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13/10/2025
Cina e Indo-Pacifico

Spionaggio e covert operations statunitensi in Corea del Nord: fallimenti e nuove sfide 

di Tommaso Tartaglione

Tra fallimenti storici e nuove strategie digitali, le operazioni statunitensi in Corea del Nord rivelano difficoltà persistenti, mentre Pyongyang potenzia i propri apparati di sicurezza e raffina le capacità di sorveglianza contro infiltrazioni straniere.

Tra fallimenti storici e nuove strategie digitali, le operazioni statunitensi in Corea del Nord rivelano difficoltà persistenti, mentre Pyongyang potenzia i propri apparati di sicurezza e raffina le capacità di sorveglianza contro infiltrazioni straniere.

Il 5 settembre il New York Times ha pubblicato un reportage riguardante l’infiltrazione, in Corea del Nord, da parte di agenti del corpo d’élite SEAL Team Six, parte dei Navy SEALs e riconosciuto ufficialmente come Gruppo Navale di Sviluppo Tecniche di Guerra Speciali degli Stati Uniti. L’articolo, intitolato “How a Top Secret SEAL Team 6 Mission Into North Korea Fell Apart”, tratta di un tema rilevante: l’acquisizione di informazioni attraverso operazioni di spionaggio o sotto copertura riguardanti la Corea del Nord, “buco nero” dell’intelligence americana. 

Difficoltà e insofferenze statunitensi 

Benché eseguite in numerose parti del mondo, Washington ha sempre avuto difficoltà a predisporre piani o missioni volte all’ottenimento di dati pertinenti il regime nordcoreano. Ciò lo si deve a due condizioni specifiche: le capacità di Pyongyang nel perfezionare il proprio sistema di sicurezza interno e una cronologia di eventi non favorevoli, se non proprio fallimentari, da parte statunitense. Per il primo punto, il regime, dalla fine della Guerra di Corea, ha portato avanti la costruzione di un complesso securitario multiforme ed elaborato, più volte riorganizzatosi e suddiviso in molteplici uffici, sotto il diretto controllo della famiglia Kim. Inoltre, aspetti come la divisione in scomparti stagni, la competizione tra i servizi segreti civili e militari e la fedeltà al partito, considerata più importante del possesso di specifiche competenze tecniche come primo requisito di reclutamento, hanno garantito la segretezza degli affari interni, rinforzata dopo il crollo dell’URSS e la grave crisi economica e umanitaria della metà degli anni Novanta.

Il secondo punto concerne la storia dei tentativi di Washington di comprendere meglio gli obiettivi di Pyongyang attraverso diverse iniziative di raccolta di informazioni, nonché manovre volte a ostacolarne i progressi missilistici e nucleari. Nonostante l’esperienza, sono limitate le operazioni che la Casa Bianca può definire di successo quando si parla di Corea del Nord. Alcune delle missioni di cui siamo a conoscenza hanno coinvolto la CIA e la NSA, che in diverse occasioni, insieme a vari organi dell’esercito, hanno collaborato per migliorare l’accesso ai dati e il successo di operazioni pianificate con cura. In una prima fase, ciò era motivato dal rischio che un’intrusione americana nello spazio nordcoreano potesse aumentare l’instabilità lungo il 38º parallelo e, di conseguenza, il pericolo di un contatto diretto tra i due blocchi in piena Guerra Fredda; in seguito, dalle preoccupazioni legate al possesso, da parte di Pyongyang, di armi di distruzione di massa.

