Una lettera firmata da diversi ufficiali in pensione accusa Biden di mettere in pericolo la Repubblica. L’evento è sintomatico di un fenomeno che, negli ultimi anni – complice soprattutto la presidenza Trump – ha assunto dimensioni sempre più rilevanti: quello della politicizzazione delle forze armate statunitensi. La conseguenza è la nascita di frange estremiste nell’apparato militare di Washington.
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La missiva dei generali
“La nostra nazione è in serio pericolo”. Questo l’incipit della lettera firmata da 124 generali ed ammiragli statunitensi in pensione e resa pubblica nella giornata del 10 maggio scorso. La schiera di ufficiali che ha firmato questa missiva, denominata “Flag Officers 4 America”, accusa l’Amministrazione Biden di “aver lanciato un vero e proprio attacco ai diritti costituzionali americani”, e di averlo fatto “in maniera dittatoriale”, superando il Congresso tramite l’emanazione di ordini esecutivi. Il presidente democratico, si legge nella lettera, sarebbe responsabile di aver imposto al paese “una virata verso il socialismo e verso una forma marxista di governo tirannico”. L’entrata in carica di Biden, secondo i generali, coincide con l’inizio “della più grande battaglia per la sopravvivenza della Repubblica Costituzionale dal 1776”, anno della fondazione degli Stati Uniti. In aggiunta a queste critiche, il 78enne democratico viene accusato di essere troppo anziano per poter ricoprire la carica di presidente, di impiegare le forze armate come “pedine politiche”, di forzare l’emanazione di provvedimenti “politicamente corretti” per le forze armate, in questo modo distraendole dallo svolgimento della loro principale attività, cioè l’addestramento. Da ultimo, il presidente viene accusato di non saper affrontare le sfide più grandi alla sicurezza degli Stati Uniti, cioè la crescita militare ed economica della Cina e il contenimento dell’Iran.
A giudicare dalle reazioni suscitate tra gli accademici e gli esperti del mondo militare americano, l’elemento di maggiore novità del documento non consisterebbe tanto nelle accuse nei confronti del presidente e della sua amministrazione, quanto nelle parole e i toni scelti per farlo. In effetti, quelli utilizzati dagli ufficiali che hanno sottoscritto la lettera sono termini alquanto duri: il presidente viene accusato di adottare “tattiche di intimidazione tiranniche” e di aver “rubato le elezioni”. A costituire un altro grande elemento di novità particolarmente rilevante è il numero di ufficiali firmatari di questo documento. Nonostante non sia la prima volta che militari americani, ancorché in pensione, muovono critiche al presidente in carica – si pensi alle critiche mosse a Trump dal generale McRaven o dal generale McChrystal – quello a cui si è assistito il 10 maggio è il primo episodio in cui a rivolgersi in maniera così esplicita e così apertamente critica nei confronti del presidente in carica è una folta schiera di ufficiali. A ciò occorre aggiungere che questo episodio, a differenza di quasi tutti gli altri, è avvenuto in una fase temporale molto lontana dalle elezioni, cosa piuttosto rara negli Stati Uniti.
Nonostante la pubblicazione della lettera costituisca un fatto sostanzialmente inedito per i contenuti e per i modi, il Pentagono ha scelto di non rispondere pubblicamente ai firmatari di questo documento. In effetti, se si esaminano i nomi degli ufficiali che hanno firmato la missiva, la risposta del Pentagono appare facilmente comprensibile. Gli ufficiali firmatari, tra i quali figura un solo generale a quattro stelle, l’Ammiraglio Jerome Johnson, sono quasi tutti generali o ammiragli il cui profilo risulta poco o per nulla conosciuto. Tra questi, degni di nota sono solamente il Brigadier General Don Bolduc, in corsa per il seggio del Senato del New Hampshire; il Lieutenant General William Boykin, famoso per aver innescato una forte controversia a causa delle sue posizioni antimusulmane e attualmente vicepresidente del Family Research Council; il Vice Ammiraglio John Poindexter, ex Vice Consigliere per la Sicurezza Nazionale sotto l’amministrazione Reagan, all’epoca condannato per aver preso parte all’Irangate. Gli ufficiali che hanno sottoscritto la lettera, peraltro, sono tutti militari che hanno lasciato il servizio attivo da un paio di decenni, vale a dire da prima del 11 settembre 2001, pertanto non conoscono così bene il mondo militare americano, notevolmente trasformato dopo tali eventi. Tra la lista dei firmatari spicca subito la totale assenza di ufficiali di sesso femminile e di afroamericani. In buona sostanza, quella degli Flag Officers 4 America è una schiera di ufficiali relativamente anziani, bianchi e filo trumpiani, come ben evidenziato dal Brigadier General Paula G. Thornhill sul sito specializzato Defense One.
