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06/11/2025
Cina e Indo-Pacifico

Il primo anno del governo Prabowo–Gibran: stabilità senza consenso

di Aniello Iannone

Il primo anno del governo Prabowo Subianto e Gibran Rakabuming Raka si chiude con un’immagine ambivalente, un potere saldo, ma un consenso in erosione. La promessa di stabilità e continuità che aveva garantito la vittoria elettorale si è tradotta in un esercizio di centralizzazione del controllo politico, mentre la società mostra segni crescenti di disagio. Il governo si presenta come un tecnostato disciplinato, ma in realtà riproduce la logica oligarchica che domina l’Indonesia post-riformista: un equilibrio costruito sulla cooptazione, sulla verticalizzazione e sulla gestione militare della burocrazia.Tra questi, il programma Makan Bergizi Gratis (pasti nutrienti gratuiti), fiore all’occhiello del primoanno del governo post-Jokowi, doveva incarnare la nuova stagione di giustizia sociale promessa daPrabowo. Nella narrazione ufficiale, avrebbe dovuto assicurare pasti nutrienti per milioni di studenti eridurre la malnutrizione cronica, preparando la cosiddetta “Generazione d’Oro 2045”. In pratica, però,è diventato il simbolo del fallimento strutturale dello Stato nell’implementare la redistribuzione.

Il primo anno del governo Prabowo Subianto e Gibran Rakabuming Raka si chiude con un’immagine ambivalente, un potere saldo, ma un consenso in erosione. La promessa di stabilità e continuità che aveva garantito la vittoria elettorale si è tradotta in un esercizio di centralizzazione del controllo politico, mentre la società mostra segni crescenti di disagio. Il governo si presenta come un tecnostato disciplinato, ma in realtà riproduce la logica oligarchica che domina l’Indonesia post-riformista: un equilibrio costruito sulla cooptazione, sulla verticalizzazione e sulla gestione militare della burocrazia.

Tra questi, il programma Makan Bergizi Gratis (pasti nutrienti gratuiti), fiore all’occhiello del primo anno del governo post-Jokowi, doveva incarnare la nuova stagione di giustizia sociale promessa da Prabowo. Nella narrazione ufficiale, avrebbe dovuto assicurare pasti nutrienti per milioni di studenti e ridurre la malnutrizione cronica, preparando la cosiddetta “Generazione d’Oro 2045”. In pratica, però, è diventato il simbolo del fallimento strutturale dello Stato nell’implementare la redistribuzione.

Il fallimento del programma Makan Bergizi Gratis

Il programma Makan Bergizi Gratis (MBG) doveva incarnare la promessa sociale del nuovo governo: un piano di redistribuzione capace di coniugare giustizia e produttività. Con un budget di 171 trilioni di rupie (oltre 10 miliardi di dollari), il governo aveva annunciato la fornitura di pasti gratuiti a 82 milioni di beneficiari entro la fine del 2025. Ma a metà anno, erano stati spesi appena 4,4 trilioni, meno del 3 per cento dei fondi stanziati, segno di un sistema amministrativo rigido, lento e privo di coordinamento.

La proporzione tra retorica e implementazione è stata aggravata da una serie di incidenti che hanno scosso l’opinione pubblica. Da agosto 2025 fino ad oggi, oltre 360 studenti sono stati ricoverati per intossicazione alimentare dopo aver consumato i pasti MBG a Jawa Centrale. Casi analoghi si sono verificati in diverse province, portando a una stima di più di 5.600 persone colpite in meno di sei mesi. Gli episodi hanno rivelato una catena di approvvigionamento non regolamentata, carenze igienico-sanitarie e possibili conflitti d’interesse nella selezione dei fornitori.

Il programma, nato per “nutrire la generazione d’oro del 2045”, si è così trasformato in un simbolo di cattiva governance e populismo amministrativo. L’ambizione redistributiva è stata sostituita da una logica di controllo politico: il welfare non come diritto, ma come concessione paternalistica dello Stato. La promessa di nutrizione collettiva si è dissolta nella realtà di una macchina burocratica che consuma più consenso che risultati.

Il progetto si è arenato su tre piani. Il primo, amministrativo: l’apparato non era pronto per gestire un programma nazionale di quella scala, privo di meccanismi di verifica indipendente e affidato a catene di fornitura opache. Secondo, finanziario: la copertura di bilancio è stata inferiore alle ambizioni dichiarate e parte dei fondi è stata bloccata nelle burocrazie provinciali. Terzo, politico: la misura è stata costruita come un progetto personale del presidente, più che come una politica pubblica coordinata. Il risultato è una politica-vetrina che funziona più come strumento di legittimazione che come riforma sociale.

L’aspetto più critico è però simbolico: MBG doveva rappresentare l’idea di “benessere nazionale” come diritto universale, ma ha finito per esprimere una logica paternalista. Il cibo non è redistribuito come parte di un welfare autonomo, bensì come dono dall’alto, mediato da reti di potere e fedeltà locali. Non è una trasformazione del sistema produttivo o alimentare, ma un meccanismo di controllo politico travestito da programma sociale. In questo senso, il MBG segna il passaggio dal populismo infrastrutturale dell’era Jokowi al populismo nutrizionale di Prabowo,  la promessa di benessere come surrogato della partecipazione politica.

La politica estera del multipolarismo pragmatico

Sul fronte internazionale, il governo Prabowo-Gibran ha tentato di consolidare l’immagine dell’Indonesia come potenza intermedia autonoma, capace di muoversi con agilità nel nuovo multipolarismo. L’idea di una politica libera e attiva è stata riproposta con toni assertivi, accompagnata da un’intensa attività diplomatica: missioni in Cina, Russia e Medio Oriente, rafforzamento del ruolo dell’Indonesia nella cooperazione Sud-Sud e nei forum economici globali.

