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14/07/2026
Difesa, NATO, Relazioni Internazionali

La spesa NATO ad un anno dall’Aia

di Edoardo Barca

In occasione del Summit NATO di Ankara, l’Alleanza ha rilasciato le stime di spesa del periodo 2014-2026. Il documento funge da riflessione sull’epoca di una NATO condizionata dal PIL come obiettivo di spesa nel Defence Investment Pledge del Galles, fino alla riforma del 2025 al Summit dell’Aia.

Il 7 luglio 2026, in coincidenza con l’apertura del Summit NATO di Ankara, l’Alleanza ha rilasciato in un comunicato stampa l’aggiornamento delle stime di spesa del periodo 2014-2026, offrendo una prima verifica sull’impatto della riforma nei contributi di spesa. L’analisi giunge a dodici anni dall’inizio della nuova generazione di impegni al burden sharing, varata nel 2014 al Summit del Galles con il Defence Investment Pledge, quando gli alleati fissarono un target quantitativo di spesa pari al 2% del PIL nazionale come risposta politica all’annessione russa della Crimea.

La riforma del 2025 sostituisce l’obiettivo del 2% con una struttura a due livelli: 3,5% di spesa “core” e 1,5% di spesa “correlata” da raggiungere entro il 2035, con una prima revisione nel 2029. I dati del 2025 e 2026, ancora parzialmente stimati e non consuntivati, permettono di osservare le prime tendenze di questa transizione, pur con i limiti metodologici che la stessa NATO riconosce nel confronto tra proiezioni e valori a consuntivo degli anni precedenti.

Spesa Aggregata

Nel 2026, la spesa complessiva dell’Alleanza è stimata a 1809,9 miliardi di dollari a prezzi correnti, con il 57% del peso attribuito alla spesa statunitense. Dal 2023, il divario tra Stati Uniti e il resto dell’Alleanza si è rapidamente ridotto rispetto all’enorme divario del 2014, quando la quota US era del 69,3% a prezzi correnti.

La componente di spesa “core” di Europa e Canada, oggetto specifico del comunicato di Ankara, ammonta nel 2026 a 634 miliardi di dollari, pari al 2,53% del PIL aggregato di questo sottogruppo. Quest’anno la quota euro-canadese sulla spesa NATO è al 42,7%, contro il 30,3% del 2021. Si registra quindi un progresso costante, ma ancora un ampio squilibrio con il contributo degli Stati Uniti.

Va segnalato un rallentamento della crescita relativa: l’incremento 2025-2026 dell’11% risulta marcatamente inferiore al +20% registrato nel biennio 2024-2025, un primo segnale, secondo l’ICDS, di possibile plateau dopo la fase di rincorsa immediatamente successiva all’invasione russa dell’Ucraina. Alla vigilia del Summit, il Segretario Generale Rutte ha comunque sottolineato il raggiungimento complessivo di circa il 4% del PIL in spesa combinata, a un solo anno dall’adozione dei nuovi obiettivi di spesa.

La quota statunitense è dunque comunque predominante. La riduzione del peso relativo di Washington rispetto al passato non indica segnali di autonomia per gli alleati: gli Stati Uniti mantengono vantaggi difficilmente sostituibili nelle capacità abilitanti, nell’intelligence, nel trasporto strategico, nella difesa missilistica e nel comando multidominio. 

La riforma del NATO Summit dell’Aia ha inciso direttamente sulla traiettoria di spesa osservata in questi dati: la NATO collega l’accelerazione degli ultimi due anni all’adozione del nuovo target combinato del 5%, distinto in una componente core obbligatoria e verificabile e una componente correlata rimessa all’autodichiarazione dei singoli governi. Il confronto tra le due rilevazioni annuali (marzo 2026 e luglio 2026) mostra peraltro piccole discrepanze di arrotondamento tra le stime successive, un dato che invita a trattare i valori 2026 come indicativi di tendenza piuttosto che come cifre definitive.

Confronti tra Stati alleati

L’analisi per Stato, condotta a prezzi costanti del 2021, mostra una NATO a più velocità nel burden sharing. Il Baltico guida la classifica con ampi margini ed ampi anticipi sulla soglia obiettivo del 2035: Lituania (5,33%), Estonia (5,10%), Lettonia (4,92%), e Polonia (4,68%) superano già nel 2026 la soglia fissata per il decennio successivo della “core expense”.Segue la Grecia (3,65%), unico Alleato dell’Europa meridionale sopra la soglia core del 3,5%, mentre la maggioranza degli Alleati si colloca in una fascia intermedia tra il 2% e il 3% del PIL, come Stati Uniti (3,17%), Germania (2,69%), Regno Unito (2,56%), Francia (2,22%). L’Italia si attesta al 2,10% del PIL

Il blocco post-sovietico dell’Alleanza conferma una sovra-conformità rispetto all’impegno prefissato, possibilmente per una percezione del pericolo della Federazione Russa più accentuata. il DGAP osserva che i Baltici sostengono impegni di spesa elevati nonostante una base fiscale ridotta, spesso con un forte consenso sociale interno. Il timore di un progressivo abbandono statunitense del teatro europeo, come registrato nel 2026 in Estonia, rinforza l’incentivo a ridurre lo storico scarto di capacità con l’Europa occidentale.

