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29/05/2026
Italia ed Europa

Leone XIV contro il “falso realismo”: Magnifica Humanitas e la crisi dell’ordine internazionale

di Adriano Ricci

Dopo aver affrontato approfonditamente il tema dell’intelligenza artificiale, il quinto e ultimo capitolo di Magnifica Humanitas, la prima enciclica di papa Leone XIV, si occupa di relazioni internazionali. Si parla della cosiddetta "cultura della potenza", in cui si scontrano imperialismi contrapposti di potenze che vogliono conservare un primato o che aspirano a conquistarlo.

Il documento, pubblicato il 25 maggio 2026, denuncia come il bene comune dell’umanità e la sofferenza dei popoli in guerra passino in secondo piano rispetto agli interessi strategici degli stati.

“Non più la guerra, non più la guerra!” tuonava papa Paolo VI davanti all’assemblea dell’ONU nel lontano 1965. Allora ci si sforzava di porre la pace al centro dell’ordine internazionale postbellico. Nel discorso pubblico i conflitti armati erano considerati un’estrema ratio, circondati da limiti etici e giuridici rigorosi.

Siamo ormai in una fase storica diversa. Magnifica Humanitas prende atto con preoccupazione di come oggi una normalizzazione della guerra l’abbia riabilitata come strumento di politica internazionale.

I criteri etici che ne avevano limitato la brutalità vengono regolarmente disattesi.

L’attenuazione della memoria storica, in particolare delle tragedie del XX secolo, rende più facile presentare la violenza come necessaria, inevitabile o addirittura “pulita”.

La pace appare solo come un intervallo precario tra conflitti.

Il superamento della teoria della “guerra giusta” e la critica di un nuovo equilibrio del terrore

L’enciclica intende impedire che siano giustificate le guerre di aggressione.

«Oggi è più che mai importante ribadire il superamento della teoria della “guerra giusta”, troppo spesso invocata a giustificare qualsiasi guerra, fermo restando il diritto alla legittima difesa intesa nel senso più stretto.»   

Ciò potrebbe apparire come una rottura con il passato ma in realtà si intende ribadire il concetto già presente nel Catechismo della Chiesa Cattolica al punto 2309. La legittima difesa è considerata l’unica forma di guerra giusta e anch’essa deve essere praticata solo a precise condizioni.

Come alternative alla guerra l’enciclica identifica il dialogo, la diplomazia e il perdono. 

In materia di armi nucleari, si prende atto con rammarico di come sia in corso uno smantellamento del sistema accordi di riduzione delle testate. Nessuna delle potenze atomiche ha aderito al Trattato per la proibizione delle armi nucleari del 2021

L’enciclica afferma come si sia diffusa la «convinzione, errata, che la deterrenza nucleare sia condizione indispensabile di sicurezza, con il risultato di alimentare una nuova e poco controllabile corsa agli armamenti».

Si denunciano anche le armi nucleari tattiche, ordigni “miniaturizzati”, che rischiano di rendere l’uso dell’arma atomica un’opzione considerata più praticabile.

Il documento parla di come gli interessi economici, legati all’industria degli armamenti in generale, contribuiscano ad alimentare tensioni in diverse regioni del mondo.

La crisi del sistema internazionale e il ruolo dell’ONU

La cultura della potenza scaturisce anche dalla crisi del sistema multilaterale. Le istituzioni internazionali appaiono indebolite, anche per la mancanza di una volontà condivisa di sostenerle, riformarle e riconoscerne l’autorità morale.

«Invece di un progredire stiamo retrocedendo rispetto alla svolta storica del Novecento.»

Alla forza del diritto internazionale si sostituisce il “diritto del più forte” e i tribunali internazionali, competenti sui crimini di guerra e sulle controversie tra stati, sono aggirati e indeboliti.

«La pace è passata in secondo piano: la cooperazione allo sviluppo, il disarmo, la prevenzione dei conflitti e la costruzione di fiducia reciproca vengono lasciati da parte, in nome di logiche di potenza. Così si indeboliscono anche le conquiste del diritto umanitario.»

Pur riconoscendone l’attuale debolezza, l’Organizzazione delle Nazioni Unite è considerata ancora dall’enciclica come uno strumento essenziale. Essa sostiene il dialogo tra le nazioni, la soluzione pacifica dei conflitti, lo sviluppo integrale dei popoli, la tutela delle persone più vulnerabili, il disarmo e la tutela dell’ambiente. 

Si auspicano riforme profonde che non si limitino ad aggiustamenti tecnici, ma che risolvano la crisi dei valori al fondamento della vita delle nazioni.

Si afferma che la globalizzazione economica, priva di un’adeguata architettura politica, non ha generato unità e pace, ma ha suscitato reazioni fondamentaliste, identitarie e nazionalistiche. Il risultato è un multipolarismo disordinato e conflittuale, dove prevale la diffidenza verso l’altro.

