Dal 6 al 13 luglio 2026, Cina e Russia danno il via al Joint Sea-2026, ovvero esercitazioni navali congiunte nello spazio aereo e marittimo al largo di Qingdao, nella provincia dello Shandong.
Le manovre, che si svolgono in un porto militare strategico a breve distanza da Corea del Sud e Giappone, confermano la solidità dell’asse strategico tra Pechino e Mosca in un momento di forte tensione internazionale.
Questa postura militare connette direttamente la stabilità dell’Indo-Pacifico con l’architettura di sicurezza euro-atlantica, proprio mentre i paesi membri della NATO si riuniscono ad Ankara per ridefinire i piani di prontezza militare e di approvvigionamento industriale. Il coordinamento strategico tra Mosca e Pechino impone infatti un complesso bilanciamento tra contrapposte esigenze per l’Alleanza Atlantica: la necessità di monitorare la zona del Pacifico rischia di generare un sovraccarico operativo, distogliendo risorse e attenzione prioritari per la deterrenza sul Fianco Est e nel bacino del Mediterraneo.
Il programma Joint Sea
I primi addestramenti navali congiunti risalgono al periodo compreso tra il 22 e il 27 aprile 2012, quando Cina e Russia hanno condotto ufficialmente la loro prima esercitazione nel Mar Giallo, sempre nei pressi di Qingdao; l’evento è noto come “Sea Interaction 2012” (o “Maritime Cooperation 2012”). Da quel momento, le esercitazioni bilaterali hanno assunto una cadenza regolare: lo scorso anno le attività sono state svolte nel mese di agosto presso il porto orientale russo di Vladivostok. Secondo le dichiarazioni ufficiali, l’esercitazione comprendeva diverse tipologie di missioni: caccia ai sottomarini, operazioni di difesa aerea, ricerca e soccorso marittimo ed esercitazioni di artiglieria a fuoco vivo. Entrambe le parti hanno dichiarato che l’operazione non era diretta contro stati terzi ed era di natura difensiva.
Le operazioni del 2026 si sono aperte con il lancio cinese di un missile balistico intercontinentale senza carica nucleare, avvenuto nel Pacifico. La Marina cinese ha comunicato che il sottomarino strategico a propulsione nucleare ha effettuato con successo il lancio in data 6 luglio alle ore 12:01, utilizzando una testata d’addestramento simulata. Il missile è caduto con precisione nelle acque internazionali indicate, ma Pechino non ha fornito ulteriori dettagli sulla posizione esatta. Nonostante l’avviso preventivo dell’iniziativa, Giappone, Australia e Nuova Zelanda, a cui poi si sono aggiunti gli stessi Stati Uniti, hanno manifestato profonda preoccupazione per il lancio cinese. A sostegno di Pechino è invece intervenuta Mosca, dichiarando che il test fa parte delle manovre navali congiunte. Secondo il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov, la Cina esercita un proprio “diritto sovrano” e l’azione non rappresenta un pericolo per la sicurezza degli altri Paesi della regione. Inoltre, i media statali russi hanno riferito che un incrociatore, una corvetta, un sottomarino diesel-elettrico e una nave di soccorso della Flotta del Pacifico sono già arrivati a Qingdao per partecipare ad ulteriori manovre. Dal lato cinese, il Comando del Teatro Settentrionale ha annunciato l’impiego di due cacciatorpediniere, una fregata, un sottomarino, una nave di rifornimento e una nave di soccorso.
L’avvicinamento tra Mosca e Pechino nel quadrante del Pacifico risponde alla necessità comune di controbilanciare la presenza occidentale, pur configurandosi come un’intesa transazionale più che come un’alleanza strategica integrata. Tuttavia, l’effettiva portata di questa partnership sconta asimmetrie strutturali rilevanti. Mentre la proiezione navale russa si concentra sui fronti prioritari dell’Artico e dell’Europa, la Cina persegue una strategia multidimensionale finalizzata al controllo marittimo e alla navigazione d’alto mare nel Pacifico occidentale.
Il Pacifico tra interessi occidentali e asse sino-russa
L’Indo-Pacifico configura oggi uno dei principali epicentri strategici, economici e demografici del globo. In questo quadrante si concentrano nove dei dieci porti container più trafficati del mondo e sette delle dieci maggiori flotte navali, mentre attraverso le rotte dell’Oceano Indiano transita circa la metà del commercio marittimo globale e i due terzi del fabbisogno petrolifero mondiale. Il riemergere di questa categoria geografica e geopolitica nel corso degli anni 2010 ha segnato una netta discontinuità rispetto al precedente paradigma di “Asia-Pacifico”, il quale relegava l’Oceano Indiano a un ruolo marginale.