In particolare, gran parte delle attività più rilevanti è stata portata avanti poco dopo o successivamente alla fine del conflitto coreano, tra gli anni Cinquanta e la fine degli anni Sessanta. Tra queste, l’immissione in territorio nordcoreano di decine di migliaia di membri dello spionaggio statunitense e sudcoreano, l’operazione d’intercettazione e crittoanalisi della nave USS Pueblo (AGER-2) lungo la costa orientale della Corea del Nord, la missione di sorveglianza aerea condotta dal Lockheed EC-121 Warning Star. Manovre che si rivelarono infruttuose, poiché i servizi e l’esercito nordcoreano riuscirono ad intercettare gran parte degli uomini e mezzi adoperati. Forse per tale ragione, gli Stati Uniti non hanno più tentato azioni simili, data altresì la loro l’elevata complessità e il comprovato alto tasso di insuccesso. Solo in tempi più recenti, con l’emergere della questione nucleare e l’irrigidimento di Pyongyang rispetto alla denuclearizzazione – complice una certa insofferenza di Washington verso la oscillante diplomazia nordcoreana – attività di questo tipo sono tornate a presentarsi come soluzioni per la Casa Bianca, non tanto per risolvere il problema, quanto per ritardare o ostacolare l’accelerazione impressa da Kim Jong-un al progetto atomico nazionale.

Interventi di poco successo

Si tratta comunque di atti limitati, che non hanno impedito a Pyongyang di possedere, secondo stime recenti, almeno cinquanta testate nucleari. Ciò è dovuto anche all’elevato tasso di fallimento delle precedenti operazioni d’intelligence. L’arresto dell’USS Pueblo (AGER-2) nel gennaio 1968, nave ELINT per lo spionaggio elettronico, resta un episodio centrale nella propaganda nordcoreana.

Il fallimento dell’operazione costrinse Washington a un lungo negoziato con Pyongyang per il rilascio dell’equipaggio, mentre le azioni militari risultarono impraticabili per il sostegno cinese e la scelta del presidente Johnson di privilegiare la diplomazia. Nel frattempo, i nordcoreani ottennero libero accesso alla tecnologia e documentazione statunitense dell’imbarcazione spia.

Un altro episodio rilevante fu l’abbattimento, da parte della Forza Aerea nordcoreana, di un Lockheed EC-121 Warning Star nel Mar del Giappone durante la missione Beggar Shadow, volta a monitorare le comunicazioni del blocco sovietico. L’evento mise in evidenza le difficoltà di reazione della Casa Bianca: nonostante le pressioni interne per una risposta, gli Stati Uniti non agirono per mancanza di informazioni e problemi di comunicazione. L’incidente non fermò i voli spia, ma rivelò l’allora – e forse ancora attuale – indecisione americana nel gestire le crisi nel quadrante coreano.

Infine, sebbene poco documentato, vi fu l’invio di unità statunitensi e sudcoreane per attività HUMINT, durante e dopo la guerra di Corea, volte alla raccolta di informazioni tramite contatti diretti. Già sperimentata nel conflitto, quando centinaia di contadini furono impiegati per individuare le posizioni delle forze di Pyongyang, la strategia non ebbe uguale successo nelle operazioni successive. Come ricordato da Mark Sauter su NK News, su oltre diecimila agenti inviati solo duemila riuscirono a tornare o fare rapporto, presumibilmente a causa della riorganizzazione dei servizi di sicurezza nordcoreani, che smascherò così numerosi infiltrati.

Nuovi orizzonti

Gli insuccessi evidenziati portarono a una rimodulazione dello spionaggio verso la Corea del Nord, orientata verso approcci più sofisticati e caratterizzati da minori costi e rischi operativi. È il caso dei progressi tecnologici nell’elaborazione dei dati e delle immagini, fondamentali nell’analisi satellitare e capaci di rilevare movimenti di truppe, esercitazioni e sviluppi infrastrutturali o economici. Attraverso la triangolazione di informazioni, spesso provenienti da canali ufficiali nordcoreani, è stato possibile individuare novità relative ai progetti militari e nucleari del regime. Il sito 38 North, ad esempio, ha rilevato movimenti nel complesso di ricerca nucleare di Yongbyon, mentre l’analista Jacob Bogle ha mappato gran parte del territorio nordcoreano tramite materiale OSINT, documentando siti missilistici, industriali e campi di detenzione.