La politicizzazione delle forze armate
Al di là dei contenuti e dei toni della lettera, la sua pubblicazione mette in luce un processo che è stato innescato in realtà già da diversi anni, ma che con Trump ha subito una netta accelerazione. Esso consiste nella progressiva erosione dei rapporti tra mondo civile e mondo militare in America.
La netta frattura interna alla società statunitense e la conseguente polarizzazione del contrasto tra repubblicani e democratici, certamente esacerbata dal presidente Trump, ha raggiunto un punto tale per cui anche gli ufficiali in pensione, oggi più che mai, abbandonano la riservatezza tipica del loro status per esporsi in maniera alquanto aperta sulla scena pubblica. La sempre maggiore tendenza a prendere apertamente posizioni politiche molto nette è testimoniata perfettamente da questo evento, come ben evidenziato da Bryan Bender sulle colonne di Politico, il quale parla di un “nuovo segnale dell’eccessivo coinvolgimento del mondo militare nello scontro politico contemporaneo”. L’atteggiamento dei militari firmatari della lettera, i quali scrivono che “in tempi come questi rimanere in silenzio sarebbe inosservanza del dovere”, si tratterebbe, secondo molti accademici militari, di un atteggiamento antidemocratico, in quanto irrispettoso della norma che impone l’apoliticità dei militari. Il silenzio dei cittadini che hanno vestito un’uniforme, teoricamente, non è vietato, ma la gran parte dei militari che lasciano il servizio preferisce non esporsi politicamente, mostrando deferenza a una tradizione, quella della riservatezza, che da sempre caratterizza il mondo militare.
Quanto avvenuto negli Stati Uniti nelle scorse settimane risulta simile a ciò a cui abbiamo assistito negli stessi giorni in Francia, dove diversi ufficiali – la maggior parte dei quali fortemente schierati a destra e attualmente in pensione – si sono riuniti per protestare contro le politiche messe in atto da Macron, pubblicando due lettere, una rivolta espressamente contro il presidente, l’altra contro i politici francesi che lo sostengono. La pubblicazione delle lettere – la prima delle quali, immediatamente tradotta e pubblicata sul principale think tank trumpiano, inizia con le stesse identiche parole di quella americana, proclamando che “la Francia è in grave pericolo” –, che accusano il presidente di condurre una politica sbagliata nei confronti delle minoranze etniche presenti in Francia, avviene in un periodo per certi versi assimilabile a quello vissuto negli Stati Uniti negli scorsi anni. Sono molti gli elementi in comune, primi tra i quali la presenza di politici definiti “populisti” e “sovranisti”, molto vicini alle forze armate (Donald Trump e Marine le Pen) e di grandi movimenti di protesta, resi evidenti in Francia dalle grandi manifestazioni dei Jilets Jaunes, e negli Stati Uniti dall’attacco a Capitol Hill dello scorso 6 gennaio. Due situazioni, quelle appena descritte, durante i quali, mentre il mondo militare è spesso tentato di esporsi in maniera forte, costruendo la narrativa delle forze armate come strumento che salverà la Patria, il mondo della politica tenta di sfruttare a proprio vantaggio lo strumento militare, coinvolgendolo in maniera sempre più importante nello scontro tra i vari partiti. Se il primo elemento, quello della narrativa dei militari come salvatori della Patria, è più forte in Francia – la lettera firmata dai generali parla chiaramente di intervento dei militari in caso di necessità – il secondo, ovvero il loro coinvolgimento nella politica, è certamente una delle caratteristiche più importanti del rapporto tra mondo civile e militare negli Stati Uniti, perlomeno negli ultimi anni. Mentre Biden ha limitato la presenza di ex militari nel suo gabinetto, il presidente Trump si è circondato di ufficiali di alto rango. Ben tre sono stati i generali scelti da Trump per ricoprire posizioni chiave nel suo governo – il Generale Mattis, il Generale Kelly e il Generale Flynn –, ma sarebbero stati di più se alcuni di essi non avessero rifiutato l’offerta, come il Generale Petraeus, il Generale McChrystal, l’Ammiraglio Rogers e il Generale Keane.
