Anche se il vettore est-ovest si presenta come quello più naturale per le capillari azioni di türkleşme e per il consolidamento dei rapporti economici, culturali e politici all’interno del Türk Dünyası, sull’asse nord-sud troviamo due scenari geopolitici tutt’altro che secondari. Gli attori rivieraschi del Mar Nero e del Mar di Levante insistono su aree troppo importanti per poter essere relegati a semplice periferia del nascente “impero” turco. Presentiamo due casi in cui si assiste a una vera e propria sintesi e sovrapposizione tra i due suddetti approcci, seppur in proporzioni diverse tra loro.
I tatari di Crimea nel disegno panturco
L’annessione russa della Crimea nel 2014 e l’invasione dell’Ucraina nel 2022 hanno riportato al centro dell’agenda estera turca una questione che affonda le sue radici negli anni ’70 del XVIII secolo. Con il Trattato di Küçük Kaynarca l’Impero Ottomano perdeva per sempre il controllo sulla sponda settentrionale del Mar Nero (fino a quel momento un “lago” ottomano), provocando un sensibile sbilanciamento nei rapporti di forze a vantaggio dell’impero di Caterina II.
In Crimea, cuore dell’omonimo ex khanato, la componente turcofona e musulmana dei tatari di Crimea non è però mai venuta meno, nonostante esodi, persecuzioni e trasferimenti forzati cui fu sottoposta soprattutto in epoca stalinista. Rispetto a questa piattaforma naturale proiettata verso il centro del Mar Nero, Ankara intende sia far valere le sue velleità neo-ottomane – il suddetto khanato fu uno Stato vassallo dei sultani per circa tre secoli –, sia porsi a protezione dell’ancora influente minoranza tatara attraverso misure di soft power riconducibili alla visione panturchista. Tali misure includono il finanziamento di moschee, l’apertura di un ufficio di rappresentanza dei tatari ad Ankara, il sostegno a coloro che sono fuggiti in altri oblast ucraini o in Turchia, ove risiede la più consistente comunità della diaspora, che ha accolto nel corso dei secoli le popolazioni fuggite a più riprese dalle terre d’origine e che oggi conta tra i tre e i cinque milioni di persone.
Se da un lato Ankara non ha mai varato sanzioni contro Mosca, dall’altro continua a rifiutarsi di riconoscere la summenzionata annessione, mentre la cooperazione con Kiev, iniziata già prima dell’avvio dell’“operazione militare speciale”, non ha fatto che saldarsi nel tempo. La rilevanza del dossier crimeano è tale che, ancora nel settembre 2024, Erdoğan dichiarava che “il ritorno della Crimea all’Ucraina è un requisito del diritto internazionale”. La comunità tatara locale (che si attesterebbe attorno ai 250 mila abitanti) non ha mai fatto mistero di preferire in larga maggioranza la sovranità ucraina, mentre Mosca non sembra essere intenzionata a indulgere in concessioni, anche per paura che esse possano fungere da pretesto per simili rivendicazioni da parte di altre minoranze della Federazione.
Tuttavia, nonostante la salda posizione di Erdoğan, nello scacchiere del Mar Nero il sogno panturco non può che infrangersi contro l’invalicabile muro della realpolitik, che sconsiglia vivamente di intraprendere azioni di hard power contro Putin. Intanto, i tatari continuano a vedere represso il proprio dissenso, etichettato dalle autorità russe come terrorismo islamico.
Il mare come cerniera geo-strategica
In tale contesto entra necessariamente in gioco anche la geografia del potere marittimo, la quale, per una potenza che ambisca all’autonomia strategica, deve essere congeniale a un accesso privilegiato ai commerci internazionali. Se la sovranità turca sugli stretti rappresenta un potente strumento di tutela degli interessi nazionali nel bacino del Mar Nero, nel Mediterraneo Orientale Ankara deve fare i conti con diverse criticità, di cui attualmente la più urgente è l’irrobustimento dell’asse tra Grecia, Cipro e Israele.
Implementare la dottrina della Mavi Vatan e far sì che la dimensione navale favorisca, e non ostacoli, la vocazione neo-imperiale diventa dunque essenziale per la Turchia, se vuole sfruttare appieno i vantaggi che le offrono posizione e conformazione anatoliche. Tra questi – già illustrati nel 2001 da Ahmet Davutoğlu, teorico della “profondità strategica” – vi è il fatto di essere un’area di raccordo, anche marittimo, tra i due principali centri geo-economici della regione: Mar Nero e Medio Oriente.
