La recente escalation diplomatica tra Tokyo e Pechino, accesa dalle dichiarazioni della premier giapponese Sanae Takaichi su Taiwan, ha innescato una risposta cinese che combina pressione diplomatica, misure economiche e campagne mediatiche per plasmare la percezione del Giappone come minaccia alla stabilità regionale, mentre la rimilitarizzazione giapponese continua ad alimentare sospetti e tensioni tra le potenze regionali, trasformando la vicenda in un indicatore chiave della sicurezza e dell’equilibrio politico nell’Indo-Pacifico.
Nelle ultime settimane, le tensioni tra Cina e Giappone hanno registrato un netto incremento a seguito delle dichiarazioni della premier giapponese Sanae Takaichi, che il 7 novembre 2025 ha affermato al Parlamento che un attacco o il dispiegamento di navi da guerra contro Taiwan costituirebbe per il Giappone una “situazione minacciosa per la sopravvivenza del paese”. La reazione di Pechino è stata immediata e severa: il giorno successivo il console cinese a Osaka ha rilanciato su X un post sostenendo che “la testa sporca che si spinge troppo avanti va tagliata”, mentre le autorità diplomatiche hanno convocato reciprocamente gli ambasciatori. Il Ministero degli Esteri cinese ha avvertito che un coinvolgimento giapponese nello Stretto di Taiwan costituirebbe un vero e proprio atto di aggressione e che qualsiasi intervento porterebbe a una “schiacciante sconfitta” per il Giappone. In risposta, Tokyo ha protestato ufficialmente contro le minacce di Pechino e Takaichi ha escluso passi indietro o ritrattazioni, limitandosi a dichiarare la necessità, in futuro, di maggiore cautela comunicativa.
Confronti diplomatici e accuse: Pechino e Tokyo all’ONU e oltre
Il 21 novembre, il rappresentante permanente della Cina all’ONU ha inviato una lettera al Segretario Generale António Guterres, denunciando il rischio di uso della forza da parte del Giappone nei confronti di interessi cinesi considerati vitali e del suo “territorio sacro”. Tokyo ha risposto con una missiva in cui ha respinto le accuse come infondate e ribadito la necessità di risolvere pacificamente la questione di Taiwan. Il caso sarebbe stato anche al centro dei colloqui telefonici tra Xi Jinping e Donald Trump del 24 novembre, a seguito dei quali la Cina ha sostenuto che Trump avrebbe riconosciuto la particolare sensibilità della questione del “ritorno” di Taiwan. Il premier taiwanese Cho Jung-tai si è subito espresso a tal riguardo: il “ritorno” alla Cina non è un’opzione per i cittadini taiwanesi. Tuttavia, nel resoconto ufficiale dei colloqui di Trump, l’isola non è stata menzionata e si è invece fatto riferimento alla guerra in Ucraina e al proseguimento dell’attuazione degli accordi di Busan, siglati tra Cina e Stati Uniti lo scorso ottobre. Poche ore dopo, Trump ha parlato anche con Takaichi per discutere delle relazioni bilaterali. Tokyo ha sottolineato il rafforzamento dell’alleanza con gli Stati Uniti, lasciando intendere che non ci siano state pressioni per far ritrattare la premier, esito che Pechino avrebbe invece auspicato.
Oltre alle proteste diplomatiche, Pechino ha intrapreso azioni economiche e amministrative tra cui la sospensione di alcune importazioni di prodotti ittici giapponesi, ufficialmente per presunte irregolarità nei documenti di sicurezza alimentare, ha inoltre sconsigliato ai propri cittadini di recarsi in Giappone, con compagnie aeree che hanno offerto rimborsi per cancellazioni, e ha rinviato numerose iniziative culturali, tra cui l’uscita di film giapponesi nelle sale cinesi. Le ritorsioni hanno deliberatamente colpito settori cruciali per l’economia giapponese, come quello turistico, e la semplice diffusione di tali avvisi ha contribuito a un nuovo indebolimento della borsa di Tokyo.
Anche la Guardia costiera cinese ha intensificato i pattugliamenti nelle acque delle contestate isole Senkaku/Diaoyu, suscitando reazioni da parte di Tokyo per presunte violazioni delle acque territoriali. Pechino ha altresì rinviato un incontro trilaterale con il Giappone e la Corea del Sud, segnalando un ulteriore deterioramento dei rapporti diplomatici.
L’offensiva comunicativa e la mobilitazione dell’opinione pubblica
L’offensiva di Pechino ha anche coinvolto una campagna mediatica su vasta scala che enfatizza il comportamento irresponsabile e revisionista del Giappone, sottolineando “chiari” segnali di militarismo, come il dispiegamento dei missili Type 03 Chu-SAM sull’isola di Yonaguni, a soli 110 km da Taiwan. La narrativa cinese sostiene che tali mosse siano parte di una strategia più ampia della destra giapponese per aggirare i vincoli della costituzione pacifista e giustificare l’espansione militare, e che, quindi, il Giappone starebbe “creando da solo” il pretesto per esercitare la difesa collettiva anche senza essere attaccato, trasformando Taiwan in una giustificazione politica per il riarmo. L’obiettivo della strategia cinese appare duplice: plasmare la percezione interna del Giappone e esercitare pressione esterna su Tokyo attraverso una combinazione di strumenti istituzionali e di mobilitazione sociale.
