0,00 €

Nessun prodotto nel carrello.

0,00 €

Nessun prodotto nel carrello.

TematicheStati Uniti e Nord AmericaLa legge sull’aborto in Texas apre allo scontro tra...

La legge sull’aborto in Texas apre allo scontro tra Washington, gli Stati federali e la Corte Suprema

-

Dal 1° settembre 2021, in Texas è diventato illegale abortire dopo sei settimane dall’inizio della gravidanza grazie ad una legge unica nel suo genere che apre una nuova frontiera nello scontro fra Washington, i singoli stati e la Corte Suprema.

Articolo precedentemente pubblicato nel quattordicesimo numero della newsletter “A Stelle e Strisce”. Iscriviti qui

Cosa dice la legge e perché è unica nel suo genere

Firmato a maggio dal Governatore texano Greg Abbott, il Senate Bill 8 – chiamato anche Texas Heartbeat Act – rende illegale qualsiasi aborto condotto dopo la sesta settimana di gravidanza, salvo casi di imminente pericolo di vita della madre. Questo termine temporale coincide con la prima possibilità di individuare il “battito” dell’embrione, ossia delle “pulsazioni” che giungono da un cuore ancora ben lontano dall’essere completamente formato, e corrisponde ad un lasso temporale nel quale molte donne non si accorgono di essere incinta. Di fatto, questa legge rende l’interruzione di gravidanza completamente illegale in uno stato di quasi 30 milioni di persone, dato che il 90% di esse avvengono dopo questa data.

Tuttavia, ciò che la differenzia da quelle di altri stati che negli ultimi anni hanno cercato di restringere questo diritto è il modo in cui vengono processati coloro che hanno aiutato la persona ad interrompere la propria gravidanza indesiderata. Infatti, l’S.B. 8 sancisce che a portare in tribunale i trasgressori non possono essere funzionari statali, ma solo cittadini comuni residenti in qualsiasi parte degli Stati Uniti. Se si viene a conoscenza del fatto che una donna ha abortito dopo le prime sei settimane, un cittadino può collegarsi al sito “Pro Life Whistleblower” (al quale si può accedere solo da territorio statunitense) e denunciare non solo il medico che ha eseguito l’operazione, ma anche chiunque altro abbia “aiutato” la donna, come l’associazione che le ha pagato l’operazione, ma anche – ad esempio – l’autista di Uber che l’ha accompagnata in clinica. L’imputato deve quindi difendersi in tribunale e nel caso di sconfitta deve risarcire al querelante le spese legali, più una ricompensa di almeno 10.000 dollari. Nel caso in cui il denunciante perda, non deve però pagare le spese legali del denunciato, a cui non viene rimborsato niente. 

Nonostante la legge non faccia eccezione per le gravidanze scaturite da una violenza sessuale, oltre ai dipendenti statali, gli unici che non possono segnalare il fatto sono coloro che hanno materialmente violentato la persona che richiede l’aborto, anche se non è chiaro se per stabilire ciò basti una dichiarazione della vittima o serva una sentenza che ne sancisca la colpevolezza. In più, il divieto non vale per chiunque sia associato in qualche modo al colpevole, come suoi parenti o amici. Un altro aspetto su cui la legge non è chiara è la sua giurisdizione: l’S.B. 8 è una legge statale, quindi in teoria si dovrebbe applicare solo all’interno dei confini del Texas. Tuttavia, la causa può essere intentata da un cittadino statunitense qualunque che non solo può non avere un collegamento con l’avvenimento, ma non deve neanche abitare in Texas. Ciò ha fatto nascere dubbi sulla possibilità di intentare un processo anche contro coloro che, fuori dai confini dello stato, aiutino donne texane a terminare la loro gravidanza. E se sembra difficile immaginare una causa contro un medico che risiede e opera in un altro stato, non si può dire lo stesso, ad esempio, per la madre di una ragazza minorenne che viaggia con lei fuori dai confini statali per aiutarla ad abortire. Nonostante la persona che interrompe la gravidanza non possa essere perseguita, questo nuovo modo di applicare il divieto e la repentinità con cui la legge è stata approvata ed entrata in vigore ha creato molta confusione e paura. La possibilità che non solo un tuo famigliare, ma anche la persona seduta accanto a te al bar possa, se viene a conoscenza di sufficienti informazioni, farti causa per aver aiutato qualcuno ad abortire, ha immobilizzato la situazione in Texas. 

Il giudizio della Corte Suprema

Negli Stati Uniti, sono venti, oltre al Texas, gli stati che hanno provato ad emanare “Heartbeat bills”, ossia leggi che limitano in qualche modo l’aborto intorno alla questione del battito dell’embrione. Queste misure sono molto diverse fra di loro, alcune richiedono semplicemente di obbligare la madre a sentire il battito dell’embrione prima di abortire, altre limitano le motivazioni per cui una persona può abortire, altre ancora riducono la finestra di tempo per compiere la procedura al di sotto delle 24 settimane concesse a livello federale. Tuttavia, ciò che molte hanno in comune, a parte quella dell’Oklahoma che entrerà in vigore dal primo novembre e proibisce l’aborto dopo le prime sei settimane, è l’essere state stroncate o temporaneamente bloccate a livello delle corti statali, o più comunemente in quelle federali. La maggior parte di queste leggi è stata promulgata fra il 2018 e il 2019, un periodo di tempo non casuale, ed è stata scritta con il principale intento di essere bloccata da una Corte Federale. Infatti, il modo più semplice per raggiungere l’obiettivo finale di coloro che hanno scritto queste norme, cioè annullare Roe v. Wade – la sentenza della Corte Suprema che nel 1973 ha legalizzato l’aborto – è quella di scrivere provvedimenti in diretta opposizione a quest’ultima così da perdere tutti gli appelli alle corti minori fino ad arrivare a quella Suprema, che ha il potere di annullare la sua stessa sentenza e rendere illegale la procedura su tutto il territorio statunitense. La tempistica non è casuale perché dopo le nomine di Donald Trump a Neil M. Gorsuch, Brett M. Kavanaugh e Amy Coney Barrett (si veda qui per approfondire) la Corte ha raggiunto dopo molti anni una maggioranza conservatrice e apertamente antiabortista. Infatti, a dicembre, i Nove considereranno il caso del Mississippi che rende l’aborto illegale dopo quindici settimane e che, se accettato, avrà un diretto impatto a livello federale. 

