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26/06/2023
Cina e Indo-Pacifico

L’importanza del dialogo con la Cina alla luce del G7 di Hiroshima e dello Shangri-La Dialogue

di Nicolò Tatti

Dopo che, il 10 marzo, Pechino ha sorpreso la comunità internazionale facendo da mediatore per l’accordo di normalizzazione dei rapporti tra Teheran e Riad, la Cina ha inviato Li Hui, ex-ambasciatore cinese in Russia, come inviato speciale e osservatore a Kiev. Con i suoi recenti importanti successi diplomatici e il rinnovato interventismo cinese nelle questioni diplomatiche mondiali, la Cina sta dimostrando la sua volontà di impegnarsi attivamente per la pace globale. Ma per raggiungere la pace è necessario prima di tutto dialogare.

Dopo che, il 10 marzo, Pechino ha sorpreso la comunità internazionale facendo da mediatore per l’accordo di normalizzazione dei rapporti tra Teheran e Riad, la Cina ha inviato Li Hui, ex-ambasciatore cinese in Russia, come inviato speciale e osservatore a Kiev. Con i suoi recenti importanti successi diplomatici e il rinnovato interventismo cinese nelle questioni diplomatiche mondiali, la Cina sta dimostrando la sua volontà di impegnarsi attivamente per la pace globale. Ma per raggiungere la pace è necessario prima di tutto dialogare.

Nel comunicato diffuso dopo il loro vertice di tre giorni, i leader del G7 hanno affermato di “essere pronti a costruire relazioni costruttive e stabili con la Cina”. La riunione si è conclusa con un rinnovato richiamo alla rule of law e alla necessità di attenersi alle norme internazionalmente riconosciute al fine di mantenere l’ordine. “Dato il suo ruolo nella comunità internazionale e le dimensioni della sua economia, la Cina ha una responsabilità speciale nel mondo e deve rispettare le regole internazionali”, così ha affermato Charles Michel durante l’incontro a Hiroshima.

Si vuole quindi inquadrare la Cina e il ruolo che questa dovrà ricoprire nella gestione dell’ordine internazionale, evitando che agisca in solo. Pechino ha infatti dimostrato, soprattutto con le sue ultime azioni, di aspirare ad un ruolo sullo scacchiere globale che rispecchi la sua attuale condizione di grande potenza economica, decisa ad agire nei riguardi della sua “inconsistenza di status” dettata dal ritiro statunitense da diversi scenari internazionali. Perché i Paesi del G7 possano agire di concerto riguardo alla Cina, devono prima valutare adeguatamente il raggio d’azione e gli obiettivi della sua diplomazia.

Ma richiedere ad un Paese, in cui il Partito Comunista e la sua amministrazione rimangono al di sopra della legge stessa, il rispetto della rule of law nelle relazioni internazionali rimane compito arduo.

E difficile appare soprattutto instaurare un dialogo costruttivo tra Pechino e i vari Paesi che orbitano nello spazio occidentale, essenziale affinché si possa efficacemente arrivare ad una situazione accettabile da tutte le parti. Così, mentre Lloyd Austin esortava la controparte cinese, il generale Li Shangfu, ad aprire canali di comunicazione tra Cina e Stati Uniti, nello Stretto di Taiwan un cacciatorpediniere americano in transito rischiava la collisione con una nave cinese, a dimostrazione di come, nelle relazioni internazionali, diplomazia ed eventi sul campo, pur influenzandosi a vicenda, restituiscono visioni contraddittorie di un messaggio facilmente fraintendibile.

La tensione tra le due potenze è stata anche al centro dei riflettori durante lo Shangri-La Dialogue organizzato dall’International Institute for Strategic Studies a Singapore, dove alle richieste del Segretario della Difesa americano è corrisposto il silenzio dell’inviato cinese (sotto sanzioni americane dal 2018) che si è limitato ad una “cordiale stretta di mano durante la cena”. Il mancato dialogo tra i due ha suscitato la preoccupazione degli altri partecipanti all’incontro: primi fra tutti, i Paesi del sud-est asiatico, intenzionati a mantenere la loro posizione di equilibrio nei confronti dei due contendenti. Una escalation militare infatti costringerebbe i Paesi in questione a scegliere da che parte stare e, di sicuro, non gioverebbe all’economia degli Stati interessati.

Il messaggio che sembra arrivare da questi due top-level meetings, seppur con gradienti e intensità differenti, è lo stesso: il dialogo con la Cina è fondamentale affinché continui a regnare la pace. Dal G7 il messaggio arriva con delle sfumature diplomatiche piuttosto eloquenti. Riferimenti ad una più stretta cooperazione con la Cina erano stati inseriti anche nel comunicato dell’anno precedente, ma lo stesso non si può affermare riguardo alla necessità di instaurare una relazione più costruttiva e stabile con questa, portato avanti soprattutto dai Paesi europei e dal Giappone. Un argomento simile può essere preso in considerazione rispetto alla terminologia adottata. Infatti, durante la sessione del G7 di Hiroshima è stato utilizzato dai membri europei e dal Giappone, il termine de-risking, già adottato dalla presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen durante un suo discorso a marzo, piuttosto che il già paventato decoupling, recepito dalla Cina in maniera negativa. Tutto questo a dimostrazione anche del fatto che il G7 non rappresenta un blocco ideologico e politico monolitico, ma contiene al suo interno diverse anime, più o meno concordanti.

E ancora più diverse sono le anime che hanno partecipato allo Shangri-La Dialogue di questo anno, al quale partecipa la stessa Pechino. Il ministro della Difesa di Singapore, Ng Eng Hen, ha espresso nel suo discorso “profonda preoccupazione” per quanto riguarda l’assenza di un dialogo tra Cina e Stati Uniti, e ha affermato che la mancanza di un meccanismo di gestione dei conflitti potrebbe avere un tragico impatto sulla regione, oltre a ribadire che “Singapore e gli altri Paesi ASEAN non sono disinteressati osservatori” rispetto al deterioramento dei rapporti sino-statunitensi. La presenza della Cina e degli Stati Uniti al dialogo non sembra quindi aver influenzato l’indirizzo dell’evento, durante il quale i Paesi interessati hanno esposto i loro obiettivi e le loro preoccupazioni in merito alla sicurezza della regione. Ciononostante non mancano segnali dalla Cina sulla possibilità di un dialogo. Il Ministro della Difesa cinese ha ribadito che un conflitto tra i due Paesi sarebbe “un disastro insostenibile per il mondo” e che la comunicazione con gli Stati Uniti è augurabile. Questa possibilità, tuttavia, è legata a delle condizioni: condizioni che, agli occhi della Cina, gli Stati Uniti attualmente non soddisfano. Li ha affermato che il mondo è “abbastanza grande perché Paesi come Cina e Stati Uniti possano crescere insieme,” ma ha aggiunto che Washington ha bisogno di “agire con sincerità, far coincidere i fatti alle parole e intraprendere azioni concrete insieme con la Cina per stabilizzare le relazioni.”. Pechino desidera che cessino le operazioni navali e aeree a trazione statunitense nelle aree marittime da questa rivendicate, intese esclusivamente come atto provocatorio teso a riprodurre l’egemonia statunitense nel continente asiatico, e le ultime azioni di distensione avvalorano l’ipotesi secondo cui la Cina potrebbe essere disposta a scendere a patti e a dialogare pur di raggiungere questo obiettivo.

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