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11 settembre 2001: evoluzione e tattiche del terrorismo jihadista. Intervista a Guido Olimpio

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L’attacco alle Torri Gemelle è sicuramente l’attentato più significativo della storia contemporanea, sia per l’impatto simbolico, sia per la modalità operativa con la quale è stato condotto. Cosa ha significato quel giorno, il ruolo di al-Qaeda, come si sono evolute le tattiche del terrorismo e quale futuro ci aspetta dopo le ultime vicende in Afghanistan: ne abbiamo parlato in una lunga intervista con Guido Olimpio, giornalista del Corriere della Sera, esperto di terrorismo e di Medio Oriente, per tanti anni corrispondente in Israele e negli Stati Uniti, dove ha condotto diverse inchieste sul ruolo dei narcos messicani e sul traffico di migranti e di droga. Ha pubblicato diversi libri sul terrorismo jihadista: il suo ultimo lavoro è “Terrorismi. Atlante mondiale del terrore”, edito da La Nave di Teseo.

Partirei con una domanda personale. Cosa ha rappresentato l’11 settembre del 2001 per il mondo, e cosa ha significato questo evento per un giornalista ed esperto che si è sempre occupato di fenomeni come quelli legati al terrorismo?

Parto dalla seconda. L’attacco alle Torri Gemelle per me ha rappresentato la fine di un percorso, ossia al-Qaeda che ha lavorato, ha studiato e si è preparata per arrivare infine al grande colpo. È come se io avessi visto questa parabola: anche se non mi aspettavo una conclusione di quel tipo, ero consapevole che avrebbero fatto molti danni. Mi aspettavo diversi attacchi e conoscevo la pericolosità di al-Qaeda ben prima dell’11 settembre. In sostanza non sono stato sorpreso che abbiano tentato il grande colpo, sono stato sorpreso dalla magnitudine, soprattutto dalla dinamica. Mi ha sorpreso l’uso degli aerei trasformati in missili: è stata una notevole dimostrazione di capacità, perché nei fatti hanno bombardato gli Stati Uniti.

Per quanto riguarda la prima domanda: il mondo si è fatto cogliere di sorpresa, nonostante la spinta integralista fosse una cosa ben nota. Un fenomeno che sin dagli anni ‘90 aveva provocato vari episodi violenti in varie parti del mondo, e bisognava comprendere che tale spinta sarebbe potuta andare molto distante. Per il mondo, inoltre, quella fase ha rappresentato il momento per decidere una reazione, che è stata inizialmente corale, ma che col tempo si è annacquata. Si sono aperte linee di faglia e contrasti in seno alla grande coalizione contro il terrorismo che hanno finito per indebolire l’alleanza. Stessa “sorpresa” l’abbiamo vista con lo Stato Islamico: sapevamo che esisteva, sapevamo che era in grado di colpire, ma di nuovo il mondo è stato distratto.

Dal punto di vista operativo l’attacco alle Torri Gemelle è probabilmente l’attentato più significativo della storia contemporanea, e sappiamo inoltre che al-Qaeda aveva un’ossessione maniacale per il successo delle operazioni: come si è arrivati ad un evento di tale portata?

È una parabola comune con diversi gruppi terroristici. Pensiamo alle Brigate Rosse: fanno molti attentati, uccidono tante persone, però il grande salto lo fanno con il sequestro Moro. Dopo il sequestro scatenano una risposta durissima e il fenomeno, pian piano, si attenua e scompare. C’è sempre un momento in cui si alza l’asticella, anche lo Stato Islamico ha fatto qualcosa di simile: ha puntato in alto e poi è ricaduto. Ora sta tornando, ma certamente ha perso delle posizioni. Risulta quindi evidente che c’è una tendenza in tutte le organizzazioni a crescere, e tale fenomeno si nota anche nelle organizzazioni criminali. Faccio un paragone con i cartelli messicani: iniziano con piccole azioni in base a quello che hai. Tali azioni portano seguito e popolarità, di conseguenza portano reclute, e di conseguenza arrivano relazioni e persone con le quali puoi lavorare e creare nuove operazioni più complesse. È un ciclo continuo che si autoalimenta e che porta ad alzare il livello dell’offensiva. Nella propaganda jihadista – non solo quella di al-Qaeda, ma anche in quella di estrazione sciita, pensiamo agli Hezbollah – se uno prova a leggere i comunicati dei leader, ritrova sempre il concetto di sorpresa. Si prova a fare qualcosa che sorprenda i nemici. L’avversario può essere sorpreso per la dinamica, per il numero delle vittime, per la tattica, ma è un dato di fatto che tale fattore si ritrovi in tantissimi scritti di propaganda.

Quindi l’attentato dell’11 settembre ha rappresentato da una parte un messaggio interno di propaganda di al-Qaeda, e dall’altra un messaggio che Bin Laden ha voluto mandare all’Occidente?

