Le mid-term elections negli Stati Uniti si avvicinano. Il martedì delle elezioni cadrà il 3 novembre e alle urne saranno chiamati i cittadini di tutti e 50 gli stati per eleggere o rieleggere i membri del congresso. Sulla loro scheda, quasi sempre, lo stesso dilemma: scegliere un repubblicano o un democratico.
Il controllo esercitato dal GOP (grand old party, nome alternativo del partito repubblicano) e del partito democratico sui loro candidati è tradizionalmente molto forte. Per potersi presentare alle elezioni da indipendente, nella maggioranza degli stati, una candidata deve raccogliere un numero elevato di firme oppure pagare una cospicua tassa a seconda dello stato di appartenenza. Queste barriere all’entrata hanno tradizionalmente favorito un sistema bipartitico in cui il candidato democratico o repubblicano vincente dalle rispettive primarie viene automaticamente presentato dal partito alle elezioni statali, senza ulteriori cavilli burocratici. In tal senso, i partiti garantiscono che la candidata sia vetted, quindi accuratamente selezionata anche alla luce del suo passato politico e personale, e che in seguito sia gradita dalla base partitica nella maggioranza delle costituenti dello stato. Operando in questo modo, i candidati hanno un margine di manovra limitato rispetto ai valori del partito, agli obiettivi di Washington – se rappresentano il partito della Casa Bianca – e, non meno importante, rispetto agli interessi dei big e mega donors, coloro che finanziano le campagne elettorali affini ai loro interessi particolari.
Ad oggi, questo schema sembrerebbe essere saltato; i partiti hanno meno influenza che mai sulla nomina dei loro candidati e si trovano spesso a dover rincorrere scelte già prese dal basso, da movimenti che operano all’infuori delle logiche partitiche. Inversamente, i candidati hanno difficoltà ad allinearsi ai diktat dall’alto, se questi non trovano un riscontro immediato nell’elettorato americano, quest’ultimo sempre meno prevedibile e difficile da cristallizzare. In tal senso, il partito democratico è attualmente investito da un’ondata socialista che cambia i connotati moderati del partito. I repubblicani, invece, devono far fronte all’impopolarità di Trump, cercando di reinventare una scala di valori ed obiettivi rimasta sconvolta dal movimento MAGA.
Una crisi annunciata
Nel 2016, Bernie Sanders aprì una breccia nel castello elettorale americano, fu accolto tra le file dei democratici e sfidò Hillary Clinton alle primarie, sfiorando la vittoria. Un socialista e un membro indipendente del congresso, poté giocarsi le carte per diventare la guida del partito democratico alle elezioni generali. In maniera simile ma con metodi diversi, nello stesso anno, Trump piegò il partito repubblicano sulle sue posizioni con una campagna elettorale travolgente. L’elezione a presidente degli Stati Uniti fu sorprendente anche per via dello suo status di outsider nel panorama repubblicano. In entrambi i casi, il candidato appariva più forte ed influente del suo partito, un fatto raro nella storia politica americana.
Quello che sembrava inedito nel 2016 è prassi nel 2026. I candidati fuoriuscenti dalle primarie democratiche e repubblicane, nel contesto delle elezioni di midterm, hanno tendenza ad operare fuori dalle logiche partitiche; si preoccupano maggiormente dell’opinione pubblica generale, che include sì, anche membri del partito, ma soprattutto un numero elevato di indecisi o di elettori che votano la persona, non il partito. Con la stessa logica si spiegano le carriere lampo di Alexandra Ocasio Cortez o di JD Vance, politici che certamente hanno bruciato molte tappe rispetto ai candidati classici nominati proceduralmente dai partiti.