La società giapponese viene rappresentata dai media cinesi come attraversata da tensioni e problemi: da presunte proteste interne contro le dichiarazioni di Takaichi, al record di casi di “influenza giapponese” alla ruota panoramica colpita da un fulmine a Osaka, fino a un aumento quotidiano di episodi di violenza, molestie e razzismo contro cittadini cinesi. Grazie a questa pressione mediatica, forme di boicottaggio “spontaneo” contro prodotti giapponesi e attività turistiche vengono presentate come reazioni popolari legittime, creando un meccanismo di coercizione economica che combina strumenti statali e mobilitazione sociale.
Anche il sostegno del presidente taiwanese Lai Ching-te a Takaichi, accompagnato da foto sui social in cui mangia sushi “in solidarietà” con Tokyo, è stato duramente criticato da Pechino. Le autorità hanno accusato Lai di “svendersi al Giappone”, ribadendo l’inammissibilità di interventi esterni nella questione Taiwan e ammonendo sul destino dei “traditori” che si affidano a potenze esterne.
Le radici storiche della diffidenza cinese, la rimilitarizzazione giapponese e il futuro della sicurezza nell’Indo-Pacifico
La reazione cinese non può essere separata dal contesto storico dei rapporti sino-giapponesi. Le guerre d’aggressione giapponesi tra il XIX e il XX secolo, culminate nell’invasione del 1937 e nelle atrocità inflitte durante l’occupazione di vaste aree della Cina, hanno lasciato un profondo risentimento a tutt’oggi molto vivo. Pur avendo riconosciuto nel 1972 la Repubblica Popolare Cinese come unico governo legittimo della Cina, il Giappone ha sempre mantenuto un fitto reticolo di relazioni informali con Taipei (soprattutto in ambito commerciale, tecnologico e culturale) e, sul piano strategico riguardo alla propria risposta in caso di attacco cinese contro Taiwan, ha adottato per decenni una politica di ambiguità simile a quella statunitense. Anche in passato, quando gli esponenti politici giapponesi si sono spinti oltre tale ambiguità, la reazione cinese è sempre stata immediata.
Negli ultimi anni, dopo decenni di stagnazione militare, il Giappone ha avviato la trasformazione delle Forze di Autodifesa in un esercito a pieno titolo. Sotto Shinzo Abe, nel 2015, e poi con Fumio Kishida (2022-2023), Tokyo ha fissato la spesa militare al 2% del PIL, programmando un investimento di circa 320 miliardi di dollari nei cinque anni successivi, e ha intensificato gli esercizi congiunti con gli Stati Uniti, segnando una netta rottura con l’orientamento pacifista della Costituzione post-bellica. La rimilitarizzazione mira però anche a rafforzare l’autonomia strategica del Giappone e la sicurezza dell’Indo-Pacifico, in quanto attore chiave nella difesa della First Island Chain, fondamentale per contenere l’espansione navale cinese e proteggere le principali rotte commerciali. Sul piano interno e internazionale, il processo ha suscitato dibattiti tra chi ne sottolinea la necessità per la sicurezza nazionale e regionale e chi teme un ritorno al militarismo, alimentando sospetti tra Paesi con vecchie contese o rivalità storiche.
Gli osservatori interpretano l’ascesa di Takaichi, considerata l’erede politica di Shinzo Abe, come un possibile rafforzamento della postura militarista del Giappone, con effetti destabilizzanti sull’Indo-Pacifico. Nota per la sua linea dura, Takaichi ha più volte evidenziato la vulnerabilità strategica di Taiwan, annunciato un significativo aumento della spesa per la difesa per accelerare il raggiungimento del target del 2% del PIL, promesso il rafforzamento dell’alleanza con Washington, e dichiarato la volontà di valutare la modifica del divieto di introduzione di armi nucleari (terzo dei Tre Principi sul Nucleare stabiliti nel 1967). Tale combinazione ha alimentato le preoccupazioni di vari attori regionali e, secondo Pechino, le dichiarazioni di Tokyo non sono episodi isolati, ma parte di una strategia pianificata della destra giapponese per normalizzare l’uso della forza e aggirare i vincoli costituzionali, aumentando la pressione regionale e internazionale.
In questo quadro, le azioni diplomatiche, economiche, militari e mediatiche di Pechino mostrano una strategia volta a consolidare il consenso interno e a esercitare pressione esterna, rafforzando la narrativa secondo cui Tokyo è la fonte di instabilità regionale. Allo stesso tempo, la rimilitarizzazione giapponese alimenta sospetti e tensioni tra gli attori regionali, rendendo il futuro delle relazioni tra Cina e Giappone un tema centrale per la sicurezza dell’Indo-Pacifico. La vicenda evidenzia come la politica regionale non sia più limitata a rapporti bilaterali o a giochi di potenza tradizionali, ma coinvolga una complessa interazione tra memoria storica, percezione pubblica, strumenti economici e capacità militari. La rilevanza del tema risiede quindi non solo nel possibile impatto immediato sulla sicurezza dello Stretto di Taiwan, ma anche nelle implicazioni più ampie per l’ordine internazionale post-bellico, la gestione delle controversie territoriali e la dinamica delle alleanze strategiche, rendendo ogni sviluppo un indicatore cruciale della stabilità regionale.