In questo contesto, il caso del Texas rappresenta un’eccezione poiché è già stato considerato dalla Corte, ma è entrato lo stesso in vigore, e la sua peculiare natura è ciò che lo ha reso possibile. Il 1° settembre, grazie ad una procedura chiamata certiorari before judgment, ossia una misura speciale che permette di saltare le corti minori e raggiungere subito l’ultima, la Corte Suprema ha esaminato il Senate Bill 8 ma si è rifiutata di bloccarlo con una maggioranza di cinque giudici contro quattro, con il giudice capo John G. Roberts Jr. che si è unito ai tre membri della corte che spingevano per il blocco. L’opinione della maggioranza non firmata, lunga un solo paragrafo, ha affermato che medici che avevano contestato la legge non erano riusciti a sostenere il loro caso in modo efficiente, e che la corte non si sarebbe ancora pronunciata sulla costituzionalità di questo statuto, la cui struttura è stata definita da Roberts come “senza precedenti”. Nella sua nota di dissenso, Roberts ha anche scritto che “sebbene la corte smentisca oggi la richiesta dei ricorrenti per i provvedimenti urgenti, l’ordinanza della corte è enfatica nel chiarire che non può essere intesa come un sostegno alla costituzionalità della legge in questione,” cosa che farà “quando tale questione verrà adeguatamente presentata.” Ha inoltre affermato che avrebbe temporaneamente bloccato la norma mentre gli appelli nelle corti minori andavano avanti, ma che la mozione non è passata. Tuttavia, che questa legge arrivi fino alla Corte Suprema è molto più difficile e il problema sta proprio nel fatto che, di solito, una causa che cerca di bloccare una legge perché incostituzionale nomina funzionari statali come imputati. L’S.B.8, che impedisce ai funzionari statali di applicarla e delega ai privati la responsabilità di​ citare in giudizio chi la infrange, è stata scritta con l’obiettivo concreto di diminuire drasticamente gli aborti nello stato del Texas e non di sfidare Roe v. Wade. 

La legge sta avendo effetto? 

Ad un mese dalla sua entrata in vigore, la legge si è dimostrata molto efficace nel prevenire gli aborti nello Stato, nonostante sempre più donne stiano ricorrendo all’interruzione volontaria di gravidanza farmacologica a domicilio, comprando le pillole abortive su internet. Tuttavia, l’aborto farmacologico necessita comunque di una ricetta e può essere praticato solo fino all’undicesima settimana di gravidanza, dato che dopo diventa più pericoloso e meno efficiente. Due cause sono state intentate contro Alan Braid, un dottore che ha scritto un articolo sul Washington Post dal titolo “Perché ho violato il divieto estremo di aborto in Texas”: la prima è stata intentata da Oscar Stilley, descritto nella denuncia come “un ex avvocato dell’Arkansas radiato dall’albo e caduto in disgrazia”, che ha motivato la sua decisione invocando l’importanza che la Legge ha nella società americana, nonostante lui non sia personalmente contro l’aborto; la seconda invece è stata depositata da Felipe N. Gomez dall’Illinois.
Intanto, il Dipartimento di Giustizia, attraverso il suo Procuratore Generale Merrick B. Garland, ha citato in giudizio il Texas precisamente riguardo alla costituzionalità dell’Heartbeat Act, dato che la Corte Suprema aveva aggirato la questione. “Questo tipo di schema per annullare la Costituzione degli Stati Uniti è uno di quelli che tutti gli americani, qualunque sia la loro politica o partito, dovrebbero temere”, ha detto Garland in una conferenza stampa al Dipartimento di Giustizia. “Se prevale, può diventare un modello per l’azione in altri settori, da altri Stati, e nel rispetto di altri diritti costituzionali e precedenti giudiziari.”

Corsi Online

Articoli Correlati

Il Congresso statunitense guarda alla Libia

A dieci anni dalla discesa libica in una fase contrassegnata da instabilità e violenza, gli Stati Uniti tornano a...

Cosa si è detto durante le audizioni delle Commissioni Forze Armate sull’Afghanistan

Le dichiarazioni dei più alti vertici politico-militari dell’Amministrazione Biden hanno contribuito a far luce su diversi aspetti particolarmente rilevanti...

Is America Really Back? L’inerzia strategica in Afghanistan e il futuro della politica estera di Biden. Intervista a Maria Luisa Rossi Hawkins

Cambiano i teatri, ma non le minacce. Seppur da considerare come un successo, la “Guerra globale al terrore” iniziata...

Elezioni in Canada 2021: il terzo mandato Trudeau

Il risultato delle elezioni anticipate in Canada. Sfide interne e internazionali e i grandi temi ancora aperti sul prossimo...