Il vertice del 15 dicembre 2021 tra il Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin e il Presidente della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping è stato caratterizzato, tra gli altri argomenti della videochiamata lunga più di un’ora, dalla volontà congiunta dei due leader di creare un’alternativa alla belga Society for Worldwide Interbank Financial Telecommunication (SWIFT).
La comunicazione interbancaria e l’interferenza statunitense
Lo SWIFT è un sistema di comunicazione interbancario che mette gli intermediari e le istituzioni finanziarie in grado di scambiarsi informazioni circa le transazioni finanziarie realizzate tra le varie entità; nel 2012 e nel 2018, la società europea decise di escludere dal sistema determinate banche iraniane a seguito delle sanzioni imposte dal blocco occidentale allo Stato persiano; nel 2017 è stato, invece, il caso di alcune banche nordcoreane.
Sia nel 2014, in corrispondenza dell’annessione della Crimea da parte della Russia, che nel 2021 gli Stati Uniti e i suoi alleati, fatta eccezione per alcuni Paesi, hanno valutato l’ipotesi di escludere banche russe dallo SWIFT. L’invasione dell’Ucraina ad opera delle forze armate russe, tuttavia, ha condotto, la sera del 27 febbraio 2022, gli Stati Uniti, la Commissione Europea, la Francia, la Germania, l’Italia, il Regno Unito e il Canada alla decisione congiunta di escludere le banche della Federazione Russa dallo SWIFT.
In realtà, non vi è alcun obbligo legale sulla base del quale la società belga possa essere costretta ad ottemperare alle richieste di alcuna autorità pubblica; tuttavia, come scrive Richard Goldberg, Senior Advisor per la Foundation of Defence of Democracies, il consiglio direttivo della SWIFT non è in grado di resistere a pressioni della presidenza statunitense, benché meno di una coalizione di Stati suoi alleati, nel caso vogliano pretendere l’esclusione di determinate banche dal sistema.
Questa capacità “coercitiva” da parte della superpotenza atlantica, nei confronti di un’organizzazione privata che regola le comunicazioni interbancarie, rappresenta il motivo addotto, nemmeno troppo velatamente, dai Capi di Stato durante il loro summit di dicembre 2021. La volontà di Cina e Russia di volersi svincolare dall’egemonia finanziaria degli Stati Uniti espressa nell’incontro non rappresenta un unicum delle loro relazioni. Già nel 2010, infatti, i due Paesi si sono assunti l’impegno di rinunciare al dollaro statunitense come moneta principale nelle loro relazioni commerciali e finanziarie bilaterali.
Una cooperazione tra valute per l’indipendenza monetaria e per la protezione della giustizia internazionale
Da quell’anno in avanti, quindi, sebbene la valuta emessa dalla Federal Reserve rappresenti tuttora la percentuale più ampia delle transazioni sino-russe, l’utilizzo del renminbi e del rublo all’interno di queste ultime è in forte crescita. A rimarcare l’impegno assunto nel 2010, inoltre, sono stati i 38 accordi siglati tra il Primo Ministro russo Dmitry Medvedev e quello cinese Li Keqiang nell’ottobre del 2014; all’interno dei quali ve ne era, in particolare, uno relativo alla creazione di un meccanismo di scambio di valuta (currency swap) renminbi-rublo.
Questo meccanismo non è in realtà dissimile da quello che la Banca Mondiale ha messo in atto negli anni Ottanta per ottenere marchi tedeschi e svizzeri, o i vari currency swap che la Federal Reserve ha attuato sia nei confronti dei partner commerciali statunitensi della North American Free Trade Area nel 1994, cioè Canada e Messico, sia durante la Grande Crisi Finanziaria del 2008 nei confronti di banche centrali di vari Stati colpiti da quest’ultima.
In sostanza, il meccanismo di scambio di valuta renminbi-rublo prevede che le banche centrali dei due Paesi acquistino reciprocamente moneta per canali diretti senza che l’acquisto avvenga all’interno dei mercati finanziari, a tassi di interesse agevolati, sostanzialmente per due ragioni: in primis, immettere liquidità russa in Cina e viceversa; in secondo luogo, garantire una maggiore stabilità delle transazioni finanziarie sino-russe durante il periodo di applicazione del currency swap.
