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21/10/2025
Cina e Indo-Pacifico

Il gesto e la struttura: il senso politico della visita indonesiana a Pyongyang

di Aniello Iannone

Ogni gesto politico è inscritto dentro una struttura. La visita del Ministro degli Esteri indonesiano Sugiono a Pyongyang, nell’ottobre 2025, va letta in questa chiave,  non come un evento isolato, ma come una manifestazione concreta della dialettica tra agency e vincolo che definisce la politica estera delle potenze medie nel mondo contemporaneo. È la prima visita di un capo della diplomazia di Jakarta in Corea del Nord dal 2013, ma soprattutto un atto che sfida le gerarchie implicite dell’ordine internazionale, riaffermando la possibilità, e il diritto,  di agire al di fuori delle logiche prescrittive imposte dai centri di potere. La tradizione diplomatica indonesiana, fondata sulla dottrina “libera e attiva” (bebas dan aktif), nasce come risposta al bipolarismo della Guerra Fredda. Essa combinava idealismo e realismo, principio e adattamento,  rimanere indipendenti, ma partecipare al sistema. Oggi quella stessa dottrina si reinventa in un contesto frammentato, segnato da nuove polarità regionali e da un pluralismo di centri decisionali. La “libertà” non è più soltanto indipendenza politica, ma capacità di articolare nuove connessioni; l’ “attività” non è più solo partecipazione, ma produzione di spazi diplomatici alternativi.

Ogni gesto politico è inscritto dentro una struttura. La visita del Ministro degli Esteri indonesiano Sugiono a Pyongyang, nell’ottobre 2025, va letta in questa chiave,  non come un evento isolato, ma come una manifestazione concreta della dialettica tra agency e vincolo che definisce la politica estera delle potenze medie nel mondo contemporaneo. È la prima visita di un capo della diplomazia di Jakarta in Corea del Nord dal 2013, ma soprattutto un atto che sfida le gerarchie implicite dell’ordine internazionale, riaffermando la possibilità, e il diritto,  di agire al di fuori delle logiche prescrittive imposte dai centri di potere. La tradizione diplomatica indonesiana, fondata sulla dottrina “libera e attiva” (bebas dan aktif), nasce come risposta al bipolarismo della Guerra Fredda. Essa combinava idealismo e realismo, principio e adattamento,  rimanere indipendenti, ma partecipare al sistema. Oggi quella stessa dottrina si reinventa in un contesto frammentato, segnato da nuove polarità regionali e da un pluralismo di centri decisionali. La “libertà” non è più soltanto indipendenza politica, ma capacità di articolare nuove connessioni; l’ “attività” non è più solo partecipazione, ma produzione di spazi diplomatici alternativi.

In questo quadro, la scelta di Jakarta di riaprire il dialogo con Pyongyang assume un valore performativo. La diplomazia performativa non mira necessariamente al risultato materiale, ma all’atto stesso di rappresentare un ruolo. Parlare con la Corea del Nord significa mettere in scena un principio, quello dell’autonomia,  in un contesto dove l’autonomia è sistematicamente erosa dalle logiche di alleanza e di deterrenza. È un gesto che riafferma la capacità di decidere con chi parlare, e dunque la sovranità come pratica, non come status. Dal punto di vista empirico, la missione di Sugiono ha prodotto esiti modesti,  la firma di un memorandum di consultazioni bilaterali, l’intenzione di rafforzare la cooperazione socio-culturale e nessuna evoluzione sul dossier nucleare. Ma il suo significato risiede altrove. In termini simbolici, l’Indonesia ha riaffermato che la sua politica estera non è dettata da una logica di allineamento, bensì da una logica di relazionalità autonoma. Il gesto, dunque, prevale sulla struttura, ma senza illudersi di rovesciarla: la interroga, la incrina, la riarticola.

Autonomia strategica e diplomazia performativa nell’Indonesia di Prabowo Subianto

Questa dimensione gestuale della diplomazia indonesiana non va confusa con una postura estetica. È piuttosto un dispositivo politico, una forma di agency riflessiva che si muove entro vincoli reali ma li utilizza per ampliare il margine d’azione. Il potere di un Paese come l’Indonesia non si misura nella capacità di imporre decisioni, ma nella capacità di aprire possibilità. La diplomazia diventa così uno spazio di invenzione, non di mera reazione. La strategia del presidente Prabowo Subianto riflette questa logica di pluralizzazione. Jakarta ha scelto di moltiplicare i propri interlocutori: intensificando la cooperazione con Stati Uniti e Giappone, ampliando la dimensione economica con la Cina, riattivando canali con Mosca e ora avvicinandosi a Pyongyang. Non è una somma incoerente di direzioni, ma una geografia di interdipendenze calibrate, un tentativo di evitare l’egemonia dell’uno attraverso la presenza dell’altro. È il metodo di sopravvivenza e influenza tipico delle potenze medie nel sistema-mondo contemporaneo.

In questo contesto, l’offerta indonesiana di facilitare il ritorno della Corea del Nord nell’ASEAN Regional Forum (ARF) è un gesto profondamente strutturale. L’ARF resta uno dei pochi spazi multilaterali dove, almeno formalmente, Pyongyang siede accanto a Washington, Tokyo e Seoul , anche se la sua partecipazione è divenuta discontinua. Sostenere la continuità di questo foro significa riaffermare la legittimità del Sudest asiatico come centro di coordinamento normativo, capace di mediare tra le tensioni della Northeast Asia e le istanze del Pacifico meridionale.

Tuttavia, ogni gesto porta con sé il rischio della sua fraintesa. La riapertura verso Pyongyang può essere letta come un tentativo di normalizzazione, oppure come una scelta di opportunismo tattico. Il limite fra autonomia e ambiguità è sottile. Ma è proprio in questa soglia che si colloca l’intelligenza diplomatica di Jakarta: agire senza allinearsi, muoversi dentro le strutture senza accettarne i confini. L’autonomia, qui, non è negazione della dipendenza, ma negoziazione continua delle sue condizioni. La visita di Sugiono a Pyongyang, in definitiva, rivela la tensione costitutiva tra gesto e struttura: l’atto simbolico di chi tenta di agire, e il contesto sistemico che definisce i limiti di quell’azione. L’Indonesia, come altre potenze medie del Sud globale, opera in questa intercapedine tra possibilità e vincolo, trasformando la diplomazia in un linguaggio di resistenza e invenzione. Parlare con Pyongyang non è una rottura dell’ordine, ma una crepa nella sua rigidità,  un segno che anche nel cuore delle strutture più gerarchiche sopravvive il margine dell’azione politica.

In un ordine internazionale in cui la diplomazia tende a ridursi a deterrenza o comunicazione di crisi, l’Indonesia rimette al centro il gesto come pratica di significazione politica. Il suo valore non è immediato, ma costitutivo; riaffermare che, anche sotto vincolo, l’azione resta possibile. E che in ogni struttura, per quanto solida, esiste sempre lo spazio di un gesto che la interroga.