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28/05/2025
Cina e Indo-Pacifico, Vaticano

La storia dei rapporti tra Taiwan e S. Sede

di Rodolfo Bastianelli

La questione più rilevante dal lato politico che il nuovo Pontefice Leone XIV si troverà ad affrontare riguarda sicuramente il futuro dei rapporti della S. Sede con Taiwan da un lato e la Cina dall’altro.

La questione più rilevante dal lato politico che il nuovo Pontefice Leone XIV si troverà ad affrontare riguarda sicuramente il futuro dei rapporti della S. Sede con Taiwan da un lato e la Cina dall’altro.

E’ questo un argomento estremamente complesso che trae origine da eventi accaduti nel secolo scorso ma le cui conseguenze si riflettono sulle vicende attuali. Dopo l’abbattimento del regime imperiale e l’instaurazione della repubblica avvenuta nel 1912, il nuovo governo avviò dei negoziati con la S. Sede per lo stabilimento di relazioni diplomatiche, ma i colloqui incontrarono l’opposizione della Francia e si dovrà attendere il 1942 perché venissero stabiliti dei rapporti formali che rimasero però a livello di Ministri Plenipotenziari fino alla caduta del governo nazionalista di Chiang Kai – shek ed alla conquista del potere da parte delle forze comuniste di Mao Zedong avvenuta nel 1949. In questo contesto, anche se il governo nazionalista si era rifugiato a Taipei dove continuava a considerarsi il legittimo rappresentante di tutta la Cina venendo riconosciuto in questo ruolo dagli Stati Uniti e dalla maggior parte dei Paesi occidentali, il Nunzio vaticano decise al contrario di rimanere a Nanchino presentando le credenziali a Mao Zedong con l’obiettivo di stabilire rapporti ufficiali con il nuovo regime comunista. Tuttavia, l’orientamento fortemente anti – religioso di quest’ultimo portò nel 1951 all’espulsione del Nunzio Apostolico che si rifugiò ad Hong Kong dove rimase fino al 1952 quando, grazie alle pressioni esercitate dall’ex – Arcivescovo di Nanchino legato al regime nazionalista, Chiang Kai – shek invitò il rappresentate diplomatico vaticano a stabilirsi a Taipei,  ripristinando così le relazioni tra la “Repubblica di Cina” e la S. Sede. Ed è da questo momento che inizia il contenzioso in cui convergono non solo vicende politiche, ma soprattutto religiose legate al ruolo della Chiesa cattolica e dei suoi fedeli che risiedono nel territorio cinese il cui numero, a seconda delle stime, varia da cinque a dodici milioni. Il primo punto della disputa riguarda la nomina dei Vescovi che dovrebbero dirigere le diocesi della comunità cattolica presente in Cina. All’apice delle persecuzioni contro gli esponenti religiosi, nel 1957 il governo cinese aveva infatti istituito una “Associazione Patriottica Cattolica Cinese” autonoma dal Vaticano e posta sotto il controllo delle autorità politiche di Pechino che decise anche di procedere alla nomina di Vescovi senza la consacrazione del Pontefice, una scelta contraria ai dettami della dottrina cattolica la quale vede nel Papa la sua autorità spirituale ed a cui tutti i fedeli devono obbedienza. Di fronte all’esistenza di una Chiesa cattolica sottoposta al regime ed un’altra rimasta legata a Roma, la posizione delle autorità cattoliche vaticane nel corso degli anni è stata improntata sia al rispetto dei dettami del diritto canonico, con le nomine effettuate dal regime cinese ritenute “illecite” e non “invalide” in quanto i riti erano stati seguiti sotto diversi aspetti, ma anche alla ricerca di un dialogo con Pechino. 