Stando alle dichiarazioni dei contraenti, la stabilità finanziaria conseguente l’accordo tra Cina e Russia era funzionale ai buoni rapporti tra i due Stati e soprattutto alla protezione della giustizia internazionale. Il summit e le varie dichiarazioni annesse a quest’ultimo avvenivano in concomitanza alle sanzioni da parte dell’Occidente nei confronti della Federazione Russa in occasione dell’annessione della Crimea da parte del Cremlino, occasione, come abbiamo menzionato precedentemente, durante la quale gli Stati Uniti e alcuni suoi alleati hanno preso in considerazione l’eventualità di escludere alcune banche russe dallo SWIFT.
Il culmine di un processo decennale
Non appare, quindi, del tutto improvvisa la dichiarazione sino-russa, dal momento che da quasi dieci anni a questa parte è in corso un processo di discostamento delle infrastrutture finanziarie dei due Stati dallo SWIFT, a loro avviso troppo influenzabile dagli interessi di determinati Paesi; non solo, ma nel 2014 e nel 2015 Russia e Cina hanno avviato il processo di costruzione delle proprie infrastrutture alternative, idealmente, a quella belga: il russo System for Transfer of Financial Messages (SPFS) e il cinese Cross-Border Interbank Payment System (CIPS), rispettivamente.
Per costi di utilizzo, velocità delle comunicazioni, utenti coinvolti e altre questioni tecniche, i due sistemi non sono attualmente in grado di competere con lo SWIFT e sono per lo più utilizzati per transazioni che avvengono da e verso i relativi Paesi di appartenenza. Tuttavia, il percorso intrapreso dalle due nazioni, sia grazie ad una stabilità finanziaria più duratura garantita da un eventuale rinnovo del currency swap renminbi-rublo, sia attraverso una maggiore integrazione tra i due sistemi, potrebbe portare ad un futuro ribaltamento dei ruoli.
Attualmente, la Cina esercita un’influenza decisamente asimmetrica nei confronti della Russia, come si evince da un report di febbraio 2018 del Carnegie Endowment for International Peace, a cura dei research fellow Paul Stronski e Nicol Ng, anche grazie al fatto che la rottura di Mosca con l’Occidente l’ha resa estremamente bisognosa di capitali cinesi, garantendo a Pechino l’ingresso a settori in cui non sarebbero riusciti ad accedere in caso di rapporti stabili con l’Unione Europea e gli Stati Uniti.
Questioni di efficienza e di competizione geopolitica internazionale
La Cina, inoltre, fa parte di quella manciata di Paesi che ha iniziato ad emettere, seppur gradualmente nel suo caso, criptovalute “coniate” dalla propria banca centrale: un fattore che, se consideriamo l’efficienza e la sicurezza che la blockchain garantisce alle informazioni sulle transazioni al loro interno, rende ben visibile la rotta che il Celeste Impero si appresta a percorrere nel prossimo futuro per quel che concerne la propria politica finanziaria internazionale.
D’altronde, la stessa SWIFT parrebbe, forse, essere al lavoro per trovare un modo per implementare il “libro mastro digitale inviolabile” al proprio sistema di comunicazione interbancario, dal momento che esso è potenzialmente più veloce e sicuro del sistema belga.
Tuttavia, questioni geopolitiche ed internazionali, come l’assertività russa nei confronti dei vicini, la competizione sino-americana e l’influenza che Washington esercita sullo SWIFT, sembrerebbero essere elementi ben più determinanti nella scelta dell’infrastruttura comunicativa da parte degli intermediari finanziari.
La crisi Ucraina del febbraio 2022 dimostra che le determinanti geopolitiche ed internazionali sono più cruciali di eventuali considerazioni di natura meramente tecnica, come velocità di comunicazione ed inviolabilità del sistema. D’altronde, a prescindere dalle ragioni etiche e morali conseguenti la decisione di escludere o meno determinate banche dal sistema, l’interdipendenza di un mondo sempre più connesso porta gli Stati a dover adottare soluzioni per ridurre la vulnerabilità nei confronti di agenti esterni.
Pubblicato originariamente su China Files