L’intervento in Siria come tappa del progetto neo-ottomano?
Sulla terraferma del quadrante levantino, invece, la Turchia ha ormai da un decennio abbandonato l’atteggiamento attendista, intervenendo direttamente nel conflitto siriano, culminato con il rovesciamento di al-Assad e la nascita del governo al-Sharaa. Anche se è documentato l’utilizzo di politiche di soft power, ciò ha riguardato esclusivamente le aree occupate dal 2016 dall’esercito turco e non si è mai configurato come una politica sistemica. Per questo, un eventuale disegno neo-ottomano in Siria rimane subordinato a questioni più pragmatiche, come il garantire la sicurezza nazionale limitando l’operatività delle formazioni curde dell’YPG/PKK.
Rispetto al confronto con lo Stato ebraico, invece, nonostante il reiterarsi di una reciproca dialettica ostile, alla Turchia pare essere al momento preclusa la possibilità di servirsi concretamente della Siria come avamposto in funzione anti-israeliana. Questo perché il governo di Damasco sta dimostrando prudenza, preferendo puntare a svincolarsi dalle tensioni in corso nell’area e concentrarsi sulla ricostruzione. Erdoğan, d’altro canto, lungi dal desiderare un imminente scontro aperto con Israele, intende promuovere la stabilizzazione e lo sviluppo della nuova Siria, “blindando” i successi strategici ottenuti in tale teatro e continuando ad esercitare proiezione di potenza.
Rispetto all’altro competitor regionale, il consolidamento di una Siria unita e a trazione sunnita confermerebbe il disallineamento tra l’attuale leadership damascena e l’Iran, che ha visto così spezzarsi la continuità territoriale che gli permetteva di collegarsi al Mediterraneo attraverso i suoi proxy sciiti. Fin dalla nascita dell’Impero Safavide, l’elemento religioso ha fornito alle rispettive élite la legittimazione dello scontro tra mondo turco e mondo persiano. Inoltre, l’estensione della propria influenza lungo la direttrice siriana ha anche permesso alla Turchia di avvicinarsi al cuore stesso dell’Islam: così come a inizio Cinquecento Selim I si mosse alla conquista dell’Hegiaz dopo essersi assicurato il controllo del Levante, così oggi Erdoğan riduce le distanze con il principe ereditario saudita bin Salman, rafforzando l’intesa sunnita. Nel contesto della guerra civile, poi, il fattore confessionale ha rappresentato un robusto collante per la variegata galassia anti-Assad, verso cui Ankara non ha lesinato il proprio appoggio.
L’idea panturca ha infatti avuto modo di trovare spazio grazie alla presenza della minoranza turcomanna (anch’essa sunnita), stanziata soprattutto nella parte nord-occidentale del paese. Con una popolazione stimata tra 200 mila e 1,5 milioni di individui, i turcomanni siriani sono stati discriminati ed esclusi dalla vita politica sotto i governi baathisti, subendo anche politiche di assimilazione forzata. Allo scoppio della crisi nel 2011, queste comunità si sono prevedibilmente schierate contro il regime, riuscendo a cogliere rilevanti successi sul campo grazie alla concreta assistenza turca sul piano logistico, dell’armamento e dell’addestramento. La stessa morfologia del confine turco-siriano – con il governatorato di Idlib da una parte e la provincia di Hatay dall’altra – ha facilitato l’arroccamento e la riorganizzazione delle forze dell’opposizione, comprese quelle turcomanne.
Considerazioni conclusive
Sul fronte interno le narrazioni panturche e neo-ottomane hanno anche avuto il merito di distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dalla pur pesante crisi economica ancora in atto, cementando un certo consenso sociale e allontanando sempre di più lo spettro della Sindrome di Sèvres.
Nei due casi presi in esame – tra il cauto panturchismo (quasi paternalistico) verso i tatari di Crimea e l’assertiva proiezione di potenza in Siria, supportata anche dalla retorica neo-ottomana – Erdoğan ha incarnato un modello di flessibile pragmatismo, riconoscendo, a seconda dei frangenti, i limiti ma anche le opportunità che gli si presentavano.

