La recente visita a Pechino del Primo Ministro ungherese nonché presidente di turno del Consiglio dell’UE, Viktor Orbán, non riguarda solo la sua posizione dissonante rispetto agli altri Stati UE sul conflitto in Ucraina. Invece, essa rientra in una strategia di politica estera di avvicinamento alla Cina in controtendenza alla strategia europea del de-risking.
L’8 luglio 2024, il PM ungherese si è recato in Cina per discutere della guerra in Ucraina, sulla scia delle visite nei giorni precedenti a Kyiv e a Mosca. L’incontro, avvenuto a Pechino nella Diaoyutai State Guesthouse, è stata descritta da Orbán su X come la “terza gamba di una missione di pace” riconoscendo al Paese asiatico “un ruolo cruciale per la pace globale”. Difatti, la posizione ufficiale di Xi Jinping è quella di creare le condizioni per la ripresa del dialogo tra i due Paesi in conflitto evidenziando la necessità di attuare rapidamente un cessate il fuoco seguendo tre principi: la non estensione del campo di battaglia, la non intensificazione dei combattimenti e non alimentare le tensioni da ambo le Parti. Inoltre, i due leader hanno promesso di approfondire ulteriormente la cooperazione tra i loro Paesi così come con Bruxelles poiché l’Ungheria è presidente di turno del Consiglio dell’UE
Nonostante i media russi e cinesi abbiano affermato che Budapest abbia agito con mandato europeo, l’iniziativa a sorpresa è stata duramente criticata dai partner europei i quali hanno categoricamente smentito tale affermazione. La condanna dell’UE è sfociata nella storica decisione di boicottare la presidenza ungherese del Consiglio mandando solo funzionari e burocrati alle riunioni convocate dall’Ungheria. Inoltre, la Commissione ha annullato la consueta visita del Collegio dei Commissari europei alla nuova presidenza al che è seguita l’accusa di Budapest ad Ursula Von der Leyen di sfruttare il suo incarico per ricattare e fare pressioni politiche.
La svolta ad Est
L’iniziativa rappresenta la svolta strategica ungherese compiuta dall’attuale esecutivo a partire dal 2012 ed accentuata dopo il 24 febbraio. La “Politica dell’Apertura ad Oriente” (Keleti Nyítás) è in origine formulata per rispondere alla crisi economica globale del 2008. Nello specifico, Budapest ha voluto diversificare le relazioni economiche e commerciali con i Paesi emergenti per risolvere problematiche quali la dipendenza asimmetrica dai fondi europei e la stagnazione dei salari in rapporto ad una produttività aumentata nel processo di transizione economica post-socialista. Ciononostante, è errato limitare l’Apertura soltanto all’aspetto economico perché Budapest ha intensificato i rapporti diplomatici con Cina e Russia entrando sempre di più in contrasto con i partner europei anche a causa del suo declino democratico.
Esaminando più attentamente i rapporti tra Budapest e Pechino, la Keleti Nyítás è contemporanea all’iniziativa cinese di cooperazione regionale “16+1” (oggi 14+1 per l’uscita dei Paesi Baltici e l’inattività della Repubblica Ceca) con i Paesi dell’Europa centrorientale. Da ciò, è conseguita l’adesione alla Belt and Road Initiative (BRI) diventando il primo Paese dell’Unione a farne parte. Bruxelles ha sempre tenuto un atteggiamento scettico nei confronti delle iniziative cinesi nell’area temendo che l’influenza di Pechino risulti in una politica divide et impera allo scopo di indebolire il mercato comune europeo e disarticolare la coesione politica e la sicurezza dell’UE. Tuttavia, gli Stati membri non sono mai riusciti a formulare una posizione condivisa contro la BRI in cui i veti ungheresi hanno giocato un ruolo decisivo. Tra il 2016 e il 2022, l’Ungheria ha usato il suo potere di veto sei volte per bloccare le decisioni europee avverse alla Repubblica Popolare su temi quali le dispute nel mar cinese meridionale, lo status di Hong Kong e la questione dei diritti umani. Inoltre, a luglio 2018, la diplomazia magiara si è sfilata dalla preparazione di un report firmato da tutti i Paesi UE che accusavano le pratiche economiche cinesi di “essere in contrasto con l’agenda dell’UE per la liberalizzazione del commercio [spingendo] l’equilibrio di potere a favore delle aziende cinesi sovvenzionate”.
