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Taiwan e la Santa Sede: un sodalizio diplomatico sui generis

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Tra i quindici Stati che mantengono ancora relazioni diplomatiche ufficiali con Taiwan il più importante nonché unicum in Europa è il Vaticano. Questo speciale rapporto ha radici lontane e si fonda sulla circostanza che Taiwan è, per la Santa Sede, l’unico posto in Cina dove può mantenere una propria nunziatura (o ambasciata).

E ciò per il semplice fatto che mentre il Pontefice ha il potere di ordinare vescovi sull’isola, non gli è invece parimenti consentita tale appuntatura nel continente a causa della intransigenza rimostrata dal regime comunista. Come sappiamo, il governo della Repubblica Popolare Cinese si affermò nella Cina continentale nel 1949 e contestualmente il governo della Repubblica di Cina fu costretto a riparare su Taiwan. I rapporti sino-vaticani, floridi fino a quell’anno, presto deteriorarono con il regime comunista ora al potere. Le autorità comuniste espulsero l’Internunzio apostolico nel 1951 e pochi anni dopo costui si trasferì a Taipei. La posizione ufficiale della Santa Sede è che ha ancora un rapporto con la Repubblica di Cina, seguendo in effetti una politica di riconoscimento ultravires, mentre da un lato disconosce la Repubblica Popolare Cinese e dall’altro nemmeno pare riconoscere Taiwan come entità politica autonoma¹. Dopo che Taiwan fu espulsa dall’ONU nel 1971, il Vaticano, come molti altri stati, declassò i suoi rapporti con il ROC, ma in un modo peculiare. Nel 1972 infatti il nunzio di Taipei fu spostato temporaneamente in Bangladesh, e da lì curò gli affari per conto della Nunziatura di Cina. Rimase nunzio in Cina fino al 1979, dopo di lui nessun ambasciatore venne nominato al suo posto. Perciò, l’ambasciata a Taipei dal 1972 è guidata da un incaricato d’affari². Formalmente quindi il chargé d’affaires di stanza a Taipei cura gli affari sia dell’isola di Taiwan sia soprattutto della Cina continentale. Da notarsi che mentre sull’isola i cattolici sono circa 500mila, nel continente essi sono invece 12 milioni (senza contare i membri delle chiese clandestine)³.

Per la forza dei numeri in campo, non c’è dubbio che se il Vaticano riuscisse a calmierare le relazioni finora difficoltose con la Repubblica Popolare Cinese e soprattutto a raggiungere un accordo soddisfacente sulla nomina dei vescovi, potrebbe traslare il riconoscimento da Taipei a Pechino. Il problema nelle relazioni sino-vaticane investe soprattutto la questione relativa all’autonomia delle fedi religiose e più in generale la libertà di espressione religiosa. Le religioni in Cina sono infatti organizzate in otto associazioni patriottiche nazionali che almeno formalmente sono associazioni di volontariato e che nei fatti, tuttavia, sono organi del Partito Comunista Cinese. Così i vescovi in Cina, anziché essere appuntati dal Papa come la dottrina cristiana imporrebbe, vengono invece scelti dalla Chinese Catholic Patriotic Association. In base al diritto canonico, questi vescovi incorrono automaticamente nella scomunica. La Santa Sede ha condannato le ordinazioni, anche se non ha mai annunciato tali sanzioni, forse per non irrigidire ancor più i tesi rapporti. Non per nulla la Segreteria di Stato vaticana ed il Ministero degli Esteri cinese hanno firmato un accordo provvisorio nel 2018⁴. Il testo dell’accordo è rimasto segreto, anche se pare essersi concentrato proprio sulla spinosa questione relativa alle nomine episcopali. Si è inferito che il Papa avrà l’ultima parola su chi viene nominato vescovo, essendogli consentito quindi il veto sui candidati proposti dall’Associazione Patriottica. Tale accordo è stato poi rinnovato dalle parti nel 2020, suscitando in quest’occasione le critiche del Segretario di Stato Usa Pompeo che ha rimarcato il deficit di libertà religiosa in essere in Cina. La presidenza e il ministero degli esteri della Roc (Taiwan) hanno tentato di dar la veste migliore alla cosa, rilevando che i negoziati in corso tra la Santa Sede e la Rpc riguardino solo la questione dei vescovi, non anche i rapporti politici. Il Ministero degli Esteri di Taiwan ha infatti affermato che “the ties with the Vatican will not be affected by the Holy See’s agreement with China, […] we hope the agreement will enhance religious freedom in China.”⁵ Forse in un illusorio tentativo di nascondere la polvere sotto il tappeto, le autorità taiwanesi ignorano come la storia dello Stato del Vaticano, pur con tutti i dovuti rimaneggiamenti, si basi anche sulle nomine episcopali.

