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03/02/2026
Cina e Indo-Pacifico, Russia e Spazio Post-sovietico

Mentre Putin e Xi sembrano sempre più amici, la Lubjanka considera la Cina un nemico

di Emiliano Di Antonio

Un documento del controspionaggio russo (FSB), divulgato dal New York Times, definisce la Cina «il nemico» e allerta il Cremlino sul pericolo dell’infiltrazione di spie cinesi in diverse aree dell’interesse strategico russo. Dall’Ucraina all’Artico, dalle tecnologie militari ai traffici commerciali, Pechino sembra voler approfittare della debolezza dell’alleato per rinforzare la propria posizione.

Un documento del controspionaggio russo (FSB), divulgato dal New York Times, definisce la Cina «il nemico» e allerta il Cremlino sul pericolo dell’infiltrazione di spie cinesi in diverse aree dell’interesse strategico russo. Dall’Ucraina all’Artico, dalle tecnologie militari ai traffici commerciali, Pechino sembra voler approfittare della debolezza dell’alleato per rinforzare la propria posizione.

Mentre il mondo assiste alla crescita di un’alleanza russo-cinese apparentemente sempre più solida, nel giugno 2025 al New York Times arriva un documento del FSB, ritenuto autentico da molte agenzie di intelligence, sul pericolo dello spionaggio cinese per la sicurezza nazionale russa. Secondo questo rapporto, la RPC sta reclutando spie tra militari, studenti, ricercatori e minoranze etniche russe, al fine di controllare i movimenti dell’alleato in diversi comparti strategici, testarne i punti deboli e capire come approfittarne. Sotto la lente di Pechino starebbero le manovre di Mosca in Ucraina, le tecnologie militari russe e le aree strategicamente molto rilevanti per la Federazione, come l’Artico e l’Asia Centrale. Non mancano, poi, mire su quei territori di confine della Russia orientale storicamente interessati da rivendicazioni nazionaliste cinesi, come l’oblast’ dell’Amur e il territorio del Litorale (con capitale a Vladivostok).

La rinvigorita alleanza tra Federazione Russa e Repubblica Popolare, insomma, nasconde molte insidie. Mosca e Pechino, del resto, hanno sempre avuto un rapporto complesso, diviso tra la necessità di allearsi e quella di contenersi a vicenda. La vera domanda a questo punto è: l’attuale funzione di fronte antioccidentale basterà a tenere salda l’amicizia, oppure la storica rivalità limiterà ancora una volta il sodalizio? L’articolo del NYT dà l’opportunità di riflettere proprio su questo aspetto e di approfondire una questione, quella delle relazioni tra Russia e Cina, che non è mai stata così semplice com’è apparsa. 

Cosa e come la Cina spia la Russia

Secondo quanto riportato dal documento del FSB, poi pubblicato sul NYT, l’attività di intelligence cinese nella Federazione Russa sarebbe motivata da diverse ragioni. Il pPrimo obiettivo di Pechino sarebbe rappresentato dalle tecnologie militari, tanto russe quanto occidentali, usate in Ucraina, fonte ideale di informazioni sui sistemi d’arma impiegati da entrambi gli schieramenti. L’interesse cinese, secondo l’FSB, si concentrerebbe anche sulla ricerca scientifico-tecnologica russa, soprattutto in ambito aerospaziale. In questo caso, sembrerebbe che Pechino sia riuscita ad assoldare ricercatori, ingegneri, piloti militari e uomini d’affari, ma anche molti studenti universitari russi residenti in Cina (al momento ce ne sono circa 20.000) disposti a raccogliere informazioni.

Quello militare, tuttavia, è solo uno dei campi in cui si gioca questa partita. L’altro è invece quello dell’influenza territoriale, sia a fini economico-commerciali che strategici. La Repubblica Popolare, infatti, starebbe cercando di guadagnare più spazio di manovra in aree geografiche che, per Mosca, hanno sempre avuto un significato particolare, come l’Uzbekistan, e l’Artico. L’Asia Centrale, su cui la Russia esercita influenza da lungo tempo, rappresenta per Pechino uno snodo commerciale fondamentale, nonché un’importante risorsa di approvvigionamento energetico, vista l’abbondanza di gas e petrolio. L’Artico, invece, sta attirando un interesse sempre maggiore per la possibilità di aprirvi, sfruttando anche il cambiamento climatico, una nuova rete di rotte commerciali, su cui, però, Mosca ha per ora un controllo pressoché totale. 

