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NotizieWho is who: Josef Stalin

Who is who: Josef Stalin

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Nome: Josef Vissarionovic Dzugashvili
Nazionalità: georgiana
Data di nascita: 18 dicembre 1878
Ruolo: Segretario Generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica

Dal Caucaso alla Rivoluzione d’Ottobre

Josif Vissarionovic Dzugashvili nacque il 18 dicembre (o il 6 dicembre, secondo il calendario Giuliano) 1878 a Gori, in Georgia. Le origini molto umili della sua famiglia spinsero i suoi genitori ad avviarlo agli studi seminaristi, al fine di conseguire il sacerdozio nella Chiesa Ortodossa Georgiana. Tuttavia, nel corso dei suoi studi, il giovane Josef riuscì a decifrare anche le opere del filosofo sociale tedesco Karl Marx e di altri autori socialisti proibiti dalla censura imperiale, i quali lo avvicinarono ai movimenti rivoluzionari contro la monarchia russa. Nel 1900, dopo essere stato espulso dalla scuola per il mancato sostenimento degli esami di profitto, il ventiduenne divenne un agitatore politico, fomentando rivolte e scioperi nei principali centri industriali del Caucaso. Nel 1903, quando il Movimento Socialdemocratico si sciolse in due fazioni, quella Bolscevica e quella Menscevica, Josif Vissarionovic si unì quella più militante, divenendo l’epigono di Vladimir Lenin. Tra il 1902 e il 1907, il ragazzo sedizioso, ormai noto come Stalin (in lingua russa, “uomo di ferro”), fu condannato numerose volte con l’accusa di esercitare attività di natura rivoluzionaria e in quattro occasioni scontò il confino in Siberia.

Dalla Rivoluzione allo stalinismo

Al ritorno dal suo ultimo esilio, Stalin si congiunse con l’ala più militante dei Bolscevichi e nel 1917 prese parte al colpo di stato capeggiato da Lev Trotsky, che determinò la caduta definitiva dell’Impero degli Zar. Dal 1918 al 1922 egli ricoprì il ruolo di Commissario per gli Affari delle Nazionalità e nel 1923 fu eletto Segretario Generale del Comitato Centrale del Partito Comunista; tali ruoli gli permisero di attribuire ai suoi alleati pubblici uffici di rilievo utili al consolidamento del suo consenso politico. Prima del suo decesso, Lenin redasse il proprio testamento politico, attraverso il quale chiedeva l’allontanamento del suo discepolo dal posto di Segretario Generale, in ragione delle sue ambizioni di dominio e dei metodi brutali per conseguirle. Tale documento avrebbe potuto stroncare la carriera politica di Stalin, ma l’acume e le abilità politiche di quest’ultimo lo scortarono verso il ventennio che suggello una tra le dittature più feroci e repressive della storia. Nel 1928, il nuovo tiranno, discostandosi dalla linea politica varata da Lenin nei suoi ultimi anni di governo, la cosiddetta NEP, avviò una serie di piani quinquennali intesi alla trasformazione dell’Unione Sovietica da una società contadina a una superpotenza industriale: il piano di sviluppo prevedeva il controllo governativo sull’economia e la collettivizzazione dell’agricoltura. Tuttavia, milioni di contadini si opposero strenuamente alla cessione delle proprie fattorie e Stalin ordinò la loro esecuzione immediata o il loro esilio. L’autocrate georgiano promosse un governo del terrore, rimuovendo violentemente qualunque rivale potesse opporvisi, ampliando i poteri della polizia segreta, e incoraggiando i cittadini a denunciarsi reciprocamente. Il suo antagonista più temibile, Lev Trotsky, fu esiliato dall’Unione Sovietica nel 1929 e fu assassinato Città del Messico nel 1940. Così, le politiche staliniste, che avevano subìto diversi mutamenti durante gli anni della lotta per il potere, si stabilizzarono. Anzitutto, Stalin radicalizzò la dottrina del partito monolitico, la quale condannava il “liberalismo” dei membri che avrebbero osato tollerare il dibattito o che avrebbero dissentito dalle politiche di Partito. Oltre a essere incardinato alla dottrina del partito monolitico, lo stalinismo avanzava l’idea del “Socialismo in un Paese”, secondo la quale l’Unione Sovietica, arretrata e accerchiata dalle potenze capitaliste, avrebbe dovuto costruire, entro i propri confini, una società priva delle classi sociali, rinviando il progetto della rivoluzione globale ad una fase di maggiore stabilità e forza dell’URSS.

