Al vertice dell’Aja del 2025 i Paesi della NATO si sono impegnati a destinare alla sicurezza fino al 5% del PIL entro il 2035. Una parte autorevole del commento economico ne ha tratto subito la conseguenza: Janan Ganesh, sul Financial Times, ha scritto che l’Europa deve ridimensionare il suo Stato sociale per costruire uno Stato di guerra. Torna così, quasi intatta, la formula novecentesca “burro o cannoni”. È una scorciatoia. E, come tutte le scorciatoie, rischia di portare fuori strada.
Il punto è che il conflitto ha cambiato bersaglio. Nella guerra ibrida l’obiettivo primario non è la forza armata, ma la fiducia dei cittadini: blackout elettrici e informatici, pressioni sui decisori, campagne di disinformazione sono atti ostili che non richiedono alcuna dichiarazione di guerra. Sono atti preparatori, analoghi alle mobilitazioni di un tempo. Con una differenza: la mobilitazione delle coscienze, un tempo pubblica e urlata, è oggi silenziosa, frammentata, algoritmica. Se il campo di battaglia è la coesione interna, lo Stato sociale non è un capitolo di spesa in concorrenza con la difesa: è la retrovia della nazione.
Conviene allora intendersi su che cosa sia uno Stato giusto. È quello che garantisce a tutti non soltanto le libertà di opinione e di voto, ma anche la libertà dal bisogno estremo, dalla malattia che emargina, dall’ignoranza. Albert O. Hirschman ci ha insegnato che di fronte a un’ingiustizia il cittadino può restare leale, andarsene o protestare; Jason Brennan, in Estremi rimedi, aggiunge una quarta opzione, la resistenza. Le tesi di Brennan restano controverse, ma la diagnosi che le sorregge è difficile da contestare: la lealtà non è un dato acquisito, è condizionata dalla percezione che lo Stato sia giusto. Ed è esattamente su quella percezione che lavora un avversario ibrido, per convertire il dissenso in sfiducia sistemica.
Nulla di nuovo, a ben vedere. La storia europea mostra che la protezione sociale è nata molto spesso come risposta a esigenze militari e di tenuta politica. Bismarck vara le assicurazioni contro malattie, infortuni e vecchiaia per legare la classe operaia al Reich e sottrarla all’influenza socialista. La Grande Guerra trasforma il patto tra Stato e cittadini: chi ha combattuto in trincea chiede di contare, e nel 1919 l’Italia introduce l’assicurazione obbligatoria per invalidità e vecchiaia, mentre il Trattato di Versailles fonda l’Organizzazione internazionale del lavoro sul principio che non c’è pace duratura senza giustizia sociale. Il Rapporto Beveridge, scritto nel pieno della Seconda guerra mondiale, presenta la sicurezza sociale come uno degli scopi per cui il Paese combatte. Richard Titmuss ne ha tratto la regola: quando la guerra chiede la partecipazione di tutti, lo Stato deve proteggere tutti.
La stessa lezione affiora oggi, e da sponde insospettabili, nella cultura strategica statunitense. Il rapporto Global Trends 2040 del National Intelligence Council registra che tra il 1990 e il 2018 circa metà dei Paesi ha visto allargarsi il divario tra ricchi e poveri, e che tra il 2007 e il 2016 la povertà è cresciuta in 19 economie avanzate su 32, Italia compresa; ne conclude che gli Stati più efficaci saranno quelli capaci di costruire consenso e fiducia. La National Security Strategy del 2022, firmata da Biden, definiva la forza del ceto medio “critica per la sicurezza nazionale”. Quella del 2025, firmata da Trump e di impostazione opposta, accusa le élite di aver svuotato il ceto medio e la base industriale su cui poggia la potenza militare, e invoca una prosperità “ampiamente condivisa, non concentrata al vertice”. Quando due amministrazioni agli antipodi concordano sul fatto che la tenuta sociale è una questione di sicurezza, il nesso smette di essere una tesi di parte. Diventa una costante.
Joseph Nye ha dato a questa intuizione una forma teorica: né l’hard power né il soft power bastano da soli; il risultato si ottiene soltanto con lo smart power, la capacità di combinarli. La guerra ibrida si colloca esattamente su questa frontiera: usa strumenti duri, come il sabotaggio delle infrastrutture, per produrre effetti morbidi, come la perdita di fiducia. L’Alleanza atlantica ne ha preso atto. I 2026 Resilience Baseline Requirements fissano sette requisiti per gli alleati, dalla continuità dei servizi governativi critici all’energia, dall’acqua e dal cibo alla sanità e ai trasporti civili: quasi nessuno è militare in senso stretto, e a questa preparazione civile gli alleati possono imputare fino all’1,5% del PIL. Sanità, energia e servizi pubblici sono, a tutti gli effetti, infrastruttura di difesa.
