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NotizieTaiwan può festeggiare?

Taiwan può festeggiare?

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Diplomatiche felicitazioni per il neoeletto Presidente Biden, sebbene il suo insediamento il prossimo 20 gennaio ponga per Taipei più domande che risposte.

Lo scorso 9 novembre, la Presidente di Taiwan Tsai Ing-wen si è congratulata con Joe Biden per la sua elezione a Presidente degli Stati Uniti d’America. Nel suo messaggio, Tsai ha precisato che “i valori su cui i due paesi hanno costruito le loro relazioni non avrebbero potuto essere più forti”, rilanciando la sua volontà di lavorare al più presto con la nuova amministrazione per potenziare tali legami. Non è il primo scambio di convenevoli diplomatici tra i due leader, avendo infatti Tsai reciprocato gli auguri che Biden le aveva formulato a suo tempo, quando era stata confermata alla guida del paese asiatico per un secondo mandato. È certo che il prossimo presidente si insedierà in un momento storico di grande integrazione tra i due paesi sotto tutti i profili, da quello strategico-militare a quello commerciale, fino a completarsi in quello prettamente politico. Ponendo a raccordo tali rilievi, quale miglior futuro nelle relazioni taiwanesi-americane potrebbe mai prospettarsi a tal punto? Eppure, qualche nube di troppo potrebbe addensarsi sui cieli di Taiwan, all’indomani del 20/01/2021 quando cioè il nuovo presidente avrà giurato dinanzi a Capitol Hill.

Taiwan e USA vicini per la ragion di stato

Un sondaggio YouGov condotto poco prima delle elezioni USA in otto paesi dell’Indo-Pacifico mostrava che solo Taiwan preferiva Trump a Biden (42% contro 30%). Per fare un raffronto con un paese vicino, la Malaysia pendeva per Biden col 62% contro il 9% di Trump. Il dato apparentemente potrebbe stupire se ponessimo mente che nell’area Taiwan è il paese che vanta il Democracy Index più elevato, con il rispetto dei diritti umani vero caposaldo della presidenza Tsai e fiore all’occhiello del sistema paese nel mondo. E tutto ciò mentre a Washington c’era un presidente mai troppo affezionato alla causa di più diritti per tutti e che anzi in molte occasioni ha minacciato la stessa integrità dei diritti già acquisiti. Ad uno sguardo superficiale ed ideologico, i due governi non potrebbero essere stati più lontani: l’uno, quello di Taiwan, proteso a glorificare la causa dei diritti per guadagnarne in termini di credibilità internazionale per modo che, se meno soli nel mondo, anche meno indifesi alle ingerenze di un vicino scomodo (la Repubblica Popolare Cinese, RPC); l’altro, quello degli USA, proteso finanche a sacrificare quella causa per ricavarne più stabilità al suo interno. Per far fronte al nemico comune però, le differenze ideologiche scompaiono e si procede all’unisono. Taiwan ha paura di fare la stessa fine di Hong Kong, visto il fallimento di “one country two systems” con la Regione Amministrativa Speciale che avrebbe dovuto avere ampi gradi di autonomia da Pechino almeno fino al 2047- con libere elezioni ed una magistratura indipendente- e che invece, legge dopo legge, si ritrova oggi retrocessa nella pratica a rango di mera provincia, una delle ventidue di cui si compone la RPC. Quanto agli USA, essi sono come quel pilota di Formula1 che, ormai consapevole di aver accumulato un vantaggio incolmabile, molla il piede sull’acceleratore, accorgendosi (forse?) tardi dallo specchietto retrovisore dell’esistenza di un’altra scuderia che lo sta tallonando incalzante. Ed è così che Taiwan e gli USA si sono avvicinati, soprattutto in era trumpiana, in vista cioè di un fine più alto: la marginalizzazione del rivale cinese.