La Grande Guerra Patriottica

Poco prima dell’invasione della Polonia da parte della Germania, i Ministri degli Esteri sovietico e tedesco siglarono il celebre Patto di Non-Aggressione Molotov – Von Ribbentrop, attraverso il quale l’Europa dell’Est fu divisa in sfere. L’Unione Sovietica ottenne l’Estonia, la Lituania, la Lettonia, e parti della Romania e della Polonia, vale a dire tutti i territori persi dall’Impero Russo. Tale intesa fu dovuta sia all’incapacità di Stalin di forgiare un’alleanza per la difesa collettiva insieme alla Gran Bretagna e alla Francia contro la Germania nazista sia al desiderio di Adolf Hitler di poter invadere la Polonia senza che una grande potenza gli si opponesse. Secondo i termini dell’accordo, i due Paesi non avrebbero avviato un attacco l’uno nei confronti dell’altro, non avrebbero offerto il loro aiuto a Paesi terzi che avrebbero potuto attaccare l’altro contraente, si sarebbero consultati su questioni di interesse comune, e si sarebbero preoccupati di risolvere l’insorgenza di qualunque discrepanza tramite la negoziazione o l’arbitrato. L’accordo sarebbe dovuto durare per 10 anni, con una proroga automatica di altri 5 anni, ma nel 1941 la Germania invase l’Unione Sovietica, rompendo di fatto il trattato. Mentre le truppe tedesche si accingevano ad assediare Mosca, Stalin diresse una politica difensiva volta alla distruzione dei rifornimenti e delle infrastrutture che avrebbero potuto offrire un vantaggio strategico al nemico. Nel 1942, durante la battaglia di Stalingrado (l’odierna Volgograd), i tedeschi furono sconfitti e respiri dai sovietici. A seguito della vittoria sul Volga, Stalin partecipò alle conferenze di Teheran (1943) e di Yalta e Potsdam (1945), durante le quali i leader degli Stati Uniti, della Gran Bretagna, e dell’Unione Sovietica definirono le relazioni internazionali del periodo post-Seconda Guerra Mondiale.

Il dopoguerra e la morte

Nell’immediato dopoguerra, Stalin impose ai Paesi dell’Europa dell’Est, liberati dall’Armata Rossa, regimi socialisti fondati sui partiti comunisti locali che alla fine degli anni Quaranta presero il potere, ma, nel 1948, la Jugoslavia di Tito decise di optare per la defezione, inferendo un duro colpo al comunismo monolitico dominato da Stalin. Per questa ragione, al fine di evitare che altri satelliti seguissero tale esempio, il dittatore sovietico fece giustiziare numerosi esponenti politici europei, alla maniera delle grandi epurazioni degli anni Trenta. Nei suoi ultimi anni, il grande statista divenne eccessivamente paranoico, al punto da ordinare l’arresto di alcuni medici del Cremlino, accusandoli di aver ucciso diversi uomini politici sovietici, con l’intento di avviare una nuova purga ai danni della dirigenza del Partito, sotto il pretesto di smascherare l’ennesimo complotto. Nondimeno, Stalin morì il 5 marzo 1953 per via di un colpo apoplettico e la sua cospirazione fallì. Il suo corpo fu fatto imbalsamare e seppellire al Mausoleo di Lenin, presso la Piazza Rossa di Mosca, dove riposò fin a Nikita Kruscev decise di farlo rimuovere in virtù dell’avvio del processo di destalinizzazione.

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