Profondo è il legame storico, geografico e culturale tra la Russia e l’Ucraina, o almeno con quella parte di essa a destra del Dnepr – frontiera interna, geografica e culturale – che Vladimir Putin vorrebbe trasformare in una sorta di confine politico, non solo tra Mosca e Kiev, ma tra la Russkij Mir e l’Occidente, a partire dalla cornice ideologica che fa da corollario alla sua criminale invasione: “l’Operazione Speciale”.
Ma proviamo a indicare qualche elemento di geo-storia: i movimenti migratori – spostamenti di popolazione, razzie in grande stile, reinsediamenti – delle tribù gote (provenienti, nel II secolo, dalla profondità del Continente eurasiatico) e poi vichinghe (dalla periferia scandinava, a partire dall’VIII secolo) hanno investito specularmente il “Rimland” occidentale e, successivamente, il baricentro della Massa continentale, verso oriente. Seguendo questa traiettoria, possiamo individuare il primo nucleo del futuro Impero russo nei primi insediamenti dei Rus’ – i Vichinghi dell’est – che costituirono, all’inizio del IX secolo, il Principato di Kiev.
La traslazione del fulcro politico dei Rus’ da Kiev a Mosca, compiutasi nel XIII secolo, coincide con la fase del dominio mongolo nella regione russo-ucraina, nonché con le crisi dinastiche della famiglia dei principi di Kiev. Dal XVI secolo in avanti la stabilizzazione politica istituzionale dell’Impero – sotto la guida dei Romanov – proietta definitivamente la Russia sul palcoscenico delle grandi potenze europee, rendendola un attore fondamentale nella storia moderna e delle relazioni internazionali.
In questo senso, la “Marca ucraina” al confine occidentale della Russia è a lungo un territorio conteso dalle potenze svedesi, polacche-lituane, austroungariche e tedesche. Le tensioni territoriali cessano – per mezzo secolo – soltanto nel 1945, all’esito della II Guerra mondiale, quando la cristallizzazione dell’Ordine internazionale sul limes della “Cortina di ferro” segna il passaggio dall’epoca della divisione delle potenze su base etnico-linguistica-geografica a quella per appartenenza alle diverse sfere di influenza politiche-ideologiche.
Dal 1945 – per oltre quattro decenni – l’Europa, per la prima volta dallo sfaldamento dell’Impero carolingio, è divisa fondamentalmente dal criterio politico del metodo di distribuzione della ricchezza, lasciata libera alle dinamiche del mercato a Ovest, guidato dall’intervento dirigistico dello Stato a Est. Il Continente cessa di dividersi e “misurarsi” sulla base del confronto dialettico e conflittuale tra lingue, caratteri etnici, fedi religiose, pretese dinastiche. In questo lasso di tempo, le guerre europee non sono più “calde”, ma sostituite da una tensione controllata di tipo “freddo”, che ha per epicentro Berlino. La parabola è evidente: dal blocco russo del 1949 che apre il confronto, al crollo del Muro, eretto nel 1961 e picconato nel 1989 dai cittadini dell’allora ex Capitale tedesca. L’inglese a Ovest e il russo a Est si affermano come lingue franche al di sopra dei “dialetti etnici”; il dollaro a Ovest, il rublo a Est prevalgono come metro degli scambi; agnosticismo a Ovest, ateismo a Est raffreddano gli scontri teistici dei secoli precedenti. Quindi, lungo la traiettoria Ovest-Est: l’inglese, il dollaro e l’agnosticismo sono i principali strumenti cognitivi delle democrazie liberali; il russo, il rublo e l’ateismo di Stato rappresentano la matrice cognitiva degli autoritarismi illiberali. L’illusione che la storia cessi una volta raggiunta una qualche forma di equilibrio è stata sempre smentita nella millenaria vicenda umana. L’assetto della dialettica “fredda”, militarmente pacifica (in Europa, nonostante l’intensità variabile di fenomeni destabilizzanti e di lungo periodo come il terrorismo), si è infranto nel 1991 con la vittoria occidentale e la caduta della Cortina di ferro. Il prevalere (hegelianamente) di una tesi sull’altra non è un dramma per il genere umano, ma è piuttosto la sua dinamica fisiologica. Né hanno gran senso le inevitabili nostalgie romantiche che trasfigurano il passato, anche recente, in una fantastica epoca aurea. Il tema cruciale della fine di una fase dialettica è la gestione della vittoria da parte della tesi che ha prevalso. Il passaggio dalla fase eroica reaganiana a quella burocratica di Bush senior, i tentativi di dar forma a un Nuovo Ordine Mondiale e l’interventismo dei neocon (dopo lo shock della tragedia dell’11 settembre) hanno creato una sorta di sbilanciamento – nel quadro della non tenuta dei costi umani e ambientali di quel fenomeno che chiamiamo Globalizzazione (gerarchizzata) – che ha segnato il trentennio del momento unipolare. Uno sbilanciamento che Samuel P. Huntington ha evidenziato nel suo testamento politico: “La Super potenza solitaria”.