Lontano dal fronte russo-ucraino, i diversi alleati dell’Europa centrale e occidentale si attengono a contributi più contenuti o appena sopra la soglia precedente del 2%: questo è il caso di Belgio (2,0%), Repubblica Ceca (2,05%), Slovacchia (2,02%), Lussemburgo (2,03%) e Croazia (2,03%). La Slovenia (1,61%) resta l’unico Alleato sotto la soglia obiettivo del 2014. 

La Spagna si attesta al 2,0%, mantenendo salda la propria posizione negoziata nel Summit 2025. Tuttavia, occorre notare l’assenza formale di questa esenzione nel comunicato dell’Aia, quindi Madrid contesta l’attuale framework e sostiene di poter soddisfare i Capability Targets con un margine di spesa inferiore.

La nuova spesa NATO

Secondo le direttive NATO, la core defence viene definita come la spesa governativa per le esigenze delle forze armate nazionali ed alleate (incluse forze ONU) stanziate nel territorio nazionale. Si intendono quindi salari, spese operative, procurement e R&S militare, secondo una definizione condivisa dagli Alleati. La rimanente non è soggetta ad una rilevazione NATO standardizzata, comprendendo spese eterogenee. Non essendo ancora formalizzata la rilevazione, è quindi auto-dichiarata da ciascun governo, come nel caso dell’Estonia, dove il PM Kristen Michal rivendica una spesa aggregata per la difesa del 7% del PIL.

L’impianto di spesa rimane ancorato al meccanismo dei NATO Capability Targets rinforzato nel Summit del Galles del 2014. Originariamente, la spesa in termini di PIL è stata strutturata come parametro accessorio all’incremento della spesa alleata, ma la sua posizione ha preso rilevanza nel dibattito pubblico, mettendola quindi in risalto più del dovuto. Nella pratica, la spesa deve concentrarsi su dei target definiti a livello NATO, tra cui il 20% dedicato al procurement e alla R&S a esse dedicate. Questo obiettivo sarà raggiunto da tutti gli alleati (salvo la Norvegia) nel 2026. Anche nelle capabilities, ci sono comunque tratti disomogenei tra gli Alleati, con Albania, Lussemburgo e Polonia con spese sopra il 50% in questi settori. Per quanto formalmente raggiunto dalla maggioranza degli stati, il target del 20% per la Ricerca e Sviluppo e procurement non implica una resilienza assicurata: i cicli di aggiornamento e di ampliamento devono essere costantemente sostenuti nella spesa alleata, a fronte di una crescente obsolescenza e mancanza di interoperabilità.

La transizione del 2025 è stata accompagnata, sul piano europeo, dall’attivazione delle clausole di salvaguardia nazionale del Patto di Stabilità e Crescita, che permettono agli stati membri di deviare temporaneamente dalle proprie leggi di bilancio per finanziare investimenti nel settore della difesa e non riscontrare eccessi di deficit formali. La misura, approvata dai ministri delle finanze UE per 15 Stati membri nel luglio 2025, consente una deviazione massima dell’1,5% del PIL annuo per un periodo di quattro anni.  Il meccanismo si affianca al programma SAFE, un prestito comune da 150 miliardi di euro sul modello del fondo SURE adottato durante la pandemia, sebbene diversi analisti ne segnalino i limiti dimensionali rispetto alla scala degli investimenti richiesti dal nuovo target NATO. 

Parallelamente, la Germania ha riformato la gestione costituzionale del proprio freno al debito, esentando dal vincolo la spesa militare eccedente l’1% del PIL e istituendo un fondo infrastrutturale extra-bilancio da 500 miliardi di euro. Dei 500 miliardi complessivi, 100 miliardi sono destinati ai Länder, 100 miliardi al Fondo Clima e Trasformazione, e i restanti 300 miliardi a progetti infrastrutturali federali. Questa scelta di flessibilità fiscale nazionale, per quanto sostenibile sul piano tedesco, introduce un ulteriore elemento di asimmetria nel coordinamento fiscale complessivo dell’Unione.

Alle porte della cosiddetta “NATO 3.0”, la distribuzione del peso dell’Alleanza resta fortemente ancorata alla spesa netta nazionale: la crescita formale è innegabile, ma i dati aggregati non catturano da soli fattori critici per la resilienza reale dell’Alleanza: copertura multi-dominio, capacità di reclutamento, efficienza di addestramento e coordinamento, protezione da fenomeni di guerra ibrida e dalle minacce tecnologiche emergenti. La verifica del 2029 misurerà se l’impegno dell’Aia ha prodotto capacità effettive, e non soltanto bilanci più elevati.

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