Nel corso degli anni, se durante il Pontificato di Pio XII le relazioni erano rimaste improntate alla reciproca ostilità, a partire da quello di Giovanni XXIII la S. Sede iniziò ad auspicare un disgelo con Pechino seguendo poi con Paolo VI la politica delle “due Cine” come allora adottata dagli Stati Uniti, i quali cercavano una “coesistenza” tra Pechino e Taipei che potesse portare al riconoscimento di entrambi gli Stati. Tuttavia, le risposte da parte cinese alle aperture della S. Sede non furono positive. La svolta avverrà comunque nel 1971 quando la “Repubblica di Cina” perse il suo seggio alle Nazioni Unite per essere sostituita dalla Cina Popolare, una decisione che indebolì fortemente la posizione internazionale di Taipei la quale negli anni seguenti vedrà progressivamente diminuire il numero di Stati con cui intratteneva rapporti diplomatici. Il cambiamento nello status dell’isola avrà ripercussioni importanti anche sui rapporti con la S. Sede, che subito dopo richiamerà il “Nunzio” a Taipei designando un “Incaricato d’Affari” ( Pro – Nunzio ) che da allora regge la Nunziatura. Ed è questo ulteriore punto che negli anni ha complicato ulteriormente il dialogo tra la S. Sede e Pechino. La Cina con tutti i Paesi con cui stabilisce formali relazioni diplomatiche richiede l’adesione al principio dell’esistenza di “una sola Cina”, in quanto Pechino considera Taiwan parte integrante del suo territorio, sostenuta in questo dalla risoluzione delle Nazioni Unite che considera l’isola come una provincia cinese e quindi priva di soggettività internazionale. E, di conseguenza, la richiesta per avviare dei rapporti ufficiali è che la S. Sede rompa con Taipei. In seguito, l’avvio dei programmi di riforme avviato in Cina da Deng Xiaoping porterà alla ricerca di un dialogo tra S. Sede e Pechino, anche se il regime cinese rispose con freddezza al messaggio indirizzato da Papa Giovanni Paolo II nel 1981 da Manila, tanto che si dovrà attendere solo il 1987, con l’incontro tra il Segretario Generale del PCC Zhao Zhiyang ed il Cardinale Sin, perché dei negoziati venissero aperti. Tuttavia, nel 2000 i rapporti tornarono a farsi tesi in seguito prima alla designazione da parte del regime cinese di cinque Vescovi appartenenti alla “Associazione Patriottica Cattolica Cinese”, poi alla richiesta di trasferire alle autorità civili le funzioni ecclesiastiche episcopali unitamente a quella che il Pontefice si dovesse limitare ad approvare le nomine effettuate dal governo di Pechino, due condizioni considerati inaccettabili dalla S. Sede. Negli anni seguenti la situazione rimase in stallo con un nuovo momento di tensione registratosi nel 2012, quando tre dei quattro Vescovi designati dalla Chiesa patriottica vennero scomunicati, anche se un gesto simbolico avverrà durante il Pontificato di Benedetto XVI che indirizzerà un messaggio ai cattolici cinesi auspicando un dialogo con la Cina. Sarà tuttavia durante il Pontificato di Francesco I che si registreranno i passi più significativi di apertura. Prima tra il 2014 ed il 2015 il Pontefice affermava che desiderava visitare la Cina, poi in un’intervista rilasciata nel 2016 ad “Asia Times” dichiarava la sua ammirazione per la nazione cinese indirizzando pure al Presidente XI Jinping gli auguri per il nuovo anno lunare, un gesto questo che venne accolto positivamente da Pechino. 