Ciò non significa, tuttavia, che Washington abbia rinunciato a manovre di più ampia efficacia contro Pyongyang. Sempre secondo il New York Times, nel 2017 l’amministrazione Trump avrebbe ereditato dalla presidenza Obama un programma di cyberwarfare basato sulla tecnica “left of launch”, che combinava attacchi informatici e propagazione elettromagnetica per interferire con radar, sistemi di comando e componenti elettronici nemici. Il piano sotto copertura sembrò dare risultati, come mostrato dall’alto numero di lanci falliti e dalle indagini ordinate successivamente da Kim Jong-un, che attribuivano tali insuccessi alla CIA e al National Intelligence Service di Seul.

La fallita missione dei Navy SEAL potrebbe segnalare, pertanto, il ritorno ad azioni più intraprendenti da parte delle agenzie statunitensi. Secondo quanto riportato, il compito della missione era l’installazione di un dispositivo elettronico capace di intercettare le comunicazioni della dirigenza nordcoreana durante i negoziati tra Washington e Pyongyang nel 2019. I movimenti dei veicoli subacquei, provenienti dal sottomarino nucleare con cui la squadra era giunta in acque nordcoreane, e loro illuminazione, oltre ad alcune manovre confuse degli uomini a bordo, destarono l’attenzione di una nave da pesca poco distante. Temendo si trattasse di un’imbarcazione nordcoreana, entrambi i gruppi del SEAL Team Red Squadron decisero di ritirarsi e abbandonare la missione. Mentre il primo, già a terra con l’obiettivo di collegare l’apparecchiatura di ricezione, rientrò verso il sottomarino, il secondo attaccò il peschereccio, uccidendo i civili a bordo per eliminare eventuali testimoni.

Dopo la divulgazione dell’inchiesta, il presidente Trump ha negato di esserne a conoscenza, affermando di aver appreso i fatti solo dopo la sua diffusione. Allo stesso modo, gli uffici della Casa Bianca e del Pentagono non hanno commentato la vicenda. E, apparentemente, neanche gli organi d’informazione di Pyongyang, in particolare l’agenzia di stampa KCNA, hanno riportato la notizia o pubblicato un formale articolo di protesta. In ogni caso, alcuni analisti hanno sottolineato come missioni di questo tipo comportino “alti rischi” e “pochi risultati”. Eppure la Casa Bianca potrebbe essere tentata, in futuro, di replicarle, modificandole nell’esecuzione ma non nelle finalità: ottenere dati o fonti attendibili sulla Corea del Nord e sulla dinastia Kim.

Non è chiaro se a seguito della pubblicazione della notizia o per altre ragioni, Pyongyang abbia recentemente ampliato le proprie operazioni di spionaggio, rafforzando le capacità di raccolta e analisi dell’intelligence esterna. In particolare, l’Ufficio Generale di Ricognizione, agenzia che si occupa di operazioni clandestine e sotto copertura, avrebbe avviato un piano per il lancio di nuovi satelliti spia, con l’obiettivo di creare una rete nazionale in grado di monitorare le attività militari sudcoreane e statunitensi oltre il 38º parallelo. Ad oggi, la Corea del Nord dispone di un solo satellite funzionante in orbita, peraltro non particolarmente potente, ma non è detto che, in futuro, l’acquisizione di nuove tecnologie (forse russe) nel campo spaziale possa invertire la tendenza. L’ambito aerospaziale è infatti tra i punti citati nel trattato di cooperazione strategica firmato da Putin e Kim Jong-un nel giugno 2024, e i nordcoreani possiedono già sistemi di lancio relativamente avanzati grazie alle sperimentazioni balistiche intercontinentali. Uno scenario di questo tipo renderebbe ancora più complicata la posizione di Washington, sollevando dubbi sulla reale fattibilità di operazioni di più ampio respiro. La crescente capacità predittiva di Pyongyang aumenterebbe il rischio di fallimenti nelle operazioni sotto copertura, con possibili incidenti diplomatici di difficile gestione e un’ulteriore crescendo della tensione nella penisola coreana.

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