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31/05/2026
Difesa, Europa, NATO, Russia e Spazio Post-sovietico

Drone russo sconfina in Romania: ennesima sfida alla sicurezza euro-atlantica?

di Lorenzo Avesani

Lo sconfinamento di un drone russo nei cieli di Bucarest riaccende nuovamente le tensioni tra le istituzioni euro-atlantiche e il Cremlino. Immediato è il paragone con l’episodio del 10 settembre 2025 avvenuto in Polonia o le incursioni recenti nei Paesi Baltici ma l’imperativo rimane il medesimo: rafforzare la propria reattività militare e trasformarla in coesione politica.

Nelle prime ore di venerdì 29 maggio 2026, un drone Geran-2, attribuito alla Federazione Russa, si è schiantato contro un edificio residenziale a Galaţi in Romania. Lo schianto ha provocato un incendio e due feriti lievi. Il presidente della Repubblica rumena, Nicușor Dan, ha definito l’episodio come “l’incidente più serio” da quando Mosca ha iniziato l’invasione dell’Ucraina nel 2022. Perciò, Bucarest ha dichiarato persona non grata il Console generale russo, disposto la chiusura del consolato di Costanţa, chiesto alla NATO di accelerare la consegna dei sistemi di difesa aerea e valutato l’attivazione dell’articolo 4 del Trattato dell’Alleanza Atlantica. Quest’ultimo prevede consultazioni tra Stati NATO ogniqualvolta che uno di essi vede la propria integrità territoriale, indipendenza politica e sicurezza minacciate ponendo le basi della difesa collettiva stabilita all’articolo 5.

L’Unione Europea (Ue) e la NATO hanno duramente condannato l’accaduto. La Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha parlato di superamento di una nuova linea accennando, inoltre, la preparazione del ventunesimo pacchetto di sanzioni contro Mosca. A stretto giro, le alte cariche dell’Ue nonché diversi leader di Stati membri e non solo, hanno espresso solidarietà nei confronti della Romania. Il Segretario Generale della NATO, Mark Rutte, ha accusato la Russia di avere un “atteggiamento sconsiderato” ribadendo la determinazione dell’Alleanza Atlantica nel difendere “ogni centimetro di territorio”.

L’episodio di Galaţi si inserisce in una sequenza di eventi analoghi che comprende l’incursione di droni russi nello spazio aereo polacco del 10 settembre 2025 e i più recenti incidenti verificatisi nel Baltico. La gravità dell’ultimo episodio, tuttavia, alza il livello di tensione con il Cremlino e sottolinea la necessità di rafforzare la reattività militare e trasformarla in coesione politica.

Un gioco pericoloso


Nel 2026, Bucarest ha registrato oltre 40 incidenti tra violazioni dello spazio aereo, ritrovamenti di frammenti di velivoli militari e attacchi al confine rumeno-ucraino. La Romania confina per 613,8 km con l’Ucraina lungo i distretti di Galați e Tulcea a sud-est e di Botoșani, Maramureș, Satu Mare e Suceava a nord. Quindi, il Paese è direttamente esposto agli effetti collaterali del conflitto russo-ucraino, una vulnerabilità culminata il 29 maggio 2026. In tale contesto, il Ministero della difesa rumeno ha affermato che il drone non aveva come obiettivo Galaţi ma i porti fluviali ucraini, Reni e Chilia, affacciati sul Danubio. L’attacco, composto da uno sciame di 50 droni, è avvenuto tra le le 21:30 del 28 maggio e le 02:30 del giorno successivo. Alle 01:19, due velivoli F-16 in servizio di combattimento della Polizia Aerea sono decollati dalla 86ª Base Aerea di Fetești e supportati da un elicottero IAR 330 SOCAT dell’Aeronautica Militare rumena. Il drone in questione è entrato nello spazio aereo rumeno alle 01:52. Secondo quanto dichiarato dal generale di brigata, Gheorghe Maxim, gli operatori scelsero di non procedere all’abbattimento del drone, pur disponendo dell’autorizzazione all’ingaggio. La caduta dei detriti avrebbe potuto rappresentare un pericolo per la popolazione civile residente nelle aree urbane sorvolate. 

