Da alcuni anni la gestione dei flussi migratori è uno dei fenomeni più destabilizzanti per l’Unione Europea che sembra sempre essere inadatta al compito. Così, la Francia di Emmanuel Macron all’inizio del suo semestre di Presidenza del Consiglio dell’UE, per affrontare il problema in maniera più adatta, ha proposto di istituire un nuovo organo ad hoc: il Consiglio politico Schengen. L’iniziativa potrebbe essere una buona soluzione per la questione migratoria, ma apre alcuni interrogativi sulla direzione che l’integrazione europea intraprenderà nel prossimo futuro. Fino a che punto l’approccio comunitario può cedere il passo alla visione intergovernativa in nome di una supposta maggiore efficacia?
Quando si pensa ai punti deboli dell’Unione Europea è inevitabile nominare la grande questione dell’immigrazione. Dalla rotta mediterranea a quella balcanica l’UE e i suoi Stati membri non sembrano in grado di gestire la questione migratoria in maniera umana ed efficace perdendo credibilità tra tragedie umanitarie e crisi politiche, di cui l’ultimo esempio è quella con la Bielorussia sul confine polacco. Se si tentasse di attribuire la maggiore responsabilità per questa malagestione sarebbe complicato stabilire chi ne detenga di più tra UE e governi nazionali e ci si perderebbe in una montagna di dichiarazioni e accuse incrociate. Data la situazione, il tema migratorio entra inevitabilmente nell’agenda della Presidenza francese di questo semestre, anche se probabilmente non è in cima alla lista delle priorità.
Alla prima occasione per imprimere un cambio di rotta nella gestione dei flussi migratori la Francia sembra essere arrivata ben determinata e con le idee chiare. Ai primi di febbraio, infatti, si è tenuta una riunione informale dei ministri dell’Interno dell’Unione Europea per discutere della riforma del Patto su migrazione e asilo dove il presidente francese Emmanuel Macron, con il suo ministro dell’interno Gérald Darmanin, ha ottenuto l’approvazione per la creazione del Consiglio politico Schengen. Macron stesso ha presentato tale proposta a tutti i ministri europei spiegando che si tratta di uno strumento pensato per rafforzare il coordinamento e gestire più efficacemente le frontiere esterne dell’UE. L’organo non sarà semplicemente un nuovo forum dove discutere delle possibili azioni da intraprendere per fronteggiare la questione migratoria, ma dovrebbe detenere alcuni poteri anche piuttosto incisivi, tra cui per esempio quello di chiudere le frontiere interne dell’Unione nel momento in cui uno Stato membro non sia in grado di controllare i movimenti migratori secondari. La prima riunione di questo nuovo Consiglio Schengen si terrà a marzo durante i lavori del Consiglio Giustizia e Affari interni. La proposta è sicuramente interessante e la sua efficacia sarà da dimostrare in futuro, nella speranza che con efficacia si intenda anche limitare le tragedie a cui spesso l’Europa assiste inerme.