Al Vertice NATO di Madrid del giugno 2022 e a quello di Vilnius l’anno successivo, furono invitati a partecipare per la prima volta i capi di governo di Australia, Corea del Sud, Giappone e Nuova Zelanda, noti come IP4 (Indo-Pacific-Four). È in questa sede che per la prima volta la NATO ha fatto riferimento all’Indo-Pacifico come regione di importanza cruciale per la sicurezza euro-atlantica. Di conseguenza, il coordinamento e i canali di coinvolgimento della NATO e dei partner IP4 sono diventati ancora più rilevanti per la sicurezza in entrambe le regioni, creando una solida base comune per la cooperazione, fino ad approdare alla definizione di una serie di aree prioritarie che possono essere perseguite congiuntamente. Queste aree includono la cooperazione sulle tecnologie emergenti e dirompenti; il contrasto alla disinformazione; la sicurezza marittima; il cambiamento climatico; la resilienza; il sostegno all’ordine internazionale basato sulle regole; lo spazio; la sicurezza informatica; e la comprensione/condivisione di informazioni sulla situazione della sicurezza globale. Tale cooperazione si inserisce all’interno di un cambiamento più profondo. Tradizionalmente, infatti, le partnership della Nato con i Paesi dell’Indo-Pacifico erano state concepite soprattutto come strumenti di cooperazione per la gestione delle crisi e le missioni internazionali. Oggi la logica è cambiata: sia gli alleati euro-atlantici sia i partner asiatici tendono sempre più a considerare la sicurezza delle rispettive regioni come interconnessa. Tuttavia, l’amministrazione Trump sfida oggi questa integrazione: il suo approccio transazionale privilegia accordi bilaterali focalizzati sulla Cina, rischiando di frammentare il coordinamento multilaterale fino ad ora costruito
Con il Concetto Strategico della NATO di Madrid, l’Alleanza ha ridefinito in quest’area l’architettura della sicurezza euro-atlantica, individuando nell’alleanza tra la Federazione Russa e la Repubblica Popolare Cinese una duplice sfida sistemica ai valori e agli interessi occidentali. Da un lato, l’Orso viene ridefinito come la «minaccia più significativa e diretta alla sicurezza degli alleati». Tale classificazione discende dalla postura revisionista di Mosca, orientata a imporre sfere di influenza e un controllo territoriale diretto attraverso l’impiego della coercizione, della sovversione, dell’aggressione militare e dell’annessione unilaterale, di cui il conflitto in Ucraina costituisce l’espressione manifesta. Dall’altro, il Dragone viene considerata un fattore di instabilità per l’utilizzo sistemico di strumenti politici, economici ed infrastrutturali (basti pensare al progetto della Belt and Road Initiative, all’estensione di corridoi strategici, come la rete ferroviaria ad alta velocità in Indonesia e il China-Pakistan Economic Corridor (CPEC)) e militari volti a espandere la propria impronta globale e a proiettare potenza, operando all’interno di una dottrina caratterizzata da una marcata opacità strategica. Ed è proprio per scardinare l’egemonia statunitense e legittimare il proprio disegno revisionista, che Pechino ha progressivamente integrato nella propria equazione di sicurezza la Federazione Russa; in questa convergenza strategica e transazionale si inserisce l’istituzionalizzazione delle attività addestrative bilaterali.
Perché se ne dovrebbe discutere ad Ankara 2026
Anzitutto, all’asse sino-russa si aggiunge un terzo attore: la Korea del Nord. Il dispiegamento di contingenti nordcoreani a sostegno delle operazioni russe in Ucraina, il supporto materiale a duplice uso (dual-use) garantito dalla Cina allo sforzo bellico di Mosca e il trattato di mutua assistenza difensiva siglato nel 2024 tra Russia e Corea del Nord dimostrano la natura transregionale della minaccia. In questo quadro securitario, un’eventuale escalation nello Stretto di Taiwan catalizzerebbe inevitabilmente le risorse militari, economiche e strategiche degli Stati Uniti verso il Pacifico, costringendo i partner europei della NATO a farsi carico della deterrenza sul continente. Di conseguenza, le deliberazioni che l’Alleanza Atlantica adotterà al vertice di Ankara in materia di ripartizione degli oneri (burden sharing), postura difensiva e potenziamento della base industriale della difesa condizioneranno in modo diretto il volume di assetti e l’attenzione strategica che Washington potrà effettivamente destinare al teatro indopacifico.
In secondo luogo, un altro attore diviene essenziale in questo scenario: l’India.
Il recente Partenariato per la sicurezza e la difesa (SDP) siglato con l’Unione Europea, incentrato su sicurezza marittima, antiterrorismo e cooperazione industriale, ne ha già istituzionalizzato i legami con il blocco europeo. In questa prospettiva, i dibattiti del vertice di Ankara sulla base industriale e sulla ripartizione degli oneri intersecano direttamente le ambizioni di Nuova Delhi sotto molteplici profili geo-economici.
In primo luogo, la spinta dei membri della NATO verso un incremento della spesa per la difesa impone alle capitali europee di aumentare la produzione bellica e diversificare le catene di fornitura. Per l’Europa, intenzionata a ridurre la dipendenza dalle piattaforme statunitensi, l’India rappresenta un partner di co-produzione attrattivo e complementare. Inoltre, il focus di Ankara sulla conversione degli impegni finanziari in capacità concrete, unito all’attivazione del NATO Defence Industry Forum, traccia la direzione dei futuri flussi di investimento transatlantici e offre un punto di aggancio cruciale per il programma nazionale Atmanirbhar Bharat (India autosufficiente), volto a proiettare l’industria della difesa indiana su scala globale.
Il vertice di Ankara e le manovre Joint Sea confermano pertanto che la sicurezza euro-atlantica e quella indopacifica sono ormai indissolubili. Di fronte al consolidamento dell’asse Mosca-Pechino, a cui si aggiunge Pyongyang, la stabilità globale dipende direttamente dalla capacità dell’Europa di assumersi una maggiore responsabilità nella ripartizione degli oneri difensivi. In questo scenario, collaborare a livello industriale e logistico con paesi chiave come l’India e i P4 non rappresenta più una scelta secondaria; diventa invece condizione necessaria per preservare la stabilità di un’area sempre più strategica.

