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Prospettiva 6G: alcune osservazioni sul futuro standard di connettività mobile

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Anche se la tecnologia 5G è ancora in piena fase di implementazione, in ambienti tecnici le conversazioni sul futuro 6G iniziano già ad emergere. Per chiarezza, è bene sottolineare fin da subito che non esiste ancora nulla di stabilito su cosa debba costituire il 6G e quali obiettivi tecnici debba perseguire. Tuttavia, alcuni spunti stimolanti stanno apparendo negli ambienti di standardizzazione, anche alla luce del white paper ‘Network 2030’ dell’Unione Internazionale delle Telecomunicazioni. Inoltre, è possibile tracciare alcune traiettorie politiche dietro ai processi di standardizzazione.

Dall’analogico al 5G: di cosa parliamo?

Per cominciare, è essenziale illustrare il significato di termini quali ‘5G’. La ‘G’ sta per ‘generazione’: l’1G è la telefonia mobile analogica; il 2G è la prima generazione di telefonia mobile digitale; il 3G è la prima generazione di telefonia mobile con connessione Internet (che permette quindi la trasmissione di dati non vocali); il 4G ha potenziato le funzionalità della generazione precedente permettendo, ad esempio, di svolgere videochiamate via Internet da dispositivi mobili; infine, il 5G permette una più diffusa connettività degli oggetti (la cosiddetta ‘Internet degli Oggetti’, IoT in inglese) in aggiunta alle funzionalità delle generazioni precedenti. Fra le innovazioni che si paventano con il 6G, si guarda allo sviluppo dell’olografica, menzionata in ‘Network 2030’, anche se la portata non è ancora chiara.

È bene chiarire che ogni generazione viene così identificata a livello commerciale, mentre a livello tecnico la suddivisione è meno netta. Ad esempio, il termine ‘4G’ in Europa è generalmente utilizzato per indicare tre diverse tecnologie, ognuna evoluzione della precedente, dette rispettivamente LTE (Long-Term Evolution), LTE-Advanced e LTE-A Pro. Per identificarle, si è optato anche per denominazioni quali ‘4.5G’ e ‘4.9G’, meno diffuse a livello commerciale. A queste tecnologie, inoltre, se ne affiancano altre con simili funzionalità, quindi identificabili come ‘4G’, ma non interoperabili.

Questo, tuttavia, è illustrato meglio nei prossimi paragrafi. 

Il processo: come nasce uno standard di connettività mobile?

Prima di proseguire, è bene sapere quale processo segue uno standard di connettività mobile dalla sua inizializzazione al suo riconoscimento come standard globale. In primo luogo, l’Unione Internazionale delle Telecomunicazioni (ITU, nel suo acronimo inglese), agenzia tecnica delle Nazioni Unite, pubblica gli obiettivi tecnici che la nuova tecnologia dovrà perseguire. A questo punto, le aziende del settore avviano la fase di elaborazione e brevettazione delle proprie tecnologie finalizzate al raggiungimento degli obiettivi stabiliti dall’ITU.

Tuttavia, un brevetto non è garanzia di guadagno. Se l’azienda X brevetta una tecnologia con le stesse funzioni di quella brevettata dell’azienda Y e il mercato ‘sceglie’ quest’ultima come tecnologia dominante, la prima azienda rimane economicamente isolata. Per beneficiare di economie di scala nel mercato globale, quindi, si tende a preferire tecnologie interoperabili e, idealmente, un unico standard globale per ogni generazione della stessa tecnologia mobile. Per far questo, è necessario evitare quanto più possibile la nascita di una serie di tecnologie concorrenti con le stesse funzionalità ma non interoperabili fra loro. In breve, per rendere redditizi i propri brevetti, per un’azienda è importante che diventino elementi fondanti dello standard globale (o quantomeno dello standard più utilizzato a livello globale). È a questo fine che sono nati enti informali quali il Third Generation Partnership Project (3GPP).

Fondato nel 1998 per la standardizzazione del 3G, oggi il 3GPP è il principale forum di standardizzazione globale delle nuove tecnologie di internet mobile. I suoi membri sono sette Organizzazioni di Standardizzazione: l’europea ETSI, la cinese CCSA, le giapponesi ARIB e TTC, la nordamericana ATIS, la sudcoreana TTA e l’indiana TSDSI. Le aziende e gli enti partecipanti ai lavori del 3GPP devono essere membri di (almeno) una delle sette organizzazioni. 

