
Per Pechino, il Myanmar resta un partner importante per la sicurezza energetica e l’accesso all’Oceano Indiano. Tuttavia, l’instabilità cronica e il rischio di un’escalation militare con i ribelli costringono la Cina ad un pericoloso bilanciamento: sostenere la giunta per completare il CMEC, ma preparare accordi paralleli con i gruppi armati. Questa duplice strategia rivela un paradosso: la sopravvivenza dei mega-progetti cinesi dipende da un paese sull’orlo del collasso, dove ogni avanzata ribelle potrebbe trasformare Kyaukpyu da “perla” della BRI in una trappola strategica.