Nel corso dei secoli si sono combattute guerre tra il papato e l’impero per questo motivo (vedi la lotta per le investiture), giacché un pontefice che non può nominare i ministri di culto per la cura delle anime non ottempera al suo alto magistero. Le nomine episcopali rappresentano quel poco di sovranità residuato ancora nelle mani del pontefice. Ed una delle condizioni perché il regime di Pechino acconsenta a tali nomine è proprio la rottura dei rapporti diplomatici tra il Vaticano e Taiwan. Quanto sta succedendo in Vietnam dovrebbe illustrare la probabile via. Hanoi e la Santa Sede non hanno infatti formali relazioni diplomatiche, non c’è un nunzio apostolico in loco, ma è quello di Singapore che cura le relazioni con il Vietnam⁶. Il Partito Comunista Vietnamita, infatti, come il suo omologo cinese, aveva da tempo osteggiato le nomine episcopali ed in generale sottoposto la Chiesa vietnamita a pesanti controlli e finanche a persecuzioni. Eppure, i rapporti tra il Vaticano ed il Vietnam sono ormai pronti per il disgelo grazie ad un accordo stipulato anzitempo proprio per garantire la nomina dei vescovi al sommo pontefice⁷. In linea con quanto avviene in quel di Hanoi, ben potrebbe accadere la stessa cosa nei rapporti sino-vaticani, con annesso switch diplomatico ai danni di Taipei. Si può obiettare che l’art. 6 della Convenzione di Montevideo sui diritti e doveri degli Stati preveda espressamente la irrevocabilità ed incondizionalità del riconoscimento⁸. Pertanto, non sarebbe conforme ai principi qui richiamati che il Vaticano:

a) revochi il riconoscimento già dato alla Repubblica di Cina;

b) condizioni il riconoscimento della Repubblica Popolare Cinese all’accordo sulle nomine episcopali. 

Tuttavia, quando si parla di Taiwan e Repubblica Popolare non esiste il riconoscimento duale, la possibilità cioè di riconoscere al contempo le due realtà statuali, esiste invero un’unica Cina. Prima avallato anche da Taipei, il principio in esame continua ancor oggi ad essere sostenuto con forza da Pechino. Questa, infatti, considera Taiwan una provincia ribelle e parte inalienabile del proprio territorio. Il diktat cinese è in tal senso adamantino: per gli Stati che ambiscono all’amicizia con il Dragone non c’è spazio per il riconoscimento diplomatico di Taiwan, perché ciò costituirebbe una violazione della sua sovranità territoriale e neppure la Santa Sede fa eccezione.

¹A tal proposito, vedi: MOODY P., The Vatican and Taiwan: An Anomalous Diplomatic Relationship, Journal of Contemporary China, Vol. 29, No. 124, 2020, p. 557

² In tal senso, vedi: Collection of Documents, pp. 228–9 (E)

³Per questo, vedi: CANESTRI C., Cina-Vaticano: confermato l’accordo sui vescovi, Taiwan osserva, Osservatorio sulla Sicurezza Internazionale, www.sicurezzainternazionale.luiss.it

⁴Per questo, vedi: Provisional Agreement Between Holy See and China, Vatican News, September 22, 2018, accessed August 13, 2019, www.vaticannews.va 

⁵A tal proposito, vedi: REUTHER A., Vatican, China Strike Provisional Deal on Appointment of Bishops, DPA.International, September 22, 2018,  www.dpa-international.com

⁶In tal senso, vedi: GAGLIARDUCCI A., Diplomazia Pontificia, un nuovo nunzio per rafforzare i rapporti con il Vietnam, 26 maggio 2018, www.acistampa.com

⁷Al riguardo, vedi: USAI M., Vietnam e Vaticano: un modello di successo?, 29 novembre 2020, www.iari.site 

⁸Sul punto, vedi: Convention on Rights and Duties of States, Montevideo, 26th December 1933, http://www.oas.org/en/

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