L’onda socialista tra i DEM
Occorre notare allora come il partito democratico stia attualmente cercando di rincorrere una vera e propria rivoluzione interna. La già citata Alexandra Ocasio Cortez ha recentemente “sconfessato” la retorica woke (parola usata in maniera dispregiativa dai conservatori per indicare la cultura del politicamente corretto e moralismo eccessivo) del periodo pandemico, il cosiddetto woke 1, in quanto troppo estrema, o più semplicemente populista. Alcuni analisti la interpretano come la mossa del cavallo per afferrare il voto degli indecisi, spesso stufi del trumpismo ma impauriti dal socialismo che avanza. Un’altra chiave di lettura potrebbe indicare che i radicali non hanno più bisogno del woke 1. Molte tematiche centrali dell’ala sinistra del partito sono pane quotidiano delle campagne elettorali dem durante queste primarie; dalla sanità pubblica ed universale, il reddito minimo e la tassa ai super-ricchi, alla perorazione della causa palestinese, il ripudio della guerra e l’abolizione dell’ICE. Per non perdere terreno su queste tematiche, i democratici socialisti americani potrebbero mettere in cantina alcuni cavalli di battaglia del woke, come il disinvestimento nella polizia, la politica della memoria in contrasto con il passato coloniale americano, ed iniziative a forte impatto mediatico come la recente proposta di abolire il giorno del ringraziamento.
I democratici socialisti, di cui Sanders e Mamdani sono gli esponenti più in vista, hanno visto crescere la loro base di iscritti da 6000 membri nel 2016 ai 120.000 odierni. Candidati come Abdul El Sayed in Michigan, Angie Nixon in Florida ed Ed Barkey nel Maine, sfideranno le loro controparti repubblicane con un programma DEM più radicale che mai. Lo spauracchio del socialismo rampante non riguarda solamente la base repubblicana, che imposta la sua campagna elettorale come baluardo contro i comunisti DEM, bensì pertiene anche dall’ala moderata del partito democratico, il quale si chiede qualora il socialismo possa coesistere con il partito democratico americano. Josh Gottheimer, rappresentante democratico alla camera ha dichiarato: “molti di noi pensano, che se sei un socialista non puoi anche essere un democratico”. L’approccio quindi più cauto di Cortez ed altri sulle tematiche care al mondo dei socialisti democratici americani sembrerebbe voler rassicurare l’opinione pubblica sugli intenti democratici ed istituzionali dei candidati della nuova sinistra americana. I temi centrali su cui Bernie Sanders si è scontrato più volte con il partito democratico rimangono tuttavia il terreno sul quale si cerca di riassestare un partito DEM in forte cambiamento e in rottura con i suoi principi tradizionali.
Trumpapalooza – la base repubblicana smarrita
Se i democratici devono far fronte ad un’ondata nuova proveniente dall’elettorato di sinistra, i repubblicani pagano caro il conto dell’impopolarità del loro presidente. Come già accennato, Trump è il simbolo della crisi del partito repubblicano; non voluto e non cercato dall’establishment repubblicano nel 2016, è riuscito, con il supporto di un movimento dal basso, a scardinare in poco tempo anni di assunti e valori repubblicani per creare un partito a sua immagine e somiglianza. Tuttavia, le fondamenta non sembrerebbero essere solide; l’inflazione rampante, la guerra in Iran, il sostegno perdurante alla politica estera israeliana ed infine le sbavature della politica migratoria tramite il braccio armato dell’ICE, hanno portato il presidente al 33% nell’indice di gradimento.
tra il 9 e il 10 settembre, Trump ha indetto, a Dallas, una inusuale midterm convention per allineare i candidati delle primarie alle sue posizioni. Se fino a due anni fa i candidati avrebbero fatto carte false per poter sedersi allo stesso tavolo di Trump, oggi, si moltiplicano le defezioni; la impopolarità del presidente nei sondaggi porta molti repubblicani a tenersi alla larga dal trumpismo, almeno in campagna elettorale. Molti repubblicani hanno dichiarato di non volere o poter presentarsi al Trump-pa-pa-looza, un termine recentemente coniato per descrivere la midterm convention e rimarcarne i tratti caotici e tarati sulla figura del presidente. I tentennamenti dei candidati repubblicani nell’accogliere l’abbraccio di Trump, allorché il presidente degli Stati Uniti d’America annuncia di scendere in campo personalmente per 30 giorni per sconfiggere i comunisti democratici alle midterm, segnalano una crisi partitica dall’interno; I diktat dall’alto non tengono più conto della realtà elettorale che affrontano i candidati dal basso. A riprova di ciò, l’ondata crescente di dissenso bipartisan sul costo ecologico ed economico della costruzione di nuovi centri di elaborazione dati in sostegno all’enorme boom dell’AI. Mentre due terzi degli americani dichiarano di essere contro nuovi i data centers, ritenendoli dannosi e non una priorità strategica per gli Stati Uniti, il partito repubblicano deve fare i conti con la Casa Bianca, la quale ha in cantiere sempre più progetti per rimanere competitivi nella corsa all’AI. Cosi’ candidati come Mike Rogers in Michigan, o Susan Collins nel Maine si trovano a dover gestire una campagna elettorale timida, scevra di argomenti calzanti, per cercare di non inimicarsi il movimento MAGA e quindi tenere aperta la porta del finanziamenti di MAGA inc. il “bottino di guerra” di Trump che può consacrare o affossare la campagna elettorale dei candidati repubblicani.
