L’accordo tra Stati Uniti e Ucraina sulle terre rare mette in luce quanto le risorse strategiche siano centrali per la Casa Bianca. Washington punta a ridurre la dipendenza dalla Cina e a rafforzare il proprio ruolo in Asia, anche esplorando nuove vie di dialogo con la Corea del Nord. In un gioco complesso tra diplomazia e investimenti, il controllo delle materie prime potrebbe rimescolare gli equilibri internazionali, aprendo scenari inediti nei rapporti con Pyongyang e nella sfida con Pechino.
Le grandi ricchezze del sottosuolo nordcoreano
Secondo due studi del Nautilus Institute condotti tra il 2011 e il 2019 da Edward Yoon, esperto di risorse minerarie nordcoreane, la Corea del Nord disporrebbe di circa 360 tipologie di risorse minerali, di cui 220 commercializzabili. Nell’ultima elaborazione a disposizione, l’industria mineraria occupa circa il 13.2% del PIL, con esportazioni del settore che, da sole, generano oltre il 36.4% della totalità dell’export nordcoreano. Con la divisione della penisola, il Nord si è trovato a possedere alcuni dei più vasti giacimenti minerari presenti in Corea, oltre che a un territorio già di per sé ricco di questo tipo risorse. Ad esempio, la Corea del Nord si colloca tra i dieci Paesi al mondo con le maggiori riserve di tungsteno, molibdenite, barite, fluorite e grafite, attestandosi come un attore rilevante nel loro settore. Nel complesso, le maggiori risorse a disposizione di Pyongyang sono oro, argento, rame, piombo, zinco, ferro, tungsteno, molibdenite, manganese, nickel, grafite, calcare, caolino, talco, asbesto, fluorite, barite, magnesite, antracite, carbone, carbone bituminoso, apatite. Si tratta di risorse i cui depositi, a livello nazionale, si attestano tra le 1.000 tonnellate e le 100 milioni di tonnellate. Grandezze di quest’ultimo tipo riguardano essenzialmente zinco, ferro, calcare, magnesite, antracite e carbone bituminoso.
Per quanto riguarda le terre rare la questione diventa complessa, almeno in termini di stime. Secondo il rapporto di Yoon del 2019, la Corea del Nord ha esportato verso la Cina componenti minerali grezze (da cui estrarre successivamente le componenti definite “rare”, come ittrio e neodimio) per circa un milione di euro, ma senza dare ulteriori valutazioni su scala nazionale. Più completa, per quanto riguarda invece le materie prime di riferimento, risulta Susan Wacaster, che, analizzando l’industria mineraria nordcoreana, include tra i minerali portatori di REE (Rare Earth Elements) bastnäsite (cerio), britholite (cerio), cerite (cerio), fergusonite (ittrio) e gadolinite (cerio, lantanio, neodimio e ittrio). Tra le valutazioni più diffuse, in termini economici, vi è quella, pubblicata nel 2014, della SRE Minerals, un fondo inglese di capitale privato internazionale, che rilevò un quantitativo pari a 216 milioni di tonnellate di ossidi di terre rare, comprendenti terre rare leggere, pesanti e minerali di terre rare. The Diplomat, tra i molti che riportarono la notizia, sottolineò come tali quantità fossero superiori di almeno sei volte quelle disponibili nella Repubblica Popolare Cinese, omettendo però la natura opaca della proprietà del fondo e la possibilità che tali dichiarazioni possano avere dubbie fondamenta, come sottolineato dallo stesso Yoon. Dati più certi arrivano dal governo sudcoreano, il quale crede che Pyongyang disponga di un totale di terre rare dal valore compreso tra i 2.800 e i 6.000 miliardi di dollari, molto meno dei 65.000 miliardi che erano stati invece rilevati dal calcolo del valore della miniera di Jungju da parte della stessa SRE Minerals.
Al di là dei calcoli, la Corea del Nord dispone comunque di considerevoli quantità di terre rare, già scoperte in parte durante il periodo coloniale giapponese. Secondo alcuni rapporti del Governatorato Generale di Corea, la presenza di sabbie di quarzo e monazite furono ritenuti centrali per la ricerca scientifica e l’estrazione dei più ricercati minerali. Il documento rimarca inoltre la presenza di altri metalli, come la wulfenite (ottenibile dal molibdeno) e il torio, ove quest’ultimo, in quanto radioattivo, avrebbe attirato le attenzioni dell’esercito imperiale giapponese per la possibile produzione di una primitiva arma radioattiva. I resoconti, con la fine della dominazione nipponica, sono entrati nelle disponibilità di Kim Il-sung, come anche, durante la conquista di Pyongyang, delle forze militari e dell’intelligence statunitensi. Entrambi i Paesi sono quindi consapevoli delle solide basi, sia quantitative che storiche, del settore, che resta comunque in difficoltà a causa della crisi economica postsovietica e dell’inefficiente pianificazione centrale. Data la situazione ancora attuale di persistente problematicità, l’industria mineraria è entrata in uno stato di costante riduzione della produzione. Malgrado ciò, i Kim non hanno mai rinunciato a finanziare, seppur in maniera altalenante, i gruppi minerari di Stato, consapevoli del fatto che tali risorse e materie prime costituiscono una componente decisiva per il futuro del regime.
