Ripercorriamo la storia della politica estera neozelandese, dal passato coloniale alla linea “indipendente”, per poi guardare ai cambiamenti più recenti. Negli ultimi anni, gli sviluppi geopolitici stanno spingendo l’isola ad un atteggiamento più critico verso la Cina. Le ultime scelte del governo Luxon riavvicinano il paese agli Stati Uniti e ai partner di difesa, superando le ambiguità del passato.
All’inizio del Novecento la Nuova Zelanda faceva parte dell’Impero britannico ed era subordinata alla Corona in materia di politica estera. Nella Prima guerra mondiale, inviò le forze armate in Europa al fianco degli Alleati e, sul fronte del Pacifico, ottenne un importante successo occupando la Samoa tedesca. Su richiesta britannica, nel 1914 le “Expeditionary Forces” presero Apia, amministrandone il territorio fino al 1962.
I neozelandesi combatterono in Europa anche durante la Seconda guerra mondiale, ma la minaccia più grande era l’espansione dell’Impero giapponese in Asia. Il pericolo si fece concreto dopo la caduta di Singapore e i bombardamenti a Darwin del 1942, eventi che intensificarono la cooperazione con gli Stati Uniti e l’Australia. I neozelandesi parteciparono alla difesa della Nuova Caledonia e combatterono a Singapore, nelle Isole Salomone e nei mari del Giappone, supportando le azioni di contenimento delle forze nipponiche. Con la fine del conflitto, la Nuova Zelanda andò incontro a due trasformazioni fondamentali. Nel 1947 adottò lo Statuto di Westminster, affermando l’autonomia dal Parlamento britannico. In seguito, complice il declino internazionale del Regno Unito, rafforzò i legami strategici con gli Stati Uniti, ormai potenza egemone nel Pacifico.
Il trattato ANZUS e la Guerra Fredda
Nel 1951, la Nuova Zelanda firmò il trattato ANZUS con Stati Uniti e Australia. Sebbene non prevedesse un meccanismo automatico di difesa collettiva come nel caso della NATO, l’articolo 4 sanciva un chiaro impegno alla difesa comune: “Ciascuna Parte riconosce che un attacco armato nell’area del Pacifico contro una qualsiasi delle Parti costituirebbe un pericolo per la propria pace e sicurezza, e dichiara che agirebbe per affrontare il pericolo comune in conformità con i propri processi costituzionali”. Accanto all’accordo furono sviluppati diversi strumenti di cooperazione, tra cui lo scambio di intelligence, la sorveglianza marittima, il supporto logistico, e meccanismi di consultazione regolare. L’architettura di sicurezza delineata da ANZUS si fondava sull’esperienza del conflitto mondiale, ma venne adattata al contesto della Guerra Fredda, orientandosi verso la deterrenza nei confronti dell’Unione Sovietica e il contenimento del comunismo nella regione. In tale quadro, la Nuova Zelanda supportò la coalizione guidata dagli Stati Uniti durante la Guerra di Corea (1950–1953) e, in misura minore, durante il conflitto in Vietnam (1955–1975).
Crisi ANZUS e indipendenza
I rapporti con gli Stati Uniti subirono però una battuta d’arresto quando la Nuova Zelanda adottò la cosiddetta nuclear-free policy. Nel 1985, Washington richiese che il cacciatorpediniere USS Buchanan attraccasse ad Auckland, ma il vicepremier Palmer negò l’ingresso della nave. Gli USA, infatti, seguendo la dottrina del neither confirm nor deny, non avevano specificato se a bordo vi fossero armamenti o sistemi a propulsione nucleare. La reazione statunitense fu immediata: sospensione della condivisione di intelligence, cancellazione delle esercitazioni militari congiunte, rinvio a tempo indeterminato della riunione del Consiglio ANZUS e blocco degli incontri intergovernativi. Inequivocabili furono le parole del segretario di Stato americano Schultz “We part company as friends, but we part company, as far as the alliance is concerned”. Secondo l’analisi di A. Catalinac, fondata su interviste a funzionari neozelandesi e sull’esame dei dibattiti parlamentari, l’opposizione agli USA fu un tentativo deliberato di affermare una maggiore autonomia rispetto all’alleato senior. Se le precedenti minacce avevano spinto la Nuova Zelanda a legarsi a Washington, la relativa assenza di tensioni nel Pacifico permise al paese di tracciare un indirizzo più indipendente.
L’ascesa della Cina
L’indipendenza dagli Stati Uniti consentì alla Nuova Zelanda di diversificare la propria politica estera, in particolare con la Cina – paese diventato nel tempo il suo più grande partner commerciale. Nel 2022, le esportazioni neozelandesi rappresentavano il 27% del totale, trainate dalle vendite di prodotti lattiero-caseari, frutta e legno; le importazioni ammontavano al 23%, relative soprattutto a macchinari, mobili e veicoli. Gli interessi economici hanno spinto la Nuova Zelanda a coltivare con cura la diplomazia verso la nuova potenza asiatica, favorendone l’inserimento nel sistema internazionale. La Nuova Zelanda è stata la prima Nazione “occidentale” a supportarne l’accesso al WTO (1997), a designare il paese come una “market economy” (2004), a firmare un accordo di libero scambio (2008), ad entrare nell’Asian Infrastructure Investment Bank (2015) e a firmare un MoU sul progetto della Via della Seta (2017). Se i commerci hanno preso sempre più la via per Pechino, la Nuova Zelanda non ha però reciso i ponti con gli Stati Uniti, rimanendo membro del network di intelligence “Five Eyes” e assistendo il partner americano durante i conflitti in Somalia, Bosnia-Erzegovina e Afghanistan. D’altronde, Stati Uniti e Cina hanno goduto di un rapporto relativamente buono tra gli anni Novanta e i primi anni Duemila: per la Nuova Zelanda e per tanti altri paesi asiatici, bilanciare i propri interessi economici e di sicurezza tra le due potenze non poneva particolari problemi.