Tuttavia, questa proiezione internazionale riflette una strategia di ambiguità controllata, più tattica che strategica. L’Indonesia appare impegnata a mantenere relazioni bilaterali simultanee con blocchi in competizione tra loro, senza un chiaro ancoraggio normativo. Il multipolarismo pragmatico si traduce in un equilibrismo permanente, in cui la neutralità diventa uno strumento di convenienza economica più che di autonomia politica.

Questo approccio rafforza l’immagine di un Paese capace di trattare con tutti, ma riduce la coerenza della sua azione regionale. L’Indonesia continua a proclamare il proprio ruolo simbolico di leader nell’ASEAN, ma il suo comportamento reale è quello di un attore più concentrato sul posizionamento globale che sulla coesione regionale. In Myanmar, il silenzio prolungato e l’assenza di iniziative concrete hanno sancito l’impotenza del blocco. Nel Mar Cinese Meridionale, la prudenza ha prevalso sull’assertività.

La diplomazia economica rimane il pilastro della politica estera prabowiana: apertura agli investimenti infrastrutturali, rafforzamento dei fondi sovrani e retorica sull’industrializzazione verde. Ma questa proiezione internazionale convive con una contraddizione di fondo: uno Stato che cerca autonomia all’esterno mentre accentra il potere all’interno. Il linguaggio della sovranità nazionale, amicizia con tutti, inimicizia con nessuno, serve a giustificare un ordine domestico sempre più gerarchico. La politica estera diventa così uno specchio del progetto interno, stabilità senza partecipazione, crescita senza redistribuzione, sovranità senza emancipazione.

Proteste e società civile: l’ombra lunga del jokowismo

Sul piano interno, la società indonesiana ha iniziato a reagire in modo più visibile. Dalle università alle piazze urbane, si è moltiplicata una mobilitazione contro il declino della libertà di espressione, la crescente militarizzazione dell’amministrazione e la carenza di trasparenza del governo. Le proteste di fine agosto 2025 hanno segnato una svolta: una manifestazione a Jakarta ha visto il ferimento e la morte del ventunenne autista della piattaforma di ride-hailing Gojek Affan Kurniawan, schiacciato da un veicolo corazzato della mobilitata unità della polizia paramilitare (Brimob) durante gli scontri con la polizia. Da quel momento, le proteste si sono diffuse a livello nazionale, con incendi di palazzi regionali del parlamento, decine di feriti, migliaia di arresti e un uso massiccio della forza pubblica. 

La repressione delle manifestazioni,  gas lacrimogeni, veicoli blindati, arresti in massa, è difficile da leggere come semplice ordine pubblico,  rappresenta piuttosto una restituzione del potere coercitivo allo Stato in nome della sicurezza e dell’unità nazionale.

Ma il dato più rilevante è che questa erosione non nasce con Prabowo,  è l’esito della continuità “jokowiana”. Jokowi aveva già iniziato a normalizzare il controllo sui media, a cooptare la società civile e a trasformare il consenso in una forma di quietismo organizzato. Prabowo non fa che istituzionalizzare questa tendenza, elevandola a modello di governo.

L’asse Prabowo-Gibran rappresenta la fusione tra carisma popolare e autorità militare, sostenuta da un’eredità politica che Jokowi ha consegnato ma non abbandonato. L’ex presidente, pur fuori dal potere formale, rimane un attore influente nelle nomine, negli equilibri di coalizione e nella definizione dell’agenda economica. Il risultato è una presidenza duale: Prabowo governa, Jokowi veglia.

In questo contesto, la società civile si trova di fronte a un dilemma. Da un lato, l’apparato di governo incorpora molte delle sue richieste in forma depoliticizzata, come nel caso delle politiche alimentari, climatiche o di welfare, neutralizzandone la spinta critica. Dall’altro, ogni tentativo di mobilitazione indipendente viene percepito come minaccia all’ordine. È un processo di autoritarismo flessibile, che non reprime apertamente ma svuota progressivamente la partecipazione.

Le proteste, tuttavia, indicano che la memoria democratica indonesiana non è ancora spenta. Gli studenti che scendono in piazza non chiedono solo trasparenza o giustizia sociale, ma il ritorno a un’idea di cittadinanza attiva che l’élite politica considera ormai superata.

Un potere saldo ma fragile

A un anno dall’insediamento, il governo Prabowo-Gibran appare forte solo in superficie. L’economia resta stabile, ma il capitale politico comincia a consumarsi. Le ambizioni di autonomia strategica si scontrano con la dipendenza strutturale dal capitale estero e dal consenso interno controllato. Il welfare si presenta come progetto di inclusione, ma funziona come meccanismo di legittimazione verticale. Le istituzioni appaiono solide, ma la società è irrequieta. Ciò che emerge è una sintesi imperfetta tra autoritarismo e populismo: un governo che cerca di coniugare disciplina e consenso, ordine e crescita, nazionalismo e apertura. In questa combinazione, tuttavia, manca la dimensione fondamentale della democrazia: il conflitto come motore del cambiamento. Il primo anno di Prabowo non è un disastro, ma un segnale in cui è possibile osservare come  l’Indonesia sta entrando in una fase di post-democrazia amministrata, in cui il potere non si legittima più nel dialogo, ma nella promessa di efficienza. Finché la stabilità verrà confusa con il progresso e la disciplina con la legittimità, la politica indonesiana continuerà a muoversi su un terreno fragile. Dietro il volto sorridente del “generale gentile” e del “vicepresidente figlio d’arte” si intravede la linea di continuità di un sistema che sa trasformarsi per sopravvivere, ma che non ha ancora trovato il coraggio di cambiare davvero.