La visita della Presidente Meloni in Corea del Sud evidenzia l’interesse crescente dei due Paesi per una collaborazione più strutturata nei semiconduttori e nelle tecnologie avanzate, un ambito dove differenze e complementarità possono trasformarsi in opportunità.
L’evento si configura come una serie di prime volte: la Presidente Meloni è infatti la prima leader europea a incontrare il Presidente Lee Jae Myung dopo il suo insediamento e la prima Presidente del Consiglio italiana a recarsi a Seul da oltre 19 anni. Le sue dichiarazioni hanno sottolineato il carattere eccezionale della visita, culminata nella diffusione di una Dichiarazione Congiunta incentrata sulla cooperazione industriale nei settori dell’intelligenza artificiale, dell’aeronautica, dei semiconduttori e delle materie prime critiche. Le due nazioni hanno inoltre espresso la volontà di firmare un Memorandum of Understanding on Semiconductor Cooperation.
Le premesse per un rafforzamento della cooperazione tra Italia e Corea del Sud apparrebbero quindi solide, e i temi affrontati durante l’incontro riflettono la loro rilevanza nel panorama geopolitico attuale. Rimangono però alcune complessità di fondo che, se non considerate con attenzione, potrebbero frenare la costruzione di un partenariato realmente duraturo.
La scommessa sudcoreana
L’amministrazione Lee ha piani molto ambiziosi per l’industria nazionale dell’intelligenza artificiale e, con l’entrata in vigore dell’AI Basic Act il 22 gennaio 2026, ha reso operativi requisiti di sicurezza anche per sistemi di IA ad alte prestazioni, presentati da Seul come un passaggio pionieristico nel panorama regolatorio. Tuttavia, la rapidità con cui la normativa è stata messa in campo ha lasciato zone grigie e vuoti applicativi che rischiano di ridurne l’efficacia.
Se la componente legislativa segnala la volontà politica di guidare la transizione, è il bilancio a restituirne la scala. Per il 2026 Seul ha messo sul tavolo un budget complessivo di 728 mila miliardi di won, un livello senza precedenti, pari a circa 420 miliardi di euro al cambio di metà gennaio 2026. La voce più indicativa è quella dedicata all’intelligenza artificiale: 10,1 mila miliardi, articolati tra adozione (2,6) e infrastrutture e capitale umano (7,5).
Nell’estate del 2025 il Ministero della Scienza e delle Tecnologie dell’Informazione e della Comunicazione sudcoreano ha inoltre avviato il progetto Proprietary AI Foundation Model, con l’obiettivo di sviluppare un Large Language Model coreano e ridurre la dipendenza da tecnologia estera. Tuttavia, l’iniziativa ha alimentato fin da subito perplessità sui criteri di selezione delle aziende (e dei consorzi) che accederanno ai finanziamenti necessari per la realizzazione di quello che verrà etichettato come “K-AI Model”. In questo quadro, la stampa ha richiamato il caso di Naver Cloud: pur apprezzata per performance e usabilità, è diventata emblematica del dibattito sull’indipendenza tecnologica, anche per l’impiego di componenti riconducibili a Qwen, il modello open-source di Alibaba.
Infine, 6 mila miliardi di won saranno destinati a industrie chiave, tra cui i semiconduttori, e, nello specifico, l’amministrazione Lee mira a mobilitare fino a 700 mila miliardi di won nei prossimi trent’anni per il comparto dei microchip. In Corea, l’agenda sull’IA e quella sui semiconduttori avanzano dunque in parallelo; la prima alimenta la domanda di calcolo, la seconda mira a rafforzare l’offerta e la sovranità industriale.
In un contesto segnato infatti dalla nuova stagione di politica industriale sui semiconduttori, dal CHIPS and Science Act statunitense (2022) agli incentivi coreani ricondotti al K‑Chips Act, l’aumento degli investimenti in capacità produttiva non si è però tradotto automaticamente in un incremento proporzionale di nuovi impianti. Un’analisi del Peterson Institute of International Economics evidenzia che nel biennio 2023–24 il numero di nuovi stabilimenti è rimasto sotto la media 2014–22 e che Seul, pur perdendo terreno in alcune tipologie di chip, tende a rafforzarsi soprattutto nel segmento in cui dispone già di un vantaggio comparato, ovvero nei chip di memoria.
Nel complesso, la scommessa sudcoreana mostra ambizioni elevate e, al tempo stesso, frizioni inevitabili tra obiettivi politici e vincoli industriali. È su questo sfondo che va letta anche la visita italiana, per capire cioè quali spazi di complementarità esistano davvero.
Le capacità produttive italiane nel settore
Nel 2023, una Nota Tematica del nostro Ministero dell’Economia e delle Finanze evidenziava come la progettazione e il design di semiconduttori fossero ancora relativamente poco sviluppati nel nostro Paese, e come fossero assenti imprese specializzate nella produzione dei chip più avanzati.
Tuttavia, se si allarga lo sguardo oltre la manifattura avanzata e si considera la capacità tecnologica complessiva, il Critical and Emerging Technologies Index del Belfer Center della Harvard Kennedy School colloca l’Italia al 14° posto su 25 nelle tecnologie critiche ed emergenti, un perimetro che include, oltre ai semiconduttori, anche IA, biotech, spazio e quantum, mentre la Corea del Sud è quinta, sostenuta soprattutto dalla propria forza nel comparto dei chip. Questa differenza di posizionamento aiuta a chiarire dove si concentri il vantaggio coreano e, al tempo stesso, quale sia il margine, più ristretto ma non nullo, entro cui l’Italia può costruire complementarità lungo la filiera.
