Ad ormai più di 24 ore dall’epilogo della crisi consumatasi in Russia lo scorso weekend, possiamo provare a tracciare delle prime considerazioni su quanto avvenuto, una volta che gli eventi e il susseguirsi drammatico delle immagini è stato sistematizzato e riletto. La crisi ha avuto origine da una questione essenzialmente privata, le cui ricadute pubbliche sono però ben più ampie dello scontro interno alla leadership russa, sia nel breve periodo che nel più lungo orizzonte temporale.
Lo scontro tra la Wagner e l’Esercito Russo
Quanto è avvenuto negli ultimi giorni è stato il risultato di tensioni ben più ampie accumulatesi dallo scorso novembre, quando sulla scia delle vittorie ucraine nella controffensiva di Kharkiv e Kherson, Evgeny Prigozhin e altri esponenti della variegata conglomerazione di formazioni e military bloggers russi che sostengono la guerra hanno criticato sempre più aspramente la gestione del conflitto da parte delle forze armate regolari. In particolare, il Ministro della difesa Sergey Shoigu e il Capo di stato maggiore delle Forze Armate russe Valery Gerasimov sono stati indicati come i principali responsabili del fallimento dell’Operazione Militare Speciale e, di conseguenza, come coloro cui attribuire gli insuccessi operativi legati alle controffensive ucraine dello scorso autunno/inverno. La critica principale mossa alla leadership militare è stata quella di aver sottovalutato il potenziale ucraino, mandando i soldati russi allo sbaraglio nella prima fase della guerra e non predisponendo adeguate misure difensive a seguito del ritiro dal nord dell’Ucraina, mentendo poi sistematicamente sull’andamento reale degli scontri. Nei mesi successivi, i dissapori tra le parti si sono acuiti intorno alla battaglia di Bakhmut, con frequenti dichiarazioni da parte di Prigozhin volte a denunciare la presunta scarsità di munizioni ed altro equipaggiamento ricevuto dalla Wagner da parte del Ministero della Difesa e soprattutto, lo scarso valore delle unità dell’esercito regolare posizionate a copertura dei fianchi durante la spinta finale nella città ucraina. Nelle ultime settimane, lo scontro a distanza tra i mercenari e l’esercito regolare è divenuto un vero e proprio scontro fisico, con alcuni reparti che hanno aperto il fuoco contro le unità di Prigozhin, che hanno risposto catturando il Colonnello comandante dei reparti russi coinvolti per poi obbligarlo a testimoniare l’evento. L’ultimo atto di questo scontro è stato il presunto bombardamento da parte dell’esercito russo di un campo della Wagner, un attacco che ha poi innescato la catena dichiarazioni che hanno portato agli eventi dello scorso finesettimana ma di cui abbiamo poche testimonianze, al di fuori di un video rilasciato dallo stesso Prigozhin in cui non sono chiaramente visibili tracce evidenti di un attacco d’artiglieria.
Le tensioni tra le due parti sono quindi cresciute nel corso del tempo, ma a pesare in modo significativo è stata la volontà delle Forze Armate e del Ministero della Difesa di eliminare progressivamente le diverse milizie e Compagnie di sicurezza private, obbligandole a rientrare nei ranghi delle forze armate regolari e ricostruendo così il monopolio esclusivo dell’uso della forza nella mani dello Stato. Da mesi, infatti, erano circolate indiscrezioni relative alla possibilità che Gazprom, lo stesso Shoigu e altri soggetti russi potessero istituire delle proprie compagnie mercenarie per tutelare i propri interessi e partecipare alle iniziative russe all’estero. Per tale ragione, si è tentato di limitare tale attività obbligando i diversi soggetti proprietari o gestori di tali milizie a contrattualizzare come soldati professionisti i propri operatori, con l’obiettivo di ridurre il rischio di una feudalizzazione e militarizzazione della politica russa.