Ma l’atto più rilevante dal punto di vista politico è stata la firma il 22 Settembre 2018 del “Provisional Agreement” con cui la S. Sede e Pechino hanno raggiunto un’intesa sulla questione della nomina dei Vescovi in base alla quale si introduce una condivisione delle prerogative nella designazione. Anche se il testo dell’accordo rimane segreto, da quanto trapelato dagli ambienti vaticani questo consente al governo cinese di procedere alla nomina dei Vescovi ed al Pontefice di opporre il suo eventuale veto all’indicazione, mentre le scomuniche emesse dalle autorità vaticane nei confronti delle personalità religiose nominate in passato dal regime di Pechino verrebbero abrogate. Rinnovata una prima volta nel 2020, un’altra nel 2022 ed infine per ulteriori quattro anni nell’Ottobre scorso l’intesa, se per le autorità vaticane riconosce l’autorità del Pontefice, è stata però criticata dagli esponenti conservatori contrari all’avvicinamento alla Cina, in primo luogo dal Cardinale Joseph Sin, il quale non sarebbe stato neanche consultato. Tuttavia, nonostante la firma di questo storico accordo, il raggiungimento di un trattato formale per lo stabilimento di relazioni diplomatiche resta complicato, non solo per la questione dei rapporti esistenti tra Taipei e la S. Sede ma anche per il fatto che Pechino richiede che quest’ultima, in nome della religione, “non interferisca” nelle questioni interne cinesi, una formula con la quale le autorità vaticane dovrebbero accettare il controllo governativo sull’attività della Chiesa cattolica locale. Stando poi a quanto riportato dal sito “Think China” lo scorso 20 Maggio, non solo ci sarebbero da nominare almeno trenta Vescovi, ma il regime di Pechino avrebbe già violato diverse volte i termini dell’intesa, come dimostrerebbe il numero di Vescovi tuttora detenuti e le restrizioni imposte dal governo alle attività religiose, in particolare quelle straniere. Inoltre, nel periodo intercorso tra la scomparsa di Papa Francesco I e l’elezione di Papa Leone XIV il governo cinese ha proceduto alla designazione di due nuovi Vescovi senza il consenso della S. Sede, un atto interpretato dagli osservatori come un preciso segnale indirizzato alle autorità vaticane su quanto Pechino consideri di fondamentale importanza la questione taiwanese. E per alcuni osservatori, un indicatore sullo stato dei rapporti tra Taiwan e S. Sede è venuto al momento dell’intronizzazione di Papa Leone XIV, quando alla cerimonia il governo di Taipei è stato rappresentato dall’ex – vice Presidente Chen Chien – je.  Se il Ministero degli Esteri di Taipei ha dichiarato come la designazione sia stata effettuata in ragione dei profondi legami di Chen con la S. Sede, alcuni commentatori hanno però avanzato la tesi per cui le autorità vaticane non abbiano invitato il Presidente in carica Lai Ching – te proprio per non provocare reazioni negative da parte di Pechino che da sempre si oppone alla partecipazione di personalità politiche taiwanesi ad eventi internazionali. Sul futuro dei rapporti tra Taiwan, S. Sede e Cina gli esperti sono divisi, in quanto se alcuni ritengono come sotto il Pontefice potrebbe decidere di avviare le relazioni con Pechino, altri invece ipotizzano come Leone XIV sarebbe al contrario propenso a seguire una linea più cauta, se non addirittura assertiva, nei confronti della Cina. Ma sul piano geopolitico quali sarebbero gli effetti di una regolarizzazione dei rapporti ? Per la S. Sede, l’avvio di relazioni con Pechino consentirebbe di stabilire legami ufficiali con uno dei più importanti Paesi della scena internazionale consentendo inoltre alla Chiesa rimasta fedele a Roma di venire legalizzata e limitando così l’influenza del governo cinese sulle questioni religiose. Allo stesso modo, per Pechino lo stabilimento di rapporti formali con la S. Sede rappresenterebbe un successo straordinario che gli consentirebbe di isolare ulteriormente Taipei dal lato diplomatico e di rafforzare presso la comunità internazionale la credibilità della Cina sul piano del rispetto della libertà religiosa. Per Taipei infine, dove risiedono circa trecentomila cattolici, l’eventuale conclusione dei rapporti con la S. Sede rappresenterebbe un ulteriore smacco diplomatico e questo in un momento in cui il Paese è riconosciuto formalmente solo da altri dodici Stati. A favore di Taiwan giocano però anche alcuni fattori non secondari. Il primo è che il Paese costituisce una democrazia consolidata dove la libertà religiosa è completamente assicurata rappresentando quindi in pieno quei valori che la S. Sede promuove, un elemento questo che molti esponenti taiwanesi ritengono renderà improbabile l’avvio di rapporti formali. Ed in proposito, lo stesso Ambasciatore taiwanese presso la S. Sede Matthew Lee ha riferito come in un incontro avuto nel 2023 con l’allora Cardinale Prevost, questo gli avrebbe riferito di conoscere bene le differenze esistenti tra il regime comunista cinese e le istituzioni democratiche taiwanesi. Il secondo elemento è rappresentato invece dal fatto che l’isola costituisce per la Chiesa cattolica uno snodo strategico primario per rafforzare la sua influenza in Asia orientale. Non va dimenticato poi come l’intesa tra la Cina e la S. Sede negli Stati Uniti ha suscitato sia la forte contrarietà degli ambienti cattolici che quella dell’Amministrazione Trump, che già al momento del suo primo mandato aveva invitato le autorità vaticane a non rinnovare l’accordo. E la nomina da parte di Trump dell’esponente cattolico Repubblicano Brian Burch come Ambasciatore presso la S. Sede, il quale ha definito “pericolosa” la cooperazione tra la Chiesa cattolica ed il regime comunista cinese vista la sua ingerenza negli affari religiosi e la repressione attuata contro le altre confessioni, sta a significare come gli Stati Uniti guardino con contrarietà al riavvicinamento tra la S. Sede e la Cina, in quanto questo potrebbe porre seriamente a rischio lo “status quo” esistente nello Stretto ed indebolire la posizione di Taiwan nella regione.

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