La dinamica ricostruita presenta alcune analogie con altri episodi di sconfinamento verificatisi negli ultimi mesi, tra cui quello polacco del 10 settembre 2025 e gli incidenti che hanno interessato le Repubbliche baltiche a marzo e a maggio 2026. Nel primo caso, lo sconfinamento nei cieli di Varsavia fu significativamente più ampio poiché coinvolse 19 droni. La circostanza rese necessario il dispiegamento di assetti militari di altri Paesi dell’Alleanza Atlantica. I velivoli impiegati furono perlopiù droni esca “Gerbera”, concepiti per saturare le difese aeree. La loro quantità suggerì che l’incursione fosse una provocazione finalizzata a testare la capacità di risposta della NATO. In quel caso, non si registrarono morti o feriti, ma solo danni materiali. Sebbene in un primo momento le istituzioni polacche avessero fatto fronte comune nel richiedere l’attivazione dell’articolo 4, successive tensioni politiche interne emersero a seguito della rivelazione che la distruzione di un’abitazione sarebbe stata causata, in modo accidentale, da un missile AIM-120 AMRAAM lanciato da un F-16 polacco. 

Nel secondo caso, Estonia, Lettonia e Lituania sarebbero state sorvolate ripetutamente da droni ucraini, il cui culmine è arrivato con l’abbattimento di un velivolo da parte di un jet romeno nello spazio aereo estone il 19 maggio. Le cause di queste incursioni ruotano attorno a tre ipotesi, nessuna di queste definitivamente corroborata. La prima ipotesi riguarderebbe la deviazione intenzionale indotta da operazioni di jamming, ossia di interferenza elettronica volta a bloccare e disturbare i segnali di navigazione. La seconda vedrebbe la presenza di droni ucraini come risultato dello spoofing, una tecnica cyber che sfrutta segnali satellitari falsi per deviare i velivoli. Infine, è stato speculato un possibile difetto dello AI visual guidance dei droni An-196 Liutyi, il quale genererebbe errori di correlazione o identificazione in ambienti industriali visivamente simili. In ogni caso, rimangono due constatazioni da fare. Primo, il governo ucraino chiese perdono alle Repubbliche Baltiche sfruttando, al contempo, gli episodi per rafforzare la cooperazione con i tre Paesi interessati nello sviluppo di rifugi antiaerei. Secondo, la Russia rimane responsabile dell’accaduto in quanto, ragionevolmente, sapeva che gli effetti delle sue operazioni sarebbero ricaduti negli Stati circostanti. Tuttavia, rimane aperta la questione se considerare ciò una violazione dello spazio aereo o un atto di aggressione.

Lo schianto a Galați, invece, rappresenta un precedente molto più pericoloso rispetto a quelli descritti poc’anzi. In primo luogo, il velivolo responsabile è un Geran-2, un drone monouso capace di trasportare fino a 50 kg di esplosivo. La serie “Geran” è il corrispettivo russo dello “Shahed” di fabbricazione iraniana. Entrambe hanno basso costo di produzione e capacità di generare danni significativamente superiori al loro valore nonché sono in grado di comportare costi elevati per la loro neutralizzazione. In secondo luogo, l’evento ivi analizzato è stato anticipato da un ritrovamento di un drone privo di carica esplosiva a Băsești, nel distretto di Maramureș, il giorno precedente. La ravvicinata successione dei due eventi suggerisce l’esistenza di una strategia di pressione nei confronti di Bucarest per sfidare la coesione della NATO e intimidire la vicina Moldova, impegnata in un complesso percorso di avvicinamento all’Ue.