Risking ungherese?
Sebbene l’avvicinamento di Budapest a Pechino sia iniziato oltre un decennio fa, i risultati più rilevanti sono abbastanza recenti. Come segnalato dalla Banca Nazionale dell’Ungheria, gli investimenti diretti esteri cinesi nei confronti dell’Ungheria, fino al 2021, hanno rappresentato solo il 3,7% del totale (3,5 miliardi di euro), una quota modesta in comparazione ai 25 della Germania, il maggiore investitore. Inoltre, dovevano essere realizzati tre progetti infrastrutturali sino-ungheresi nel decennio scorso di cui solo la linea ferroviaria ad alta velocità Belgrado-Budapest ha visto la luce sebbene sia ancora incompleta. Ancora, nel 2019, il ministro dell’Innovazione e della Tecnologia, László Palkovics, ha firmato un memorandum con il presidente della Fudan University, Xu Ningsheng, nella quale voleva realizzare un campus universitario cinese a Budapest da inaugurare nel 2024. Il progetto, in fase di ultimazione e il primo in Europa, è stato contestato dall’opinione pubblica ungherese, poiché rappresenterebbe un rischio alla libertà del pensiero critico nelle università, biasimando, al contempo, la chiusura della Central European University, uno storico ateneo di orientamento liberale e finanziato dal filantropo George Soros.
Risultati più rilevanti sono emersi durante la congiuntura economica negativa causata dal COVID-19 e dall’invasione russa dell’Ucraina, eventi che hanno gravemente colpito l’economia ungherese, considerando che la sua quota del Recovery Fund è stata sbloccata solo a gennaio 2024. Questa situazione ha ulteriormente avvicinato Budapest alla Repubblica Popolare complicando la strategia europea di de-risking economico dalla Cina. Dal 2020 ad oggi, infatti, le imprese cinesi hanno sensibilmente aumentato gli investimenti nel Paese arrivando a sedici miliardi di euro. Il progetto di punta, annunciato nel 2022, è la costruzione di una fabbrica di batterie per i veicoli elettrici a Debrecen realizzato dalla CATL (Contemporary Amperex Technology Co. Limited), la quale investirà 7,5 miliardi di euro. Inoltre, diversamente dall’approccio scettico e securitario dell’UE verso le tecnologie cinesi, Budapest ha approfondito i rapporti con Huawei favorendo un accordo iniziale per la creazione di un sistema cloud condiviso assieme a 4iG Nyrt, la più grande società di telecomunicazioni magiara.
Infine, il conflitto in Ucraina ha compromesso ulteriormente i rapporti tra l’Ungheria e i partner euro-atlantici. Il 2024 si sta rivelando, in tal senso, un anno decisivo in quanto Budapest detiene la presidenza del Consiglio che sfrutterà per indebolire gli sforzi europei nei dossier decisivi. Inoltre, la “missione di pace” di Orbán è coerente con il nuovo framework cooperativo della “All-Weather Comprehensive Strategic Partnership of a New Era”. Stipulata il 9 maggio a Budapest, in occasione del settantacinquesimo anniversario dei rapporti diplomatici tra i due Paesi, la “Partnership Strategica” non ribadisce solamente la volontà di approfondire ulteriormente la cooperazione economica ma anche quella securitaria. Il terzo punto del documento afferma che “le Parti si sostengono reciprocamente e con fermezza nella salvaguardia della sovranità, della sicurezza e dell’integrità territoriale nazionale”. Pur non indicando un approccio di sicurezza condiviso, Budapest abbraccia esplicitamente la One China Policy in senso favorevole alla Repubblica Popolare in quanto l’Ungheria si dichiara ostile “a tutte le forme di attività separatiste volte a rompere l’unità della Cina”, una postura che diverrebbe problematica per una reazione europea comune in caso di una futura invasione cinese di Taiwan.
Perciò, l’atteggiamento da free-rider dell’Ungheria testimonia un allontanamento sempre più marcato dal framework economico-securitario dell’Occidente. I suoi veti e distinguo complicano la possibilità per l’UE di formulare una vera autonomia strategica cruciale nelle attuali sfide internazionali.