Il vincolo, sia chiaro, è reale: risorse finite, debito elevato, invecchiamento demografico. E l’alternativa tra burro e cannoni ha un’ascendenza illustre. Nel 1953 Dwight D. Eisenhower, che aveva guidato lo sbarco in Normandia, misurò il costo di un bombardiere in scuole, ospedali e centrali elettriche, e concluse che sotto la nube della guerra l’umanità era “appesa a una croce di ferro”. Otto anni dopo, congedandosi dalla Casa Bianca, mise in guardia contro l’influenza indebita del complesso militare-industriale, e indicò in una cittadinanza vigile e informata l’unico antidoto. Eppure Eisenhower non poneva un aut aut: non negava la necessità della difesa, ne misurava il prezzo. E affidava a una società coesa e istruita il compito di tenerla al servizio della sicurezza.
I numeri, del resto, confermano che spesa e capacità non coincidono. Nel 2025 i Paesi dell’Unione hanno speso per la difesa circa 381 miliardi di euro; eppure l’industria europea del settore occupa direttamente circa 500.000 persone, contro i 30 milioni di addetti della manifattura. Anche i mercati hanno cambiato giudizio. Rheinmetall, decuplicata tra la vigilia dell’invasione dell’Ucraina e il febbraio 2025, a fine settembre 2026 quotava circa la metà del record toccato un anno prima. Non è un incidente: gli investitori sono passati dall’annuncio della spesa alla verifica della capacità di trasformarla in produzione e utili. Lo si è visto il 24 giugno, quando l’abbandono del programma di fregate F126 da parte di Berlino è costato al titolo oltre il 13% in una sola seduta. In questo quadro Leonardo ha tenuto meglio dei concorrenti: ha toccato il suo massimo più tardi, nel marzo 2026, e ha poi corretto meno, forte della verticalizzazione garantita dall’acquisizione del ramo difesa di Iveco e di un portafoglio sbilanciato su elettronica, spazio e cibersicurezza. Il mercato, in altre parole, premia non la quantità di lamiera, ma l’intelligenza dei sistemi: una versione industriale dello smart power.
È il passaggio dalla lamiera all’algoritmo. Il progetto di bilancio tedesco per il 2027 riduce la spesa per munizioni da 11 a 9,6 miliardi di euro; l’Estonia ha sospeso un acquisto di veicoli da combattimento da 500 milioni per investire in droni e difesa aerea; la tedesca Helsing ha raccolto 1,8 miliardi di dollari con una valutazione di 18 miliardi. In questi sistemi la scocca è sacrificabile e il valore sta nel software. Ne consegue che l’automazione contrae il moltiplicatore occupazionale della spesa militare: il settore assorbe pochi ingegneri altamente qualificati, non la manodopera espulsa dalla crisi dell’automotive. Il riarmo non può fare da ammortizzatore sociale. E tagliare il welfare per finanziarlo significherebbe perdere due volte.
C’è poi un terreno su cui welfare e warfare coincidono letteralmente: i dati. Gli archivi previdenziali, sanitari e fiscali descrivono un intero Paese: redditi, salute, famiglie, mobilità. Per un avversario sono una mappa delle vulnerabilità sociali; per un fornitore privato, un patrimonio da valorizzare. Vanno trattati come infrastruttura critica, al pari di una rete elettrica o di un porto. Nell’universo di Tolkien i palantíri permettevano di vedere lontano, ma chi li usava senza esserne padrone finiva per vedere ciò che un altro voleva mostrargli. Esternalizzare l’analisi dei dati pubblici significa esternalizzare una parte del potere di decidere.
Ne deriva una conseguenza scomoda per la nostra classe dirigente. Il dirigente di un ente previdenziale, sanitario o locale è oggi, a tutti gli effetti, un attore della sicurezza nazionale: gestisce infrastrutture critiche, dati sensibili, servizi da cui dipende la tenuta di una società nelle crisi. Eppure la dirigenza pubblica è stata a lungo abituata a delegare la sensibilità geopolitica al solo corpo diplomatico. Non si tratta di trasformare la geopolitica in ideologia: chi estrae dalla cassetta degli attrezzi soltanto il martello finisce per dare solo martellate. Si tratta di costruire percorsi comuni tra dirigenza civile e militare, perché la preparazione civile, la sicurezza economica e la sovranità dei dati diventino un lessico condiviso.
Christopher Clark ha raccontato i leader europei del 1914 come sonnambuli: nessuno voleva la guerra generale, ciascuno inseguiva obiettivi limitati senza vedere l’effetto cumulativo delle proprie scelte. Trattare welfare e warfare come voci di bilancio in competizione, e sacrificare l’uno all’altro senza misurarne le conseguenze, sarebbe una forma di sonnambulismo strategico. Lo Stato giusto non sceglie tra protezione sociale e difesa: le tiene insieme, perché concorrono alla medesima missione. Il bombardiere di Eisenhower ha cambiato forma. Il suo conto, no.