Tuttavia, al di là della mera questione migratoria, la proposta – e soprattutto l’accoglienza così positiva del Consiglio politico Schengen – solleva alcuni interrogativi spingendo a un ragionamento sull’integrazione europea e la sua natura. Questo nuovo Consiglio, infatti, sembra portare il potere decisionale verso il livello intergovernativo, su un tema di prerogativa comunitaria come quello dell’immigrazione. In teoria dovrebbe essere la Commissione europea, ovviamente in collaborazione con i governi nazionali, a guidare le azioni e l’atteggiamento dell’UE rispetto al tema migratorio; invece, il Consiglio politico Schengen sembra sottrarre questa competenza alla Commissione per portarla nelle mani dei governi nazionali. In questo modo l’Unione Europea si trasforma in un certo senso in una semplice organizzazione internazionale in cui è più agevole per gli Stati membri incontrarsi per coordinare le loro azioni. Si perde il lato comunitario e dell’azione a carattere europeo che non dovrebbe piegarsi agli interessi dei governi nazionali, ma dovrebbe mantenere una prospettiva più ampia e agire nel nome del bene comune europeo. Non si tratta di una novità nella storia dell’integrazione europea, poiché l’Eurogruppo ha un ruolo e un funzionamento molto simile a quelli che dovrebbe avere questo nuovo Consiglio. La sensazione, però, è che di fronte a un tema così divisivo e di così complessa gestione come quello delle migrazioni, la Commissione preferisca che ad occuparsene siano gli Stati membri quasi ammettendo l’incapacità di pensarci in autonomia. A corroborare tale sensazione c’è l’atteggiamento della Commissione stessa nei confronti di questa proposta. La commissaria agli Affari Interni Ylva Johansson ha accolto con grande interesse ed entusiasmo il Consiglio politico Schengen elogiando la possibilità di avere una governance dell’area Schengen. Sembra proprio che tutti quanti all’interno dell’UE desiderino che per gestire un tema così cruciale il livello intergovernativo prevalga su quello comunitario. Il problema è che non si riesce a capire se questo cambiamento sia dettato da una reale convinzione nelle potenzialità del nuovo strumento intergovernativo o semplicemente da una resa degli attuali meccanismi comunitari.
Il presupposto essenziale per un sano dibattito sull’integrazione europea è la convinzione che tra i due approcci, intergovernativo e comunitario, non ce ne sia necessariamente uno più giusto o più efficace dell’altro. L’obiettivo è sempre quello di risolvere o gestire al meglio i problemi che l’UE e i suoi Stati membri devono affrontare. Quindi, anche nel caso dell’immigrazione, la speranza di tutti è che il Consiglio politico Schengen si dimostri realmente migliore degli strumenti utilizzati fino a oggi. L’integrazione intergovernativa non è il male assoluto e quella comunitaria non è il Paradiso terrestre, o viceversa. Tuttavia, questo caso del Consiglio politico Schengen porta a domandarsi come mai la Commissione appaia così contenta di perdere potere a favore dei governi nazionali sul tema migratorio. Nella speranza che la Commissione non abbia attuato un ragionamento politico, sembra comunque una cattiva mossa. Se il nuovo Consiglio dovesse fallire, si potrebbe sicuramente attribuire maggiore responsabilità agli Stati membri, ma sarebbe in realtà una sconfitta per tutti perché il problema lederebbe in ogni caso alla credibilità e alla stabilità dell’UE tutta. Se, invece, il Consiglio dovesse dimostrarsi un successo, sarebbe una vittoria per tutti in cui però la Commissione avrebbe giocato un ruolo marginale. Il ragionamento politico è importante, ma sul lungo periodo perde peso nell’evoluzione dell’integrazione europea. Le domande sono, dunque, più ampie e riguardano il futuro dell’integrazione europea stessa: a fronte di problemi sempre più complessi e interconnessi, l’approccio comunitario sta perdendo credibilità e si sta mostrando inefficace? L’integrazione intergovernativa ha guadagnato una maggiore affidabilità per risolvere le questioni complicate o è semplicemente meglio spendibile con l’elettorato a livello nazionale? Stiamo entrando in una fase di forte propensione a organi intergovernativi perché spaventati dalla fragilità e dalla confusione di quelli comunitari o perché ci crediamo davvero?
Il dibattito sull’integrazione europea è vivo e vivace fin da prima dell’istituzione della CECA. Nel corso dei decenni gli Stati membri si sono integrati usando entrambe le vie in base alle necessità pratiche e politiche. Il punto importante è che la scelta della direzione dell’integrazione europea determina la natura finale dell’UE e del suo rapporto con gli Stati membri, pertanto compiere la scelta sbagliata può avere serie ripercussioni sulla vita di tutte le istituzioni europee e nazionali. Le decisioni di oggi formano l’Unione di domani, quindi bisogna sempre domandarsi: in quale direzione procede l’integrazione europea?