I nuovi mega donors
Un altro elemento di rottura con il sistema partitico tradizionale americano rileva dalla frammentazione dei megadonors, i quali contribuiscono sempre maggiormente al finanziamento delle campagne elettorali ma che sono più esigenti sugli obiettivi da seguire in cambio della loro sponsorship. Tra i 20 megadonors piu’ ricchi individuati dal New York Times, troviamo George e Alex Soros per i democratici, Musk e i fratelli Winklevoss, e altri esponenti di spicco del mondo delle cripto. Seguendo il flusso dei soldi, i miliardari americani starebbero investendo cospicue somme, da un lato, per spingere candidati pro-cripto, che possano istituzionalizzare maggiormente la compravendita di criptovalute, dall’altro, per foraggiare candidati sensibili alla corsa per il primato sull’AI tra Stati Uniti e Cina. Nel mezzo, vi è il già citato “fortino di guerra” di Trump, MAGA inc., da cui il presidente attinge per sponsorizzare i candidati a lui più congeniali. La maggior parte dei megadonors si posiziona tra le file repubblicane, mentre i candidati democratici puntano il dito contro i loro stessi rivali DEM qualora ricevessero qualsiasi tipo di finanziamento corporate, al di là della somma in questione. Anche tra i miliardari è ben visibile la crisi del bipartitismo americano, vi è la tendenza a cercare candidati particolari che possano rappresentare gli interessi specifici dei super-ricchi senza badare troppo né ai valori né alle linee politiche dei partiti.
Due partiti, stesse tematiche
Ha senso in America parlare di divisione tra democratici e repubblicani? Nell’osservare la violenza con cui le parti si sono scontrate sulle politiche migratorie, sulla legalizzazione delle droghe leggere, i diritti transgender e l’aborto, si direbbe di si. Tuttavia, vi sono tematiche trasversali che sembrerebbero mettere d’accordo sia i repubblicani che i democratici. L’idea che la sanità debba essere pubblica o quantomeno accessibile a tutti, trova un consenso bipartisan, allorché fu uno dei temi più dibattuti dell’era Obama. Sia i DEM che i repubblicani invocano da anni una politica estera americana meno intervenzionista e la maggioranza è ormai d’accordo sul fallimento generale che hanno rappresentato le guerre in Afghanistan e in Iraq, possibilmente anche in Iran oggi. La difesa a priori di Israele non è più ben vista nemmeno dai repubblicani, e ben pochi democratici la rivendicano per consuetudine della linea passata. La retorica “anti-élite”, spesso eccitata da tesi complottiste, fuoriesce in maniera del tutto simile sia dalla sinistra radicale che dalla base MAGA. Anche sulle politiche migratorie potrebbe esserci un livellamento, dal momento in cui i democratici chiamano ad una regolazione dei flussi e si pongono a metà strada tra la chiusura completa dei confini e il disinvestimento della polizia e dei controlli ai confini, mentre meno repubblicano si pongono in difesa dell’ICE, che risulta impopolare tra gli americani.
Le elezioni di midterm del 2026 segneranno, quasi inevitabilmente, l’inizio di una nuova fase politica: al Congresso arriverà una generazione di candidati portatori di istanze spesso estranee alla logica tradizionale dei partiti. Restano tuttavia aperti interrogativi importanti, primo fra tutti quello identitario, che riguarda entrambi gli schieramenti: da un lato un partito democratico sempre più condizionato dalla sua ala più radicale, dall’altro un partito repubblicano ancora alla ricerca di valori propri, mentre si affaccia, forse, al crepuscolo del trumpismo.