Le principali aziende mondiali di telecomunicazione (operatori e manifatturiere) partecipano ai lavori del 3GPP, ma non necessariamente solo ad esso. Come anticipato sopra, possono esistere più standard della stessa generazione, con funzionalità simili ma non interoperabili. Questo significa che un’azienda interessata a vendere dispositivi a livello globale, deve produrre dispositivi diversi per i mercati che adottano uno standard e per i mercati che adottano l’altro. All’epoca del 3G, ad esempio, la Cina adottò un suo 3G ‘nazionale’, elaborato congiuntamente da aziende cinesi e aziende occidentali. Queste ultime, così, riuscirono a detenere sia brevetti sugli standard 3G ‘occidentali’ sia brevetti sul 3G ‘cinese’. 

Perché un’azienda può scegliere di rinunciare alle economie di scala contribuendo a tecnologie separate non interoperabili? Solitamente, questo avviene quando un paese sceglie di promuovere una tecnologia separata a livello nazionale, che può essere una scelta protezionistica – oltre che politica. Data questa situazione, un’azienda può preferire avere brevetti sulla tecnologia più diffusa a livello globale così come su quella promossa a livello ‘locale’ da un determinato governo.

Il virgolettato su termini quali ‘nazionale’, ‘occidentale’, ‘locale’ e ‘cinese’ è d’obbligo poiché ogni standard di connettività mobile, per potersi dire tale, deve essere approvato dall’ITU sulla base degli obiettivi stabiliti inizialmente dalla stessa. Ogni standard approvato dall’ITU è riconosciuto come standard internazionale, indipendentemente dall’espansione geografica della sua implementazione. 

Dal 3G al 6G: quali prospettive?

Se per il 3G la Cina ha optato per una soluzione ‘cinese’, pur concedendo a China Unicom, il più piccolo degli operatori domestici, la possibilità di implementare lo standard ‘europeo’, con il 5G Huawei si è affermato come uno dei principali attori nel processo di standardizzazione del 5G globale, sviluppato all’interno del 3GPP e approvato da ITU a fine 2020. A optare per una specifica nazionale, invece, è stata l’India, che si afferma come una delle principali potenze emergenti nell’elaborazione delle nuove tecnologie. L’interoperabilità della specifica indiana con lo standard del 3GPP, tuttavia, sembra essere garantita secondo alcune fonti.

Sebbene gli obiettivi tecnici della tecnologia 6G non siano ancora espliciti, enti di standardizzazione quali l’Internet Engineering Task Force (IETF) hanno avviato la discussione sul rafforzamento delle funzionalità di alcuni degli Standard Internet più essenziali in vista dell’implementazione delle funzionalità del 6G. Intanto, sia l’IETF sia altri enti quali ETSI (European Telecommunications Standards Institute) e la stessa ITU (anche su spinta di una varietà di attori cinesi) stanno elaborando nuovi protocolli per la connettività fra oggetti che riducano la latenza e rendano più efficace la connessione.

Sul piano geo-economico, appare evidente che Huawei resta saldamente fra gli attori principali, in diretta concorrenza nei confronti di Ericsson – in termini di proposte di standardizzazione 5G pervenute al 3GPP e per numero di brevetti essenziali (Standard Essential Patents, SEPs) dichiarati. In Europa, assieme alla svedese Ericsson, Nokia gioca un ruolo importante. Per gli USA, il giocatore principale è probabilmente Qualcomm, azienda produttrice di chip.

Per concludere, la strada verso il 6G vedrà consolidarsi la concorrenza fra aziende occidentali e cinesi in un settore, quello dell’internet mobile, in passato dominato dalle aziende europee e giapponesi. Dietro a queste dinamiche economiche, resta salda la tensione geopolitica fra USA e Cina e la volontà europea di collocarsi economicamente in maniera autonoma fra i due giganti, ferma restando la sua collocazione strategica atlantista.

Riccardo Nanni,
Geopolitica.info – Università di Bologna

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