Interessi e progetti estrattivi di Cina e Russia
Nel caso gli Stati Uniti aprissero allo sviluppo congiunto di tali risorse si troverebbero però a confrontarsi con Cina e, in misura minore, Russia. Già nel 2010, un’informativa prodotta dalla U.S.-China Economic and Security Review Commission osservava l’interesse cinese nell’ambito delle risorse minerarie nordcoreane. Grazie a prezzi competitivi, Pechino punta a trasformare la Corea del Nord in un centro strategico per la produzione e l’esportazione di materie prime essenziali. Allo stesso tempo, mira a garantire una maggiore sicurezza negli approvvigionamenti, riducendo la dipendenza da fornitori soggetti a potenziali tensioni commerciali, come Vietnam, Canada e Australia. In questa prospettiva si collocano i numerosi investimenti delle aziende cinesi per accedere al mercato minerario nordcoreano, spesso con scarsi successi o iniziative di cui non si hanno più informazioni a riguardo.
Nel 2005, il China Tonghua Iron and Steel Group investì 940 milioni di dollari per lo sviluppo della miniera a cielo aperto di Musan, la più grande in Asia per quanto riguarda depositi di ferro. Il progetto risultò poi cancellato dalle autorità nordcoreane dopo che il contratto era stato reso pubblico. Probabilmente, gli ufficiali nordcoreani provarono imbarazzo per la divulgazione dell’investimento, temendo che l’entità del capitale speso rivelasse le difficoltà e l’arretratezza delle infrastrutture. Nel 2006 il Wangxiang Group acquisì il 51% della Hyesan Youth Copper Mine, tentando un ammodernamento delle strutture circostanti per migliorarne la produzione. Il test nucleare condotto quell’anno da Pyongyang fermò i lavori, che si dissero ripresi nel 2010 senza però avere altre notizie sul futuro del progetto. Nel 2012, un altro gruppo, il conglomerato Xiyang, investì 40 milioni di dollari per realizzare un impianto di estrazione e attività di formazione dei lavoratori. Una volta avviati i lavori, l’azienda fu costretta a lasciare il Paese su pressione delle autorità, poiché i lavoratori locali erano ormai in grado di svolgere le attività in modo autonomo, rendendo superflua la presenza del gruppo. Gran parte del fallimento di queste avventure imprenditoriali sono dovute, oltre che all’ostilità del governo di Pyongyang, anche dalla paura di Kim Jong-un di legare eccessivamente la sua economia a quella di Pechino, da cui già dipende in maniera considerevole.
In virtù di ciò, il rafforzamento dei legami con la Russia risultano contraltare efficace verso lo storico alleato. Nel 2012, il Ministero per lo Sviluppo dell’Estremo Oriente intavolò una commissione intergovernativa per il potenziamento delle relazioni bilaterali tra i due Paesi, concentrando la collaborazione nella ricerca di petrolio e gas in Corea del Nord, nella partecipazione russa allo sviluppo dei depositi minerari presenti e la cooperazione nell’estrazione di oro. Nel 2015, Northern Miles Ltd. creò una joint venture con la Korean Zinc Industry Association per lo sviluppo dei depositi di oro e argento. Un’altra impresa, il Sever Group, promosse una propria partecipazione nell’industria metallurgica nordcoreana. La successiva assenza di informazioni in merito non ci dice molto sull’esito di tali attività, che, andando oltre la possibilità o meno di successo, potrebbero avere nuovi risvolti positivi grazie al partenariato strategico firmato da Kim Jong-un e Vladimir Putin a Pyongyang nel giugno 2024.
I numerosi piani di sviluppo lungo l’asse Pechino-Mosca-Pyongyang non sembrano però tali da poter impedire l’entrata di Washington in un possibile dialogo con la Corea del Nord. La Casa Bianca potrebbe usare il settore minerario nordcoreano come leva diplomatica, approfittando della minore influenza di Pechino, impegnata a gestire problemi interni, la scomoda vicinanza con un alleato che ostacola la sua stabilità diplomatica e commerciale, e il riavvicinamento tra Mosca e Pyongyang nel contesto del futuro dialogo sull’Ucraina. Data la partecipazione nordcoreana ai combattimenti nel Kursk, la questione sarà inevitabilmente parte dei negoziati sul conflitto.Washington potrebbe tentare di avvicinare Pyongyang tramite il Cremlino e allontanarla dall’influenza di Zhongnanhai. L’equilibrio tra deterrenza, dialogo e vantaggi economici sarà pertanto decisivo, con un’opportunità di ridefinizione degli assetti politici in Asia. Tuttavia, il successo di questa strategia dipenderà dalla volontà delle parti e dalla capacità di Washington di gestire un approccio obbiettivo e pragmatico che riesca a superare l’efficace tattica negoziale di Palazzo Mansudae.

