Nel mese di settembre del 2026 la Turchia ha siglato un accordo con l’Iraq volto a cedere a Baghdad il controllo della base militare di Bashiqa-Zilkan. L’installazione è situata nelle vicinanze di Sinjar, nel Governatorato di Ninive. La località, abitata dalla minoranza yazida, era stata teatro nel 2014 di un massacro compiuto dalle forze dello Stato Islamico, obbligando i sopravvissuti ad asserragliarsi sulle montagne vicine. L’area venne liberata solo nel novembre 2015, a seguito di un’offensiva congiunta condotta dalle milizie curde Peshmerga supportate dal Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), dalla locale resistenza yazida e dalle forze della CJTF–OIR, la coalizione internazionale rivolta al contrasto dell’ISIS. Nel dicembre dello stesso anno, la Turchia ha eretto la base con l’obiettivo di addestrare i combattenti locali per far fronte ad un eventuale ritorno del Califfato. Tuttavia, la sua costruzione ha generato diffusi malumori in Iraq, venendo identificata come una violazione della sovranità del paese. L’accordo, il quale statuisce il graduale ritiro delle unità turche in loco e la cessione della base alle forze irachene, fa seguito al recente scioglimento delle milizie yazide locali da parte del governo di Baghdad.
La zona risultava infatti caratterizzata da una forte presenza delle Unità di Resistenza di Sinjar (YBS), vicine al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), formazione armate coinvolta da oltre quattro decenni in un sanguinoso conflitto con la Turchia. Nel 2017 le YBS furono coinvolte in violenti scontri con unità vicine al Governo Regionale del Kurdistan Iracheno (KRG), risolti grazie alla mediazione di Baghdad. Tuttavia, negli anni successivi le milizie yazide rimasero attive, scontrandosi anche con l’esercito iracheno nel 2022. Il labile controllo territoriale di Baghdad nell’area ha spinto Ankara a mantenere truppe in loco come contrappeso alle forze alleate del PKK. Tuttavia, l’11 settembre 2026 il Primo Ministro iracheno Ali al Zaidi ha annunciato l’accettazione da parte delle YBS di un accordo volto a sciogliere il gruppo ed integrare i suoi membri all’interno delle forze armate del paese.
Un vuoto di potere
L’Iraq settentrionale, unica regione del Paese abitata da una maggioranza curda, ha storicamente rappresentato il principale fattore di attrito nelle relazioni tra Baghdad e Ankara. L’insorgere della Guerra Iran-Iraq nel 1979 comportò infatti la riaccensione della ribellione curda contro il regime di Saddam Hussein, in quanto il Partito Democratico Curdo (PDK) e l’Unione Patriottica del Kurdistan (PUK), principali formazioni curdo irachene, e le loro Forze Peshmerga combatterono al fianco di Teheran durante il conflitto. Tale confronto si incrociò con l’insurrezione in corso nel sud est della Turchia condotta dal PKK, il quale, approfittò del caos generato dalla guerra per trasferire la propria base operativa nel nord dell’Iraq, sui monti Qandil. Di fronte al rafforzamento delle formazioni curde, Saddam Hussein, le cui forze erano quasi interamente impegnate contro l’Iran, autorizzò nel 1984 l’intervento militare di Ankara nel Kurdistan Iracheno, il quale diede il via ad una serie di incursioni autorizzate da Baghdad nel corso degli anni Ottanta.
L’insorgere della Guerra del Golfo nel 1990 comportò in primo luogo un grave deterioramento delle relazioni tra l’Iraq e la Turchia, in virtù del supporto offerto da quest’ultima alla coalizione a guida americana. In secondo luogo, come conseguenza del conflitto il regime iracheno fu chiamato a far fronte ad una violenta rivolta condotta dai curdi e dalla maggioranza sciita. L’insurrezione comportò il venir meno dell’autorità statale di Baghdad nel nord del Paese, a favore delle locali formazioni curde. Come rappresaglia al supporto turco alla coalizione internazionale, l’Iraq strinse un’intesa con il PKK, iniziando a supportare attivamente il gruppo. Gli anni Novanta videro inizialmente la continuazione degli interventi militari di Ankara nella regione, in virtù della condizione di anarchia nell’area. Tuttavia, a partire dalla fine del decennio la Turchia adottò un approccio basato sull’engagement, svolgendo il ruolo di mediatore tra il PDK e il PUK. Il successivo Ankara Process del 1998 vide la Turchia esprimere il proprio supporto all’integrità territoriale irachena, prevenendo qualsiasi manifestazione di separatismo e ottenne dalle due principali formazioni curde l’impegno a negare al PKK il controllo delle sue basi operative. Tuttavia, i guerriglieri del Partito dei Lavoratori del Kurdistan riuscirono a mantenere il controllo delle proprie roccaforti sui monti Qandil.