Il momento della vittoria è uno dei momenti più delicati.
La lacerazione dell’ordine internazionale generata dalla Guerra di Putin, così come la violenza dei soldati russi scatenati anche contro i civili, non hanno alcun tipo di giustificazione, e ogni forma di equiparazione deve essere rigettata, ma provare a capire cosa è stata la fase del post Comunismo è un utile esercizio.
Gli otto anni del regime di Eltsin che – nel 1991 – ha archiviato l’illuminismo gorbacioviano, sono apparsi a molti come qualcosa di analogo al regime di Fulgencio Batista nella Cuba anni ’50. Ma neppure nella piccola isola caraibica, nel proprio giardino di casa, gli sfavillanti Stati Uniti rooseveltiani erano riusciti a mantenere a lungo una situazione selvaggia e coloniale di libera economia del malaffare e di dissolvimento dell’identità nazionale.
Il partito politico di “Russia Unita”, guidato da Vladimir Putin, dal 1999 in avanti ha avuto come principale programma politico quello di porre fine all’economia del malaffare nel cui contesto avevano prosperato senza freni gli appetiti degli “spiriti animali” del Capitalismo, sempre tenuti a freno nei contesti domestici e sempre in cerca di colonie fuori dai confini in cui far impennare gli indici del profitto. Non che l’attuale dirigenza sia esente dalla corruzione endemica, devastante, sfibrante del corpo russo, uscito debilito dalla sconfitta nella Guerra fredda e prima ancora dal Totalitarismo. Anzi, il Puntinismo è una sorta di gioco di equilibrio, un destreggiarsi tra i rapporti di forza di centri di potere antagonisti. Forse una cosa che non abbiamo compreso è anche il valore che Putin vuole imprimere a questo conflitto: palingenetico e allo stesso tempo mobilitante della società russa anche per mettere all’angolo gli Oligarchi (e paradossalmente gli stiamo dando una mano in questo senso) e sradicare tutte le influenze- culturali e ideologiche – occidentali.
Da qui anche il tentativo di far esplodere le contraddizioni dei suoi avversari interni ed esterni. Sul fronte esterno la prima frattura a cui punta Putin è quella tra la Nato e la Ue: proprio in quello spazio – tra Russi e Tedeschi – che dopo la fine della Cortina di ferro, con un processo simile a quello della fase tra le due guerre mondiali, si è popolato di tanti nuovi soggetti statuali, l’espansione dell’organizzazione politico-economica dell’Unione Europea ha cercato e cerca di tenere il passo della marcia verso est della Nato.
Putin, in qualche modo, ha provato ad approfittare delle contraddizioni accelerate dalla crisi geopandemica: la battuta d’arresto fragorosa del brillante progetto di federazione UE dopo la Brexit, che, nonostante l’unanimismo di facciata davanti all’Invasione, rischia di essere reso impraticabile dall’eccessiva eterogeneità di 27 Paesi e proprio dalle tensioni tra vecchi e nuovi europei. E poi la perdita di focus strategico della NATO – organizzazione militare ideologica a difesa delle democrazie liberali – che Emanuel Macron, dopo la disfatta in Afghanistan, non ha esitato a definire “un morto celebrale”. Queste contraddizioni – secondo me – sono generate da uno stesso errore di prospettiva: che una federazione politica (la Ue) potesse nascere sull’esclusivo collante del libero commercio; che un’organizzazione militare (la Nato) potesse sopravvivere nel tempo, una volta privata del suo collante ideologico (l’anticomunismo militante), senza il quale essa invece si riduce ad alleanza in cui si entra o si esce per mere ragioni tattiche e opportunistiche. Dobbiamo avere il coraggio, viste le posizioni espresse dai Paesi di Visegrad (la cui stessa coesione interna è intaccata dalla strategia putiniana), di dire che le (neo)nazioni (pre)democratiche dell’Est Europa sono entrate nella Ue esclusivamente per trarne i benefici di accelerazione della crescita economica (mentre minano costantemente la ricerca di equilibrio sia tra vecchi e nuovi diritti che tra vecchi/nuovi europei e quelli che – mettendo a repentaglio la propria vita in pericolosi viaggi della speranza – europei vogliono diventare); nella NATO per tutelarsi in via preventiva da un potenziale revanscismo russo senza esitare, nel frattempo, a flirtare pericolosamente con la Cina post maoista, vera antitesi contemporanea delle democrazie liberali.
