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Il disgelo con la Russia prospettato da Trump apre nuovi interrogativi nelle relazioni tra Stati Uniti e Paesi alleati, segnando un cambio di passo nelle relazioni internazionali paragonabile sotto certi aspetti a quello tra Mao e Nixon negli anni Settanta. Gli attuali timori che ne stanno derivando però non riguardano solo i membri della NATO e l’Ucraina, ma anche la Cina e Taiwan, curiosi di apprendere lezioni utili per prepararsi alle sfide future.

Il disgelo con la Russia prospettato da Trump apre nuovi interrogativi nelle relazioni tra Stati Uniti e Paesi alleati, segnando un cambio di passo nelle relazioni internazionali paragonabile sotto certi aspetti a quello tra Mao e Nixon negli anni Settanta. Gli attuali timori che ne stanno derivando però non riguardano solo i membri della NATO e l’Ucraina, ma anche la Cina e Taiwan, curiosi di apprendere lezioni utili per prepararsi alle sfide future.

È passato poco più di un mese dal 20 gennaio, giorno dell’inaugurazione della seconda amministrazione Trump negli Stati Uniti. E proprio in poco più di un mese il presidente americano ha mostrato ripetutamente l’intenzione di stravolgere lo scenario politico e strategico mondiale, sconvolgendo in particolar modo l’Europa. 

In primis ha chiesto un riequilibrio in termini di spesa militare interno alla NATO, arrivando a parlare di un ipotetico target al 5% in relazione al PIL di ogni singolo Stato membro dell’organizzazione. Come per esempio già evidenziato dalla Germania, è improbabile che questa soglia verrà effettivamente accettata e poi raggiunta in tempi brevi sia per il fatto che attualmente essa è fissata al 2% (definita “soglia minima” già al vertice dell’Alleanza in Galles nel 2014) sia perché tuttora alcuni Paesi non hanno nemmeno raggiunto tale obbiettivo, nel caso dell’Italia facendo leva sull’aumento della partecipazione in missioni militari all’estero. A ciò si aggiunga l’ostacolo presentato dai limiti produttivi del sistema militare industriale occidentale.

Le mosse della diplomazia americana tra Mao e Putin

Di recente inoltre ciò che ha sconcertato gli alleati europei degli Stati Uniti sono state le dichiarazioni e le successive iniziative diplomatiche proprio da parte americana nei confronti della Russia per cercare di trovare una soluzione alla questione ucraina. I modi con cui Trump sta attualmente preparando il campo per un negoziato ufficiale con la Russia ha lasciato impietriti non solo gli ucraini ma anche l’intera Europa, portando diversi commentatori a chiedersi: è in atto un disgelo tra Stati Uniti e Russia sul modello di quello sino-americano degli anni Settanta? Se fosse davvero così (e le recenti dichiarazioni del segretario di Stato americano Rubio lo confermerebbero), non sarebbe solo un cambiamento epocale nelle relazioni tra Europa e Stati Uniti, ma scatenerebbe un riassestamento strategico in tutto il globo, andando in particolar modo ad incrinare quell’alleanza “senza limiti” (così definita sia da Xi che da Putin) tra la Russia ed il Paese che gli Stati Uniti considerano come il loro vero competitor: la Cina. Proprio qui è possibile osservare una somiglianza tra la situazione attuale e il disgelo tra Nixon e Mao: in entrambi gli Stati Uniti hanno cercato o stanno tentando di danneggiare il rapporto tra Mosca e Pechino per indebolire la prima all’epoca e la seconda ai giorni nostri.

Tuttavia è doveroso evidenziare delle differenze tra i due casi: attualmente le relazioni russo-cinesi sembrano quantomeno stabili (nonostante l’asimmetria in favore dei secondi), mentre negli anni Settanta si era assistito a una profonda spaccatura tra le due leadership comuniste, evidenziata dalla presenza di almeno 27 divisioni dell’Armata Rossa al confine cinese nel 1969 (da ricordare anche l’imboscata cinese sul fiume Ussuri contro una squadra di pattugliamento sovietica nello stesso anno). Allora Mao capì la necessità di non rimanere completamente isolato a livello internazionale e di riallacciare delle relazioni diplomatiche con gli Stati Uniti. Questa apertura venne ben accolta dall’amministrazione Nixon e divenne uno dei punti chiave della politica estera americana: è la famosa triangular diplomacy, intrapresa dall’allora consigliere per la sicurezza nazionale Henry Kissinger per fare in modo che gli Stati Uniti si servissero delle tensioni tra i due più grandi Paesi comunisti dell’epoca per dare il via a un periodo di distensione tra le potenze, soprattutto l’Unione Sovietica.

Un’altra differenza consiste nell’evoluzione politica, economica e militare proprio di Cina e Russia, le quali non sono paragonabili all’Unione Sovietica e alla vecchia Cina comunista praticamente da nessun punto di vista. Tanto per fare un esempio, entrambe hanno abbandonato l’iniziale dottrina comunista: la Russia in maniera drastica con il crollo del blocco sovietico e la Cina con la graduale apertura al mercato capitalistico sotto Deng Xiaoping. A ciò si aggiungano, in ultima analisi, gli evidenti punti di contatto nell’ideologica conservatrice di cui sia Putin che Trump si fanno promotori, totalmente assenti durante gli anni Settanta.