In questo processo quindi, le accuse reciproche tra Prigozhin e lo Stato Maggiore sono state il risultato sia uno scontro personale tra le due parti, sia della volontà di Prigozhin di salvaguardare il proprio ruolo politico e militare. L’ex cuoco di Putin, infatti, con l’esplosione della guerra aveva acquisito grande prestigio e influenza in Russia, divenendo uno dei portavoce più accaniti del partito dei falchi interno al Cremlino. Nelle sue esternazioni, oltre a criticare le scelte operate dallo Stato Maggiore, egli aveva infatti espresso la necessità di imporre la legge marziale, la mobilitazione su vasta scala e l’economia di guerra al fine di risolvere lo stallo nel conflitto. Comprendendo quindi il rischio di perdere la propria autonomia e principale garanzia di sicurezza e potere, Prigozhin ha evidentemente valutato l’opportunità di forzare la mano al Presidente attaccando frontalmente Shoigu e Gerasimov. Inoltre, in questo contesto, è importante ricordare come, in tutti i suoi video ed esternazioni, Prigozhin non abbia mai contestato Vladimir Putin o il suo operato, scegliendo invece di colpire la leadership politico-militare delle forze armate, considerata come il maggiore responsabile dei fallimenti russi. Nel corso dei mesi quindi, tale dinamica competitiva, in parte favorita dal silenzio-assenzo del Cremlino, si è quindi autoalimentata, dimostrando chiaramente una spaccatura nell’unità di comando del fronte russo e, verosimilmente, una certa difficoltà nel gestire la situazione da parte di Putin.
La Marcia della giustizia
La crisi nello scorso weekend è quindi formalmente iniziata con la presa della città di Rostov sul Don da parte delle forze della Wagner nelle prime ore del 24 giugno scorso, quando dopo i proclami della sera precedente, con i quali Prigozhin accusava Shoigu e Gerasimov dell’attacco alla Wagner pretendendone la deposizione, i reparti mercenari hanno superato il confine tra l’Oblast di Lugansk e la Russia, occupando i siti di importanza strategica della città sul Don. Rostov, infatti, oltre ad essere un importante centro della Russia meridionale è soprattutto sede del quartier generale del Distretto Militare Meridionale, che ha responsabilità diretta nella gestione di alcuni fronti della guerra in Ucraina, oltre ad essere uno degli snodi principali, insieme a Belgorod, della logistica russa in Ucraina. Di conseguenza la presa della città era funzionale non ad un colpo di stato di per se, quanto piuttosto ad ottenere una moneta di scambio in un’eventuale negoziato con il governo. Successivamente, nelle prime ore della mattina il convoglio della Wagner, forte secondo Prigozhin di 25mila soldati (più probabilmente la metà), si è mosso verso Mosca lungo l’autostrada che, passando per Voronezh superata nella tarda mattinata, conduce alla capitale. Ed è stato proprio lungo questa Marcia per la Giustizia che si è consumata la crisi più profonda.
Osservando le notizie e i video che rimbalzavano in diretta, è emerso chiaramente come l’elemento più significativo sia stata la totale assenza di resistenza da parte delle forze armate russe, escludendo qualche sporadico scambio di fucileria nella periferia di Rostov. La colonna della Wagner, infatti, non ha incontrato una vera e propria difesa da parte delle FFAA, ne degli altri reparti preposti alla garanzia di sicurezza interna della Russia (Polizia, Polizia Militare e Rosguardia), lasciando trasparire l’idea che ci fosse una certa quiescenza da parte delle Forze regolari russe, che avrebbero favorito l’azione di Prigozhin non ostacolandola apertamente. Ciononostante, la spiegazione del mancato intervento dell’esercito potrebbe venire da un’analisi su più livelli. Primariamente, nelle retrovie russe non sono presenti unità mobili in grado di muoversi in breve tempo e inseguire un eventuale avversario per decine o centinaia di chilometri, come le incursioni della Freedom of Russia Legion avevano già dimostrato nelle scorse settimane, di conseguenza l’unica possibilità concreta di bloccare fisicamente gli uomini della Wagner era data dal ritiro di unità dal fronte o dall’uso massiccio della forza aerea. Inoltre, una quota di piloti e soldati dell’esercito regolare russo si sono effettivamente rifiutati di obbedire all’ordine di ingaggiare gli uomini di Prigozhin, non necessariamente in virtù di un supporto esplicito ai mercenari, quanto piuttosto del prestigio di cui godono i combattenti della Wagner anche tra i propri commilitoni, che ha senza dubbio inciso sulle scelte individuali dei singoli operatori. Infine, è emersa da parte della leadership politica e militare la volontà di non arrivare allo scontro diretto, sia per evitare un danno di immagine ancor più grave di quanto l’azione non avesse già generato, sia per non testare fino in fondo la fedeltà delle forze armate, che fino a quel momento erano rimaste comunque fedeli al governo. Di conseguenza, tanto le dichiarazioni di Vladimir Putin quanto del generale Surovikin (notoriamente vicino alle istanze del leader della Wagner) e di altri ufficiali, sono state volte ad evitare lo scontro aperto nel cuore della Russia, sebbene non siano mancata l’esplicita accusa di tradimento a Prigozhin e alla Wagner e la minaccia di usare la forza qualora avessero tentato di entrare nella capitale. Inoltre, non deve essere trascurato l’effetto della confusione generale del momento, che può aver portato sia ad un rallentamento del dispositivo russo chiamato a difendere Mosca, sia ad una necessaria prudenza nella gestione della crisi, che si è quindi risolta nella prima serata di sabato dopo un accordo, apparentemente mediato dal leader bielorusso Lukashenko, che ha portato al ritiro delle forze della Wagner che, giunte a circa 150 km dalla capitale, erano però evidentemente inconsistenti per raggiungere lo scopo finale.