Abbiamo bisogno di grande onestà intellettuale per provare a dipanare questa matassa e trovare un modo per affrontare tutte le contraddizioni che la guerra di Putin vorrebbe far esplodere: una via d’uscita che salvaguardi la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina, che assecondi il bisogno di sicurezza degli europei dell’Est e che non acceleri, ma anzi contrasti, la crisi delle democrazie in Occidente (le scene dell’assalto a Capitol Hill sono sbiadite troppo presto), e non comprometta definitivamente gli standard di vita occidentali già minati dalla pandemia. Dobbiamo avere il coraggio di rispondere anche a questa altra domanda: dove deve finire il processo iniziato già negli anni ’90 con l’allargamento di UE e NATO a Polonia, Ungheria, Cechia e Slovacchia, repubbliche baltiche e balcaniche. Dove finisce l’Europa?
Altrimenti è facile essere risucchiati dalle profondità dell’Eurasia. Allo stesso tempo è un grave errore prospettico far coincidere gli interessi profondi di una nazione con la volontà malata di un singolo leader, in questo caso Putin. Un errore tragico e frequente. La degenerazione geopolitica di una nazione sotto la guida di un leader autoritario è anche la conseguenza dei gravi errori delle nazioni vincitrici nel precedente conflitto. Quanto è attuale la grande lezione di Keynes a ridosso della Pace del 1919, lezioni sistematizzate ne “Le conseguenze economiche della pace” che sarebbe stato una lettura fondamentale dopo la cronologia fatale 1989, 1990, 1991, che trent’anni fa ha portato alla genesi della nostra contemporaneità? Abbiamo troppo presto dimenticato che l’ascesa di Mussolini e Hitler in Italia e in Germania, nel primo dopoguerra, forse non ci sarebbe stata se gli USA di Wilson non si fossero ottusamente opposti, a Versailles, alle pretese territoriali italiane e se i francesi non avessero voluto imporre alla Germania un trattato di pace vendicativo della sconfitta subita nel 1871. Piuttosto che l’associazione nell’UE e nella NATO dei paesi dell’est Europa, questi, e magari la stessa Russia, sarebbero dovuti essere destinatari di un potente programma economico di aiuti e cooperazione, come quello immaginato dal banchiere e industriale tedesco – Alfred Herrhausen – assassinato dalla Raf (https://www.startmag.it/mondo/herrhausen-il-mistero-geopolitico-che-cambio-leuropa). Purtroppo, soltanto la Germania postunitaria ha espresso questa visione, ben decritta nel neologismo geopolitico “Gerussia”, ma la Germania non ha dimensione e potere sufficiente a surrogare la superpotenza USA e, oggi, non ha altra scelta che opporsi alla violenza di Putin (accollandosi tra l’altro i maggiori costi della pace futura) e assecondare pragmaticamente la logica degli eventi. La mancanza di saggezza nella gestione dei dividendi della pace ci porta oggi a fare i conti con l’aggressività politica del Gruppo di Visegrad all’interno dell’UE e con la crisi identitaria della NATO.
Uno dei punti essenziali di un buon equilibrio di potenza è la reintegrazione degli sconfitti nell’ordine internazionale come fatto dai vincitori di Lipsia e Waterloo con la Francia o ancora meglio come fecero gli Anglo-americani – dopo il Secondo conflitto mondiale – con Italia, Giappone e Germania.
Proprio dalla capacità di riflettere su questa lezione e sugli errori commessi, assieme a una gestione assertiva ma intelligente di questa fase – aperta dalla sfida di Putin – dipenderà la capacità di definire la nuova cornice del diritto internazionale, ma anche di salvaguardare le nostre istituzioni democratiche dalla tentazione del “Capitalismo della sorveglianza” che sta prendendo forma nella nostra distopica contemporaneità.