Entrambi i presidenti, poi, non hanno rinunciato a sfruttare il supporto di esponenti del mondo militare, anche se in pensione, per dare forza alla propria campagna elettorale. Sia Trump che Biden hanno reso note intere liste di ufficiali in pensione che favorivano la loro candidatura, spingendosi fino ad includere alcuni di questi direttamente nello staff della loro campagna elettorale – sintomatico, in questo senso, l’atteggiamento del presidente Trump, che si è spesso riferito ai vertici militari americano appellandoli “my generals”. Conseguenza di questo atteggiamento dei due candidati, evidentemente, oltre all’incremento della partecipazione dei militari in pensione nella scena politica americana, è stata una forte iniezione di politica nelle forze armate. I fatti di Capitol Hill hanno messo in luce questa dinamica in maniera molto chiara, viste le critiche mosse nei confronti della polizia, accusata di aver assunto un atteggiamento troppo conciliatorio verso i manifestanti, e nei confronti della Guardia Nazionale, rea, secondo molti, di aver agito con eccessiva lentezza. Peraltro, occorre considerare che circa il 15% degli arrestati durante gli scontri avevano qualche forma di affiliazione militare, a testimonianza che nelle forze armate sono ormai numerosi i sostenitori di posizioni politiche anche molto estremiste.
Le mosse di Austin
In questo senso, l’aver scelto un militare alla guida del Pentagono non sembra aiutare l’amministrazione Biden a fare i conti con il problema della politicizzazione delle forze armate. Sul nuovo Segretario sono piovute diverse critiche, anche da parte di ufficiali in servizio attivo. Emblematico a questo proposito il caso del tenente colonnello Matthew Lohmeier, comandante del 11th Space Warning Squadron presso la base dell’US Air Force di Buckley, rimosso dal suo incarico lunedì scorso a seguito di alcune dichiarazioni fatte nei confronti di Austin, apertamente accusato di mettere in atto politiche divisive in seno alle forze armate. A ciò occorre aggiungere, come spiegato da uno dei maggiori esperti americani di rapporti civili-militari sulle colonne di Foreign Policy, che la gran parte dei cittadini americani non distingue i generali in servizio da quelli in pensione. Un sondaggio effettuato dopo l’annuncio delle dimissioni del Generale Mattis, primo Segretario della Difesa dell’Amministrazione Trump, ha rivelato che solamente il 31% dei cittadini americani era a conoscenza del fatto che l’ufficiale non fosse ancora in servizio. Tutto ciò, scrive l’esperto, contribuisce a creare sempre di più l’impressione che esistano generali repubblicani e generali democratici, il che contribuisce a rendere più confusi i confini tra mondo civile e mondo militare.
Il Segretario Austin sembra essere consapevole della situazione in cui versano le forze armate americane. Tra i primi provvedimenti presi dal nuovo capo del Pentagono figura la creazione di un gruppo di lavoro per il contrasto all’estremismo politico nelle forze armate, guidato da Bishop Garrison, il cui compito consiste nell’esaminare le misure migliori da implementare al fine di ridurre questo fenomeno. La sfida si preannuncia complessa, visto che l’autorità del Segretario stesso è molto contestata tra gli esponenti di questi gruppi. Il fatto che il nuovo capo del Dipartimento della Difesa sia un militare – data la natura politica del suo nuovo incarico – potrebbe non giocare a suo favore.