Biden in chiaroscuro

Secondo taluni analisti questa tendenza potrebbe cambiare con Biden alla Casa Bianca e ciò spiegherebbe gli esiti del sondaggio poc’anzi menzionato. Si ritiene cioè che il nuovo presidente si appresterebbe ad essere più affabile con Xi Jinping di quanto non lo sia mai stato il suo predecessore. Prova ne costituirebbe il periodo in cui Biden è stato Vicepresidente, sotto Obama, lo stesso segmento storico che avrebbe lanciato la Cina quale potenza economica e militare globale, il tutto senza contrappesi da parte statunitense. Ed è la stessa accusa che Trump in campagna elettorale ha mosso al rivale democratico, cioè quella di aver favorito l’ascesa del competitor cinese mostrando eccessiva accondiscendenza alla leadership comunista. Ripetuti attacchi sono poi fioccati dal tycoon sul tema incendiario dei viaggi d’affari che avrebbero coinvolto il figlio di Biden con eminenze grigie del Partito Comunista Cinese. Viste queste premesse, non stupirebbe che, quando all’esito dello scrutinio Biden è risultato vincitore, il tasso di cambio dello yuan sia volato negli indici valutari. I più arditi analisti prospettano il peggio per Taipei, se davvero Biden dovesse allentare la pressione politica su Pechino. A quel punto, infatti, la nomenklatura comunista potrebbe prendere l’iniziativa di una escalation militare nel Mar Cinese Meridionale. Lo storico nonché analista Gregory R. Copley, presidente dell’International Strategic Studies Association (ISSA), ha infatti paventato il “worst case scenario”, che si sostanzierebbe nell’aggressione militare da parte dell’Esercito Popolare di Liberazione dei territori sottoposti a sovranità taiwanese, senza che gli USA intervengano in alcun modo. Pechino inizierebbe da quelle zone più periferiche rispetto all’Isola di Formosa, perciò più facilmente annettibili con la forza dal gigante asiatico: gli arcipelaghi Dongsha, Matsu e Kinmen. Quest’ultimo arcipelago in particolare è sito proprio dinanzi alla costa cinese, a soli 6 km dalla città di Xiamen e distante ben 187 km dal punto più vicino dell’Isola di Taiwan. Non si porrebbero quindi problemi logistici per una sua eventuale occupazione, quando è semmai vero che ciò che finora ha distolto il Dragone dal suo proposito è la deterrenza opposta da Washington, a colpi di esercitazioni congiunte con le forze armate taiwanesi, quasi a sottintendere una presenza fisica immanente dello Zio Sam e pertanto dissuasiva per chiunque avesse avuto intento di minare la sicurezza dell’area. Questa linea di contenimento rischia però di sbiadire con Biden, il quale tenderebbe ad un più marcato appeasement, ridando però alla Cina l’audacia di compiere manovre impensabili sino ad oggi. Altri studiosi non la pensano allo stesso modo e tra di essi Wenchi Yu, ricercatrice presso la “Harvard Kennedy School’s Ash Center” ed ex funzionaria presso il Dipartimento di Stato, la quale sostiene che è vero anzi il contrario. Biden punterà infatti sul multilateralismo, a differenza di Trump, e quindi proverà a ricucire i rapporti malconci da ormai quattro anni con i suoi alleati, specie l’UE, per ricostruire la rete di alleanze e controbilanciare la potenza cinese nell’Indo-Pacifico, ridando pertanto più spazio a Taiwan.

Il presidente serve il paese, non il contrario

In verità, è noto che Taiwan costituisca per gli USA un asset strategico fondamentale nella regione Indo-Pacifica, vero perno del confronto da seconda guerra fredda tra Washington e Pechino. Lasciarla andare inesorabilmente tra le braccia mortifere di Xi Jinping andrebbe contro gli stessi vitali interessi statunitensi. Sappiamo infatti che la politica estera a stelle e strisce può esser sì colorata dal presidente in carica, ma la sostanza del discorso non cambia, essendo essa plasmata da un “deep state” che mantiene un indirizzo politico unitario, a prescindere da mere contingenze storiche o ancor peggio dagli umori del popolo. Trump avrà certamente estremizzato la portata dello scontro con Pechino, ma questo, più celato, era già allo stato degli atti con Obama. Probabilmente Biden sarà più moderato a parole, rispettando semplicemente quel galateo diplomatico sconosciuto al suo predecessore, ma sarà altrettanto duro con l’interlocutore cinese ai tavoli che contano, perché tutto ciò prescinde da chi è presidente in questo o quell’altro momento. Sarà come sempre la tutela del preminente interesse americano a far agire in un modo piuttosto che in un altro l’uomo più potente del mondo. Costi quel che costi.

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