Riemerge la tentazione di costruire l’identità collettiva contro un nemico, alimentando narrazioni in cui ciascuno si presenta come vittima legittimata alla rivalsa. 

La dimensione mediatica e digitale contribuisce a creare logiche quali “prima io”, “amico-nemico”, “noi-voi”, che portano a decisioni irresponsabili e minano la fiducia reciproca tra le nazioni. La diversità dell’altro, vissuta come minaccia, alimenta volontà di dominio e ambizioni egemoniche. La cultura normalizza e giustifica il conflitto. 

Si diffondono guerre asimmetriche e “ibride”, combattute anche sul terreno economico, finanziario e informatico, con l’uso di disinformazione per spaventare e influenzare l’opinione pubblica.

La presenza di nuovi attori armati, come gruppi jihadisti, milizie private e reti criminali, segnano la fine del monopolio statale della forza.

Il documento invita alla diplomazia, a dialogare con tutti, compresi gli interlocutori considerati più “scomodi” o che non si riterrebbero legittimati a negoziare.

Si fa menzione anche del dialogo interreligioso, definendolo decisivo. Si critica chi usa il nome di Dio per legittimare terrorismo, violenza o guerra.

Realismo sano, realismo degradato e la pace nella giustizia

L’enciclica nega che la guerra sia una parte inevitabile della natura umana, definendo “falso realismo” la logica di Realpolitik che spinge a una rassegnazione verso una prossima guerra ineluttabile. 

Il dialogo e la pace e non sono da considerarsi posizioni utopiche e irrazionali. Quest’ultima è ben più di una temporanea assenza di guerra: è definita nel documento come un «frutto, sempre possibile, della giustizia e della carità».

Il testo evidenzia come si imponga la logica dell’equilibrio armato basato sulla deterrenza in un sistema multipolare. Il vasto e crescente numero di attori è considerato un elemento di fragilità.

Il documento evidenzia il bisogno di un sano realismo, distante dai contrapposti eccessi che sono da evitare. Da una parte abbiamo l’idealismo politico, che non prende atto della realtà quando i fatti non corrispondono alle proprie convinzioni. Dall’altra parte c’è un realismo degradato, che scambia la constatazione con la rassegnazione: poiché la forza domina, si conclude che debba dominare.

Il realismo autentico, come presentato nell’enciclica, prende atto della realtà dei fatti ma non rinuncia a cambiare il mondo. Partendo dal vedere gli interessi, le paure, i vincoli e i rapporti di forza, calcola cosa sia possibile ottenere e con quali passaggi.

Nonostante la ricerca della pace sia una priorità, non si vuole invitare all’arrendismo. Non ci si riferisce a un’assenza di conflitto a qualsiasi costo, ma a una pace che nasca dalla giustizia.

Di fronte a bombardamenti su civili, ad attacchi contro ospedali, scuole o infrastrutture vitali, a violenze che colpiscono bambini, l’enciclica ci invita a non restare a livello di analisi astratte. Chiede di guardare i volti, ascoltare le storie di coloro che soffrono. Non bisogna girarsi dall’altra parte quando avviene un oltraggio alla dignità umana.

Le vie praticabili per raggiungere la pace sodo identificate in istituzioni credibili, garanzie verificabili e negoziati.

L’enciclica mette in guardia dalla tentazione di pensare che i problemi siano troppo grandi per essere affrontati dai singoli individui.

Chi governa ha certamente più potere di incidere ma nessuno è senza responsabilità. Il pontefice invita a partire dalle nostre scelte individuali. Ognuno nel proprio ambito di azione è «chiamato a scegliere se alimentare la logica della forza (con indifferenza, cinismo, menzogna, odio), oppure custodire la logica della pace (con verità, sobrietà, prossimità, cura)».

Si citano le parole dello stregone Gandalf ne Il Signore degli Anelli, scritto dal cattolico Tolkien, e si invita a costruire una civiltà dell’amore partendo da una somma di fedeltà piccole e tenaci.

Il pontefice invita a disarmare le parole, come primo passo per disarmare la terra.

«La pace comincia da ognuno di noi: dal modo in cui guardiamo gli altri, ascoltiamo gli altri, parliamo degli altri; e, in questo senso, il modo in cui comunichiamo è di fondamentale importanza: dobbiamo dire “no” alla guerra delle parole e delle immagini, dobbiamo respingere il paradigma della guerra»

Il documento evidenzia di come sia urgente passare dalla “cultura della potenza” a un’autentica “cultura del negoziato”. Si invita a vedere gli altri come esseri umani prima che nemici, a non dividere il mondo in buoni e cattivi.

Infine, l’enciclica richiama proprio quelle che erano state le prime parole pronunciate da Papa Leone XIV il giorno sua elezione: «La pace sia con voi! Questa è la pace del Cristo Risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante»

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