C’è poi un ultimo punto, sempre legato all’espansione territoriale del Drago, che è quello delle regioni di confine della Russia estremorientale, abitate da minoranze etniche di origine cinese, rimaste al centro degli argomenti della Cina più nazionalista e che, in passato, sono state causa di attrito (basti pensare alla crisi sino-sovietica del 1969). Qui Pechino si starebbe muovendo su diversi piani: da un lato promuovendo campagne di “sensibilizzazione” in scuole e università, ad esempio pubblicando mappe che usano vecchi toponimi cinesi per città e regioni russe, dall’altro finanziando ricerche storico-antropologiche volte a riscoprire e rivalorizzare le tracce degli antichi popoli di Cina. Sempre in quest’area, inoltre, l’intelligence di Pechino starebbe anche intessendo rapporti con le comunità locali, per garantirsi una rete di collaboratori tra gli abitanti del luogo.

Cosa cerca la Cina? La corsa all’autonomia militare

Le ragioni dello spionaggio cinese sono molteplici, alcune scontate, altre che invece meritano qualche riflessione in più. L’idea che due alleati si spiino, in effetti, non crea di per sé un caso, anzi fa parte di quella logica “fidati ma verifica” che intercorre anche tra i più fedeli alleati. Non è neppure scandaloso, poi, che la Cina approfitti della guerra in Ucraina per sapere qualcosa di più sulle carte giocate dai due schieramenti. Il conflitto, infatti, è prezioso poiché consente a Pechino di raccogliere informazioni concrete sulla bontà delle armi occidentali e di capire quanto è in grado di competere, osservando, allo stesso tempo, la capacità di risposta delle tecnologie militari russe, ancora perno dell’arsenale cinese. Il teatro russo-ucraino, insomma, si configura come una sorta di scontro in scala tra armamenti occidentali e antioccidentali, utile per farsi un’idea sui pregi e difetti dell’uno e dell’altro blocco. Non è certo un mistero, del resto, che la Repubblica Popolare manchi, da lungo tempo, di esperienza sul campo di battaglia e che tema di presentarsi impreparata ad un potenziale futuro confronto militare, come potrebbe essere, ad esempio, quello per Taiwan

L’interesse cinese per le tecnologie militari, però, non si ferma alle manovre in Ucraina, ma tocca anche il settore russo della ricerca. Questo secondo aspetto, oltre a confermare quanto detto sul timore di Pechino di mostrarsi militarmente inadeguata, può dare qualche spunto sulla reale fiducia che Xi nutre nei confronti di Putin. La dipendenza dalle tecnologie russe, soprattutto nel settore aerospaziale, è infatti per la Cina un grosso problema, almeno per due ragioni: la prima, banale, è che una vera superpotenza deve essere militarmente autonoma; la seconda, più sottile, è che Pechino non vuole legarsi a un fornitore dalla lealtà incerta

Questa mancanza di fiducia cinese non va ricercata, però, solo nella storia geopolitica delle due potenze, ma anche nel loro presente. L’avvento degli Stati Uniti di Donald Trump, intenzionati a fare da “terzo incomodo”, crea, infatti, il timore che la Russia, per svincolarsi da una sempre maggiore subordinazione a Pechino, possa aprire di nuovo a Washington, lasciando la Cina isolata. Questa evenienza fa diventare la paura del Drago di perdere il suo più importante partner militare più comprensibile, così come lo diventa la necessità di trovarsi in vantaggio su di esso qualora i rapporti dovessero mutare.

Cosa cerca la Cina? L’erosione dell’impero russo

Se lo spionaggio militare può essere spiegato con una mancanza di fiducia, più o meno legittima, della Cina, diversa è la questione dell’infiltrazione cinese in territori della sfera di influenza del Cremlino. Il problema congenito delle relazioni sino-russe è, infatti, quello della condivisione di un grande spazio, l’Asia centro-orientale, fondamentale per ragioni economico-commerciali e oggetto, nel corso dei secoli, delle mire di entrambi. Tuttavia, la partita per la “conquista” dell’area vede, ad oggi, in netto vantaggio la Russia, che, da almeno due secoli, ha qui un’influenza costante. La Cina di Xi Jinping, insomma, sembra avere difficoltà nell’esercitare, nel suo continente, un vero e proprio soft power, che vada oltre la sola penetrazione economica e che trasformi la Cina in un riferimento anche politico, culturale e militare. Una condizione, questa, che, nonostante la crescita esponenziale del Drago, limita le sue ambizioni imperiali. Paesi come l’Uzbekistan, sono, quindi, estremamente attraenti non solo in quanto commercialmente importanti e ricchi di materie prime, di cui la Cina è costantemente bisognosa, ma anche per le difficoltà di una Russia sempre più distratta dal teatro ucraino, che potrebbe indebolirne la presenza nella regione e dare a Pechino l’occasione di colmare il vuoto. 