L’invasione dell’Iraq del 2003 comportò il riconoscimento giuridico della regione del KRG nella Costituzione Irachena del 2005 e l’unificazione delle aree controllate dal Partito Democratico del Kurdistan e dall’Unione Patriottica del Kurdistan. Il rafforzamento delle istituzioni curde, incrociatosi con il violento conflitto in corso nel resto dell’Iraq, spinse Ankara a considerare il Governo Regionale del Kurdistan Iracheno come interlocutore privilegiato, in virtù della sua maggior solidità rispetto al governo iracheno. Gli anni successivi videro una crescita dei legami commerciali, mediante l’istituzione di un consolato ad Erbil e la firma nel 2014 un accordo energetico volto a consentire alle autorità curde di esportare petrolio attraverso il terminal petrolifero di Ceyhan. Viceversa, i rapporti con Baghdad si rivelarono problematici. La continuazione delle incursioni turche nel nord del paese venne identificata come una violazione della sovranità irachena e si incrociò con la dura disputa tra le parti relative alla condivisione delle risorse idriche dell’Eufrate come conseguenza della costruzione della Diga di Ataturk. La visita compiuta nel 2008 dal Premier turco Recep Tayyip Erdogan a Baghdad, la prima dal 1990, portò alla nascita dell’High Level-Strategic Cooperation Council, organo composto dai vertici ministeriali e da funzionari tecnici volto a sviluppare i rapporti tra le parti, ma non produsse grandi cambiamenti strutturali. La successiva ascesa del Premier iracheno Nouri al Maliki, protagonista di una forte repressione a danno della comunità sunnita, avrebbe determinato l’avvio di una nuova fase di ostilità tra le parti.
Un nuovo inizio
Il 2017 ha rappresentato un vero e proprio spartiacque nella storia delle relazioni tra Turchia e Iraq. A seguito della convocazione di un referendum sull’indipendenza da parte delle autorità curde, Ankara annunciò il proprio supporto al governo iracheno, minacciando contestualmente di interrompere l’export petrolifero curdo attraverso Ceyhan. A seguito del successo della propria campagna militare contro il governo di Erbil, Baghdad ha ripristinato la propria autorità sul Kurdistan Iracheno, lasciando ai Peshmerga la gestione della sicurezza interna e prendendo contemporaneamente il controllo delle frontiere e degli aeroporti. A seguito di tale evento, la Turchia ha identificato la formazione di un forte governo centrale iracheno come una priorità strategica per la stabilità regionale. Negli ultimi anni i rapporti commerciali tra le parti sono cresciuti notevolmente. Nel 2023 a Ankara e Baghdad hanno annunciato il progetto della Strada dello Sviluppo, volta a collegare l’Iraq con l’Europa, rappresentando una via alternativa per l’export dal Golfo al Vecchio Continente. L’anno successivo, il governo iracheno ha messo al bando il Partito dei Lavoratori del Kurdistan e istituito un centro di coordinamento con la Turchia volto a contrastare le attività del gruppo. Sempre nel 2024, il Presidente turco Erdogan ha condotto la prima visita a Baghdad dopo 13 anni, siglando un accordo volto ad utilizzare i proventi derivanti dalle vendite di petrolio irachene ad Ankara per finanziare un rafforzamento delle locali capacità di efficientamento idrico, impegnando contestualmente Ankara a rilasci d’acqua più consistenti dalla diga di Ataturk.
Il 2025 ha visto un ulteriore rafforzamento dei rapporti tra le parti. A seguito dell’annuncio da parte del PKK del suo autoscioglimento, la Turchia ha infatti incluso l’Iraq nell’ambito dell’iniziativa “Terror-Free Türkiye“, volta a smantellare l’organizzazione militare del Partito dei Lavoratori del Kurdistan. Tuttavia, a dispetto del netto miglioramento nelle relazioni tra Ankara e Baghdad, i rapporti tra i due stati continuano ad essere caratterizzati da alcune problematiche strutturali. La Turchia mantiene infatti il controllo de facto una parte del Kurdistan Iracheno, impedendo alle guardie di frontiera dell’Iraq di amministrare correttamente il confine. Allo stesso tempo, come conseguenza del successo della causa di arbitrato internazionale intentata dall’Iraq relativa all’accordo per l’export dell’oleodotto di Ceyhan, le parti hanno dovuto avviare colloqui per la definizione di un nuovo accordo quadro. Inoltre, contemporaneamente al ritiro americano, i Peshmerga curdi vicini al PDK e al PUK sono stati formalmente unificati e posti sotto il controllo del Ministero degli Affari Peshmerga. Baghdad ha rifiutato la manovra, chiedendo che essi vengano posti sotto il controllo del Ministero della Difesa, ponendo le basi per possibili tensioni relative alla gestione della sicurezza nell’area. In ultima analisi, permangono numerosi interrogativi relativi al disarmo del PKK legati al reintegro delle sue figure apicali nella società e all’assenza di riforme istituzionali relative al trattamento della popolazione curda.
Il vuoto di potere originatosi nel Kurdistan Iracheno a seguito della Guerra Iran-Iraq è risultato il principale punto di frizione nelle relazioni tra Baghdad e Ankara. Di fronte alla debolezza istituzionale del governo iracheno, la Turchia ha preferito adottare una politica incentrata sul supporto al Governo Regionale Del Kurdistan e all’occupazione militare del territorio come strumento di contenimento del PKK. Il progressivo rafforzamento dell’autorità centrale irachena ha sancito un mutamento di tale paradigma, portando la Ankara a considerare nuovamente l’Iraq come un interlocutore affidabile. Il progetto della strada dello sviluppo, di cui l’Iraq rappresenta un componente chiave, risulta infatti essere fondamentale per rafforzare il ruolo della Turchia come hub di transito per merci ed energia tra Europa e Medio Oriente. Gli accordi del 2024 sulla condivisione idrica e il ritiro turco dalla base di Bashiqa-Zilkan, rappresentano importanti passi in avanti verso tale processo. Tuttavia, permangono nell’ambito dei rapporti tra le parti dispute relative alle risorse energetiche e alla difficile governance del Kurdistan Iracheno. La capacità del governo di Baghdad di garantire la sicurezza nell’area rappresenterà il principale fattore nel determinare le relazioni tra le parti nel lungo termine