Lo vediamo anche adesso nei comunicati dello Stato Islamico, come in quello che ha seguito i recenti attacchi a Kabul. Qual è il messaggio? Che loro sono presenti e riescono a colpire, nonostante il nemico adotti contromisure. Poi è chiaro che questa lotta può essere interpretata in modo diverso: Bin Laden insisteva sul carattere difensivo delle operazioni. Ossia lui diceva che gli attentati erano in risposta alle azioni dell’Occidente nel mondo musulmano. Allo Stato Islamico importano meno tali interpretazioni: all’Isis interessa colpire, senza fare troppe distinzioni sul nemico. Il nemico è l’Occidente quanto lo sono i musulmani. C’è questa spinta continua che porta, da un lato, dei consensi e nuove reclute, ma dall’altra crea dei problemi.

Non c’è mai nulla di inedito: le prime forme di violenza estrema jihadista le abbiamo negli anni ’90 in Algeria. Vennero commessi attacchi in maniera indiscriminata e di natura efferata: una tale tattica non può andare troppo avanti, tanto è vero che i movimenti algerini poi evolvono. Più crei vittime e disordine, e più rischi di trovare meno consensi: accade per qualsiasi organizzazione militare, anche per gli eserciti impegnati in difficili contesti urbani. Il rischio di vittime collaterali di civili è alto, anche se non cercato: questo porta alla perdita di consensi dell’operazione e paradossalmente aiuta i terroristi. Questa è una delle maggiori difficoltà nel trovare una risposta efficace alle organizzazioni terroristiche radicate nei territori.

Se l’11 settembre ha rappresentato l’apice nella capacità operativa di un’organizzazione terroristica, nell’ultimo decennio abbiamo visto un’evoluzione delle tattiche dei terroristi, che oggi prediligono tante azioni ma a bassa intensità: come nasce tale cambiamento?

La cosa che io dico sempre quando si parla di terrorismo è questa: attenzione a far passare queste organizzazioni come macchine perfette, perché non lo sono. Non tutto avviene perché è deciso a tavolino. Il terrorismo è opportunità: quanti uomini ho sul campo? Che armi ho? Che grado di preparazione hanno i miei miliziani? Qual è il punto debole del mio obiettivo? Bin Laden per tanto tempo, come hai ricordato, è stato ossessionato dalle grandi operazioni. In seguito, è costretto a ripiegare e a lasciare che i gruppi si organizzino in base alle proprie capacità. Perché questa evoluzione? Perché c’è stata una risposta. Se è vero che la guerra in Afghanistan è stata un fallimento strategico, però sul piano tattico ha avuto numerosi successi: ha ucciso Osama Bin Laden, ha eliminato tantissimi quadri dell’organizzazione, ha ridotto drasticamente la capacità di al-Qaeda di avere una base in quel paese. Di conseguenza i gruppi legati all’organizzazione hanno deciso di colpire localmente, dove i contesti regionali possono aiutarla. Per quanto riguarda gli attacchi in Occidente invece, è chiaro che con l’aumento delle misure di sicurezza, con la raccolta e la condivisione di dati – fattore fondamentale dopo l’11 settembre – le organizzazioni terroristiche hanno cercato di utilizzare i cosiddetti lupi solitari. Anche l’uso del veicolo lanciato sulla folla risponde ad esigenze tattiche, così come l’uso del coltello.

Concludendo, e ringraziandola per la disponibilità, mi vorrei collegare all’attualità: come detto in questa intervista la lotta al terrorismo ha fortemente indebolito al-Qaeda, che ha inoltre risentito dell’ascesa dello Stato Islamico. Le ultime vicende in Afghanistan, con il nuovo potere dei talebani e un forte rischio di destabilizzazione del territorio, rischiano di far diventare Kabul un terreno fertile per il ritorno di al-Qaeda sulla scena internazionale?

Bisogna considerare alcuni aspetti: il primo è che al-Qaeda è stata superata dal Califfato. Come c’è stata la Primavera Araba in diverse società del mondo arabo, vi è stata una Primavera anche nel mondo del terrorismo. Al-Qaeda era una organizzazione terroristica orizzontale, fluida, che aveva dei tempi ben precisi e richiedeva un’alta preparazione ai suoi miliziani. Lo Stato Islamico ha scompaginato tale paradigma: basta una clip di 30 secondi o un tweet per rivendicare un’operazione anche minore. Inoltre, la morte di Bin Laden ha inciso tantissimo: al-Zawahiri non sappiamo se sia vivo o morto ma è comunque una presenza, almeno in questo momento, non rilevante.

Veniamo all’Afghanistan: è davvero complicato tracciare degli scenari futuri. Io diffido molto delle analisi che si leggono in questi giorni, in quanto è un paese estremamente complicato e soprattutto frammentato. I talebani in questa fase hanno interesse nell’appoggiare operazioni terroristiche? In questa fase non lo credo. Non perché siano cambiati, il lupo non può diventare agnello, ma perché ora non hanno alcun interesse. Ma se questa fase sarà seguita da disordine e lotte per il potere, il discorso può cambiare. C’è però un elemento logistico da considerare: certamente l’Afghanistan può essere molto pericoloso per i paesi dell’area, come l’India, il Pakistan, o le ex Repubbliche Sovietiche. Sono paesi molto esposti a causa dei confini porosi, mentre è ben più complicato, sebbene non da escludere, dimostrare di avere capacità di infiltrazione in Europa. In conclusione, allo stato attuale, molto dipenderà dalla capacità di presa dei talebani sul paese.

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