Le mire cinesi sui domini russi, però, non si fermano alle repubbliche centrasiatiche, ma puntano anche all’Artico, regione che sta assumendo un significato strategico sempre maggiore, grazie alla possibilità di aprirvi nuove rotte navali, utili sia a scopi commerciali che militari. Navigare nell’Oceano Artico non è certo cosa nuova, ma il cambiamento climatico lo sta rendendo molto più facile. L’area, quindi, sta offrendo la possibilità di creare rotte commerciali alternative in un mare ancora poco trafficato e, di conseguenza, con poca concorrenza, perfetta soluzione per una Cina che ambisce a essere una potenza anche marittima. Esiste, tuttavia, un ostacolo: il Mar Glaciale Artico sta alla Russia come il Mediterraneo all’Impero romano. Questo mare, non più così ghiacciato, ha un grande significato nella storia delle dottrine geostrategiche e imperiali russe. Su di esso non solo ha sviluppato, per necessità, una capacità di navigazione unica, ma rimane, ad oggi, l’unico pezzo di mare sul quale la Federazione ha un controllo pressoché totale, con la possibilità, quindi, di avere l’esclusiva su una nuova rete di rotte navali. L’Artico, insomma, è cosa russa e i russi la custodiscono molto gelosamente. È difficile pensare che possano accettare di condividerlo con altri, neppure con i loro più stretti partner.

Stando allo FSB, dunque, la Cina starebbe sondando l’integrità del soft power russo, in un momento molto delicato per Mosca. L’azione, però, non si fermerebbe solo ai paesi limitrofi, ma si spingerebbe anche dentro ai confini della Federazione. Russia e Cina, infatti, oltre ad avere vicini comuni, condividono 4250 km di confine, scolpito da trattati ottocenteschi che videro la cessione alla Russia di intere porzioni dell’allora Impero Cinese. Ciò comporta che le regioni russe più orientali, ancora abitate da gruppi etnici di origini cinesi, siano ancora al centro delle rivendicazioni di una Cina nazionalista, sopravvissuta anche alla rivoluzione socialista. Al contrario, nella RPC di Xi Jinping, questo sentimento trova nuovo slancio, coerentemente con un progetto di rilancio imperiale che non si traduce solo in scelte militari, economiche e commerciali, ma anche in quelle di sensibilizzazione culturale di cui si diceva all’inizio. Un’espansione, dunque, passante pure per la riscoperta dei popoli dell’antica Cina, funzionale non tanto a una reale riconquista territoriale (francamente improbabile), ma all’estensione di una qualche influenza su aree strategicamente rilevanti, tra cui rientra anche l’avamposto russo di Vladivostok.Alla luce di quanto detto finora, risulta molto più facile capire perché il controspionaggio russo sia preoccupato al punto da definire la Cina «il nemico», appellativo decisamente insolito per un alleato. Lo spionaggio cinese in Russia non si può spiegare solo con la diffidenza, seppur reale, di Pechino, ma va letto in un quadro più ampio, fatto di questioni ormai endemiche che hanno sempre frenato il decollo dell’alleanza russo-cinese. Problemi che si sono riproposti ciclicamente, nonostante i due Paesi, negli ultimi 120 anni, abbiamo più volte cambiato radicalmente volto. Tempi nuovi, insomma, problemi vecchi. Il tutto lascerebbe presagire che, anche stavolta, quella tra Russia e Cina altro non potrà essere che una partnership momentanea, che fallisce ancora nel trasformarsi in un’alleanza matura. Esiste, tuttavia, un elemento che potrebbe frapporsi tra questa conclusione e la realtà: la nuova bilancia dei rapporti tra i due Paesi, per la prima volta dopo più di un secolo, pende decisamente a favore di Pechino.

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