L’epilogo
Quali siano stati i termini alla base del ritiro della Wagner, che in poche ore è ritornata alle proprie basi abbandonando tutti i siti occupati a Rostov, non è stato ancora reso noto, ma non è possibile escludere che ci sarà un effettivo avvicendamento al vertice del Ministero della Difesa. Inoltre, non è al momento chiaro quale sarà il destino dalla Wagner e del suo leader, formalmente amnistiati dopo essere stati accusati di tradimento e sovversione armata. È verosimile però che parte della compagnia sarà reintegrata nell’esercito regolare, probabilmente distribuendone i componenti in diverse unità per distruggerne lo spirito di corpo, mentre una parte continuerà ad operare all’estero, ciononostante non dovranno stupire episodi di sfiducia e frizioni tra uomini dell’esercito e soldati della Wagner, la cui credibilità è stata sicuramente compromessa. Più complesso da definire sarà il futuro di Prigozhin. Le accuse verso di lui sono decadute, ma il suo ruolo politico, strettamente correlato al valore della Wagner, è stato inevitabilmente compromesso, di conseguenza è verosimile che sarà di fatto ostracizzato e, con lui, tutti coloro che potrebbero averlo sostenuto nella sua azione.
Gli attori non protagonisti
Evidentemente l’azione di Prigozhin è fallita per l’assenza di un appoggio sistematico sia delle Forze Armate che dell’opinione pubblica russa, che ha seguito con apprensione l’evoluzione della crisi senza però effettivamente mobilitarsi né contro né a favore dell’iniziativa della Wagner. Guardando alle Forze Armate, è probabile che alcuni elementi si siano rifiutati di attaccare i propri commilitoni, ma in generale sono rimaste fedeli al governo russo, sebbene alcuni esponenti avessero espresso una certa vicinanza alle istanze di Prigozhin nei mesi scorsi, non ultimo il Generale Surovikin, non si hanno notizie accertate di un’adesione delle FFAA alla rivolta. Ciononostante, lo stesso leader della Wagner aveva tentato di dimostrare una certa vicinanza dell’Esercito, pubblicando dei video in cui, parlando con degli ufficiali a Rostov, questi dichiaravano che non si sarebbero opposti all’azione di Prigozhin, come a voler rimaner fuori da uno scontro che percepivano interno alla classe dirigente.
Guardando all’opinione pubblica russa invece, si è assistito ad una tacita accettazione della situazione, figlia sia dello scarso coinvolgimento del popolo russo nelle dinamiche di questa guerra, sia di un basso livello di mobilitazione dell’opinione pubblica che comunque contraddistingue il sistema di potere russo fin dagli albori. Il putinismo, infatti, non ha mai promosso una mobilitazione dell’elettorato, se non in occasione dei grandi eventi patriottici e delle elezioni, di conseguenza, la crisi dello scorso finesettimana è stata percepita come l’ennesimo scontro interno all’élite, che non ha però influenza reale sulla vita dei cittadini. Inoltre, singolare è stato l’atteggiamento anche dei military bloggers russi che, sebbene abbiamo spesso fatto da cassa di risonanza delle esternazioni di Prigozhin criticando aspramente la leadership militare russa, nel corso della crisi hanno sposato la linea ufficiale del governo, alimentando implicitamente l’isolamento in cui alla fine della giornata la Wagner si è trovata. Parafrasando Karl Marx, la Storia si ripete sempre due volte, prima in farsa e poi in tragedia, quella di sabato non è stata una farsa, sebbene fosse un’iniziativa troppo velleitaria, ma speriamo di non dover assistere ad una tragedia, in un paese dove alle problematiche legate al conflitto, si sommeranno le ripercussioni ancora imprevedibili degli eventi del 24 giugno.