La nuova postura neozelandese
Negli ultimi anni, tuttavia, la competizione tra Stati Uniti e Cina si è intensificata, rendendo più difficile per la Nuova Zelanda mantenere un posizionamento equidistante. Washington ha annunciato il “pivot to Asia”, rilanciato il Quad e istituito l’Indo-Pacific Economic Framework, mentre Pechino ha fondato l’AIIB e portato avanti la Via della Seta. Inoltre, la crescita dell’assertività cinese verso Taiwan e nel Mar Cinese Meridionale ha acuito le tensioni tra le due superpotenze e generato preoccupazione in molti paesi della regione. In questo contesto, Wellington ha iniziato a rivedere la propria postura verso Pechino, passando a posizioni meno accomodanti. Nel 2018 il Defence Policy Statement ha definito la Cina una “sfida per l’ordine liberale internazionale” e il suo comportamento “sempre più sicuro di sé” – cui Pechino ha reagito chiedendo di “correggere le proprie parole”. Il documento ha anche notato che le posizioni cinesi sui diritti umani e la libertà di informazione contrastano con quelle neozelandesi. Nel 2021, il Defence Assessment ha rimarcato come la crescita della Cina sia il fattore chiave nei cambiamenti geopolitici della regione, ed espresso preoccupazione per il rischio che una potenza lontana dai valori e interessi neozelandesi stabilisca basi militari nel Pacifico. La questione cinese ha anche spinto la Nuova Zelanda ad annunciare il “Pacific Reset”, strategia che intende rafforzare le partnership strategiche, gli investimenti e la presenza diplomatica neozelandese nella regione. L’obiettivo del Reset è tutelare gli interessi nazionali in un’area sempre più contesa – come emerso dalle recenti vicende delle isole Salomone e Cook. Nel 2022, le Isole Salomone hanno firmato un trattato di sicurezza con Pechino, da cui trapelava che accettassero polizia e militari cinesi sul proprio territorio. Più recentemente, le isole Cook hanno raggiunto delle intese con Pechino per promuovere lo sviluppo e gli investimenti. In risposta, la Nuova Zelanda – principale partner delle isole – ha sospeso l’emissione di nuovi fondi verso le Cook, chiedendo trasparenza nei rapporti bilaterali.
Questo cambio d’approccio è ancora più rilevante se si considera che la Nuova Zelanda è stata indicata come l’anello debole del gruppo di intelligence Five Eyes, che include Stati Uniti, Regno Unito, Canada, Australia e Nuova Zelanda. Proprio per i toni concilianti di Wellington nei confronti di Pechino, alcuni osservatori hanno ironicamente ribattezzato l’alleanza “Four Eyes and a Wink”. Un esempio emblematico risale al 2021, quando il ministro degli Esteri Mahuta dichiarò che la Nuova Zelanda non avrebbe permesso che il gruppo determinasse le sue relazioni con la Cina. Quelle parole sollevarono tensioni con Canberra e misero in evidenza le differenze tra i due lati del mar di Tasmania. Contrariamente a Wellington, l’Australia è rimasta parte attiva del trattato ANZUS e ha mantenuto un saldo allineamento con gli Stati Uniti, testimoniato anche dalla firma dell’accordo AUKUS per la fornitura di sottomarini a propulsione nucleare. Un’altra differenza riguarda la vulnerabilità economica. Sebbene entrambi esportino molto in Cina, l’Australia vende materie prime difficili da sostituire con importazioni da altri mercati, mentre l’export neozelandese è dominato da beni agricoli, più esposti a eventuali ritorsioni in caso di guerra commerciale. Gli ultimi governi neozelandesi stanno gradualmente affrontando il tema della sicurezza rispetto alla Cina. Ciò è particolarmente evidente nell’attuale esecutivo guidato da Christopher Luxon, che secondo The Economist sta portando avanti il “più grande cambio di rotta del paese dagli anni ‘80”. L’esecutivo ha proposto un aumento delle spese per la difesa che le raddoppierebbe nei prossimi otto anni. Il piano potrebbe, tra le altre cose, ridurre la percezione che la Nuova Zelanda faccia free-riding rispetto alle capacità militari dell’alleato australiano. Parallelamente, il governo ha aderito a diversi network strategici USA, aperto un ufficio FBI sul proprio territorio, e confermato che si sta valutando una cooperazione sui programmi di sviluppo tecnologico AUKUS. Ha anche firmato un accordo con le Filippine che permetterà il dispiegamento reciproco dei militari sul territorio. Infine, è stato deciso di far navigare la nave Aotearoa nello stretto di Taiwan insieme a un cacciatorpediniere australiano a scopo di deterrenza – azione che la Nuova Zelanda non compiva dal 2017. Non tutti, però, condividono questa svolta. Alcuni ex premier, ministri e ambasciatori neozelandesi hanno firmato una lettera che critica la linea del governo e mette in guardia dall’antagonizzare il principale partner economico del paese. Le voci critiche, soprattutto dell’ex premier Clark, testimoniano che la definizione della politica estera neozelandese è un processo dinamico e oggetto di un vivo dibattito. Allo stesso tempo, le scelte del governo raccontano di quanto la rivalità tra superpotenze stia cambiando il panorama intorno all’isola, e di come le minacce esterne possano portare anche la Nuova Zelanda ad assumere posizioni nette nelle contese della regione.