Implicazioni per la Romania

L’episodio di Galaţi evidenzia due limiti nella sicurezza nazionale rumena. Il primo riguarda il modo in cui Bucarest tende a classificare le violazioni come “effetti collaterali” del conflitto in Ucraina e non come “attacchi deliberati”. Tale scelta è stata dettata dalla volontà di evitare di offrire alla Russia un pretesto per definire la NATO come attore cobelligerante, prevenendo così un’escalation dagli esiti infausti. Questa strategia, tuttavia, è risultata sostenibile fintantoché i droni cadevano senza provocare danni alla popolazione civile. Nella situazione attuale, invece, con un’abitazione colpita e due persone ferite, non si può più parlare di un semplice incidente. Il secondo limite riguarda la risposta delle forze armate, le quali hanno comprensibilmente prioritizzato il contenimento dei possibili danni collaterali ai civili. Tuttavia, tale valutazione è complicata dal fatto che gli strumenti disponibili, come i caccia F-16 e i sistemi missilistici Patriot, sono progettati per bersagli più grandi rispetto a droni piccoli che volano a bassa quota. Perciò, le forze armate hanno, finora, preferito non intervenire, consentendo il verificarsi di questi episodi. Ciò rappresenta un problema nel lungo periodo, in quanto le operazioni ibride russe potrebbero proseguire anche dopo la fine della guerra e su altri fronti, come quello fluvio-marittimo, rispetto al quale Bucarest rimane vulnerabile.

Lo sconfinamento arriva, inoltre, in un momento di debolezza politica per il Paese. Lo scorso 5 maggio, il primo ministro, Ilie Bolojan, si è dimesso a causa di un voto di sfiducia parlamentare. Da quel momento, Dan è alla ricerca di una figura tecnica che permetta di guidare il Paese in un momento economico difficile per il Paese. Il Presidente della Repubblica ha scartato la possibilità di elezioni anticipate. L’Alleanza per l’Unità dei Romeni (AUR), partito di estrema destra e vicino alle posizioni del Cremlino, è attualmente accreditata di un forte consenso nei sondaggi. Un’eventuale vittoria dell’AUR potrebbe mettere in discussione il ruolo della Romania come perno strategico del fianco orientale della NATO e i rapporti con l’Ue. 

Implicazioni euro-atlantiche

Lo schianto di Galaţi solleva questioni cruciali per la sicurezza euro-atlantica. Come avvenuto il 10 settembre 2025, la Russia utilizza la tensione come leva strategica mentre NATO e Ue si trovano alla prova della loro coesione interna. Per quanto riguarda l’Alleanza Atlantica, l’Operazione Eastern Sentry (OES) rappresenta lo strumento principale con cui affronta la minaccia dei droni russi. Istituita dopo l’incidente in Polonia, la sua natura emergenziale riflette uno sforzo volto a stabilizzare l’Alleanza e a fornire una misura di sicurezza aggiuntiva piuttosto che delineare un nuovo concetto di difesa poiché privo di un quadro economico, legale e strategico definito

Sul fronte dell’Unione, lo European Drone Defense Initiative (EDDI) si pone come obiettivo la creazione di un sistema interoperabile europeo ma non è in grado di fornire un framework comunitario nell’acquisto e nella produzione dei sistemi anti-drone. Di conseguenza, lo scudo procede a velocità differenti venendo penalizzato dai Paesi dove gli appalti procedono più lentamente. Inoltre, l’EDDI è privo di un meccanismo di monitoraggio che sia in grado di coprire tutta l’estensione del fianco orientale, lasciando così ai singoli Stati membri e alla NATO la responsabilità della sorveglianza operativa e della risposta immediata.

Dunque, l’episodio del 29 maggio evidenzia ancora una volta la logica delle minacce sottosoglia le quali producono conseguenze strategiche e politiche rilevanti. In tale contesto, il ricorso a strumenti, quali l’articolo 4 e 5 del Trattato dell’Alleanza Atlantica e la clausola di assistenza reciproca dell’articolo 42.7 del Trattato dell’Unione Europea, riflette una difficoltà strutturale nel tradurre gli incidenti ibridi in risposte automatiche. Ancora una volta, il punto cruciale riguarda la capacità dell’Occidente di potenziare la propria prontezza militare e tradurla in coesione politica, pena la perdita di credibilità strategica.