Roma, pur non potendo contare oggi sulle stesse capacità produttive della Corea del Sud, storicamente ha ricoperto un ruolo di primo piano nel settore. Esiste un percorso storico che spiega perché l’Italia continui a occupare un ruolo qualitativo nella microelettronica europea: tra i nomi legati alle origini del settore, figura Federico Faggin, che nel 1971 realizzò il primo microprocessore al mondo.
Allo stesso modo, la traiettoria industriale che porta dalla Società Generale Semiconduttori (1957), fondata su impulso della famiglia Olivetti, alla nascita di STMicroelectronics (fusione del 1987 con Thomson Semiconducteurs) mostra una continuità di competenze, dalla progettazione alla produzione, fino alle applicazioni, che ancora oggi colloca l’azienda tra gli attori rilevanti del comparto.
Eppure, proprio questa continuità non fa di STMicroelectronics un campione nazionale unico, ma la rende parte di un contributo italiano alla microelettronica che si distribuisce lungo segmenti specifici della filiera. Da un lato, esistono attività legate alla componentistica e ai dispositivi destinati a mercati applicativi, in particolare l’automotive elettrico, come nel caso di Vishay Intertechnology, inserita nel 2025 in un progetto piemontese orientato alla mobilità green e smart.
Dall’altro, sul versante manifatturiero puro, ovvero di fabbricazione senza un processo interno di design, opera una realtà come LFoundry, una fonderia che negli ultimi anni è passata sotto controllo di gruppi cinesi, a conferma della natura altamente contendibile, nonché geopoliticamente sensibile, di questo tipo di asset industriali.
Un terzo segmento riguarda invece i materiali: MEMC Electronic Materials, parte del gruppo taiwanese GlobalWafers, ha ricevuto nel 2024 un sostegno europeo fino a 103 milioni di euro per ricerca e sviluppo finalizzati alla realizzazione di una fabbrica avanzata di wafer, input essenziale per la produzione di microchip.
Resta però il fatto che nessuna delle aziende citate gode di un monopolio paragonabile a quello dell’olandese ASML, che detiene la maggiore quota di mercato nella litografia a ultravioletti, tecnologia necessaria a stampare i microchip.
L’Italia ricopre quindi un ruolo qualitativamente rilevante nel panorama europeo, ma con una scala ancora limitata rispetto ai principali poli continentali. In questo quadro, negli ultimi anni Roma ha iniziato a costruire strumenti mirati per rafforzare gli anelli della filiera dove può aumentare capacità e credibilità: dal lato del design, con la Fondazione Chips.IT (finanziata con 10 milioni nel 2023 e 25 milioni annui dal 2024 al 2030), pensata come centro nazionale per ricerca, progettazione e formazione nel settore dei circuiti integrati.
Sul versante infrastrutturale e della prototipazione, l’Italia si è agganciata al Chips Joint Undertaking europeo: in Etna Valley è stata approvata un’infrastruttura di microelettronica avanzata per prototipi legati, tra le altre cose, a mobilità elettrica e telecomunicazioni, con un progetto complessivo da 360 milioni di euro.
Infine, sul back-end della catena del valore, l’approvazione europea degli aiuti di Stato a Silicon Box (1,3 miliardi su un investimento totale di 3,2 miliardi) per un impianto di advanced packaging e test a Novara segnala una scelta coerente: consolidare segmenti ad alta leva — packaging, collaudo, integrazione — che possono rendere l’ecosistema nazionale più attrattivo e più integrabile nelle catene europee.
Quali prospettive per la cooperazione Roma-Seul
L’incontro tra Meloni e Lee si configura come l’apertura di una fase in cui l’Italia deve decidere come posizionarsi all’interno di una filiera globale sempre più competitiva. La Corea del Sud è oggi un attore maturo e strutturalmente dominante nei semiconduttori, mentre Roma si muove ancora in un percorso di consolidamento. Ne emerge una duplice asimmetria.
Da un lato, la scala degli investimenti sudcoreani è significativamente maggiore rispetto a quella italiana; dall’altro, il settore dei semiconduttori non è monolitico, ma composto da segmenti con logiche industriali diverse. In questo contesto, la Corea conserva un vantaggio nei chip di memoria, mentre l’Italia risulta più competitiva in componentistica e tecnologie complementari lungo la filiera.
Se da un lato questa asimmetria riduce il margine di sovrapposizione entro cui gli interessi nazionali convergono, dall’altro apre uno spazio di cooperazione ancora in parte inesplorato. Roma e Seul possono già contare su iniziative congiunte nella ricerca STEM e su un ecosistema favorevole all’imprenditorialità italiana in Corea.
La sfida, per l’Italia, è ora trasformare questa convergenza potenziale in progetti concreti, così da non disperdere l’impulso generato dall’incontro tra i due leader. Ciò richiede una strategia bilaterale mirata ai semiconduttori: non solo per rafforzare le capacità nazionali dove esistono margini realistici di crescita, ma anche per strutturare un rapporto continuativo con un attore che, nel settore, dispone di vantaggi industriali consolidati.
Perché la cooperazione sia tale, tuttavia, Roma deve definire un do ut des credibile: individuare ciò che può mettere sul tavolo – fornire una voce a Seul all’interno del G7? – e ciò che vuole realmente ottenere. Solo così potrà emergere una partnership che, pur partendo da una posizione asimmetrica, sia capace di produrre benefici concreti per entrambi i Paesi, e non resti un’occasione isolata nella complessa geografia della tecnologia globale.