Gli obiettivi americani e il ruolo dell’Europa

È tuttavia da evidenziare che Mao non diventò un fervente sostenitore dei valori occidentali, ma si limitò sostanzialmente a mantenere un certo distacco da Mosca e a stemperare la tensione legata alla situazione di Taiwan. Per il momento non sappiamo con certezza quale sarà la posizione assunta dalla Russia nell’ipotetico scenario postbellico immaginato da Trump, ma è lecito supporre che l’obiettivo primario americano sia evitare che la Russia diventi una sorta di junior partner della Cina, utilizzando nuovamente le parole del segretario Rubio.

E poi c’è l’Europa: per Nixon, e in generale per tutte le amministrazioni americane dal secondo dopoguerra in poi, era impensabile la rinuncia a una stretta alleanza con gli alleati europei, mentre Trump non sembra esservi tanto legato per vari motivi, soprattutto quello economico legato alla redistribuzione delle spese militari interne alla NATO e per la ricorrente tentazione isolazionista, inaugurata ufficialmente dalla dottrina Monroe del 1823, che serpeggia da sempre nell’opinione pubblica americana.

Le recenti visite di alcuni Capi di Stato europei come il polacco Duda, il francese Macron e il britannico Starmer hanno cercato di “correggere” la posizione assunta dal presidente americano su tale questione. Tuttavia l’accesa discussione tra Zelensky, Trump e Vance nello Studio Ovale del 28 febbraio e il conseguente rinvio nella firma dell’accordo sulle terre rare ha evidentemente messo in luce una profonda divisione nello schieramento occidentale, ulteriormente rimarcata dalla recente decisione sempre di Trump di interrompere gli aiuti, militari inclusi, al paese aggredito fino a una chiara manifestazione della volontà di giungere a una pace da parte del Presidente ucraino. 

I timori della Cina

Nonostante si debba procedere con attenzione e cautela nell’analisi di avvenimenti di tale portata, è innegabile il fatto che la nuova linea americana abbia segnato un cambio di passo notevole rispetto al passato, creando notevole subbuglio nella vecchia Europa e sollevando dei dubbi nella leadership cinese. Proprio il governo cinese non si è per ora esposto su questo tentativo di dialogo tra USA e Russia, ma se i piani di Trump si concretizzassero verrebbe a meno quell’alleanza “senza limiti” già citata in precedenza. Il rischio principale per Pechino sarebbe un eventuale isolamento sul piano internazionale, con l’asse antioccidentale ridotto in questa eventualità solo a Corea del Nord e Iran, oltre alla stessa Cina e Stati minori. Un altro timore cinese si basa sulla fine della guerra in Ucraina in concomitanza con un disgelo tra russi e americani, con gli ultimi finalmente liberi di concentrarsi pienamente sulla regione dell’Indo-Pacifico e sul problema legato allo status quo dell’isola di Taiwan, anche questo già trattato da Mao e Kissinger, con Mao disposto a rimandare la soluzione ad esso “forse anche per cent’anni”. 

D’altra parte, va sottolineato come proprio dalla Cina si sia cercato negli ultimi giorni di riaffermare la fiducia e l’implicito sostegno all’alleato russo. A ciò si aggiunge un rinnovato corteggiamento diplomatico cinese verso i Paesi europei, considerati da Pechino cruciali nella costruzione di un nuovo mondo multipolare. È oltretutto doveroso ricordare che la guerra in Ucraina rimane un formidabile laboratorio per la Cina per testare gli eventuali effetti delle proprie ambizioni in politica estera, una delle quali riguardante inevitabilmente l’isola di Taiwan. Da quando è stata resa manifesta l’intenzione americana di basare i negoziati con la Russia unicamente sulla base degli interessi economici derivabili, a Taipei è cresciuto il timore che Trump possa non garantire l’integrità dell’isola, in un eventuale azione offensiva cinese nel caso in cui a ciò non dovesse corrispondere a un reale e motivato interesse americano.In conclusione, è bene ricordare che solo a freddo sarà possibile appurare le conseguenze e l’efficacia di certe decisioni prese dall’attuale amministrazione americana riguardanti i temi descritti in precedenza. Per fare un esempio, quando nel 1971 il presidente Nixon annunciò alla nazione che avrebbe compiuto in viaggio in Cina dopo serrate trattative diplomatiche, ciò venne visto all’epoca come una decisione quantomeno controversa, poiché fino a quel momento la Cina comunista era rimasta completamente chiusa al mondo occidentale e, soprattutto negli Stati Uniti, ancora riecheggiavano i ricordi dell’intervento cinese nella guerra di Corea e le tensioni militari riguardanti Taiwan. Tuttavia col passare del tempo, buona parte degli storici ha cominciato a giudicare con favore questa scelta di Kissinger e Nixon, considerandola un passaggio cruciale nel contesto del confronto con l’Unione Sovietica. Sarebbe dunque errato definire a priori “uno sbaglio” l’iniziativa diplomatica americana nei confronti della Russia, nonostante essa abbia dato origine a un’ondata di scetticismo e incertezza in molti Paesi, alleati degli Stati Uniti e non solo. Rimane dunque opportuno osservare se l’azione americana si allineerà alle necessità di sicurezza a lungo termine nel panorama internazionale e quanto, al contrario, sarà sacrificato nell’interesse nazionale statunitense a discapito di tale principio.

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