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22/05/2026
Europa

La caduta del governo Bolojan apre un nuovo fronte di instabilità in Romania

di Maria Granalli Ortiz

La sfiducia votata il 5 maggio ha fatto cadere il governo Bolojan, chiudendo bruscamente un’esperienza durata meno di un anno e lasciando la Romania in una fase politica ancora più incerta. La crisi arriva mentre il paese affronta nodi irrisolti e apre interrogativi sulla capacità delle istituzioni di trovare rapidamente una nuova stabilità.

La caduta del governo guidato da Ilie Bolojan, sfiduciato il 5 maggio con 281 voti su 464, rappresenta un passaggio rilevante nella politica romena e arriva al termine di settimane segnate da tensioni sempre più evidenti nella coalizione. La mozione, presentata dal Partito Socialdemocratico insieme all’AUR dopo il ritiro dei ministri socialdemocratici, ha un peso politico che va oltre l’aspetto numerico, perché per la prima volta in questa legislatura il principale partito tradizionale ha scelto di votare con l’estrema destra per far cadere un esecutivo filo‑europeo. Il governo, in carica dal giugno 2025, si è fermato dopo meno di un anno e ora Bolojan gestisce solo gli affari correnti, dunque l’ordinaria amministrazione. Il presidente Nicușor Dan ha aperto le consultazioni per costruire una nuova maggioranza parlamentare e ha già escluso l’ipotesi di elezioni anticipate, considerate destabilizzanti in questa fase.

La crisi arriva in un momento già critico per il paese. La Romania si trova infatti con uno dei deficit pubblici più alti dell’Unione Europea, un’inflazione che continua a comprimere i redditi e scadenze imminenti per l’accesso ai fondi del PNRR. Le richieste della Commissione Europea per contenere la spesa e attuare una serie di riforme strutturali hanno imposto all’esecutivo un’agenda rigida e spesso impopolare, accentuando le divisioni politiche e il malcontento sociale. In questo scenario, la caduta del governo apre una fase di incertezza istituzionale che rischia di influire direttamente sulla gestione delle emergenze economiche e sulla capacità del paese di ritrovare stabilità in un sistema politico segnato da un’instabilità ormai prolungata.

Chi è Ilie Bolojan

Ilie Bolojan appartiene al Partito Nazionale Liberale dal 1993 ed è una delle figure più riconoscibili del centro‑destra romeno, con una carriera costruita quasi interamente all’interno delle istituzioni locali e dell’amministrazione pubblica. Dopo un primo periodo come consigliere comunale nella città di Aleșd tra il 1996 e il 2004, ha proseguito la sua attività come consigliere distrettuale di Bihor e, dal 2005 al 2007, come prefetto dello stesso distretto. È entrato poi negli ingranaggi del governo centrale nel 2007, quando ha assunto la carica di segretario generale del Governo, ruolo che gli ha permesso di maturare esperienza amministrativa e conoscenza diretta delle strutture statali, qualità che negli anni successivi avrebbero contribuito a consolidarne il profilo politico.

La notorietà nazionale di Bolojan si è però affermata soprattutto a partire dal 2008, quando è stato eletto sindaco di Oradea con la maggioranza assoluta al primo turno, risultato significativo in un paese dove lo scenario locale è spesso frammentato. Nei dodici anni in cui ha governato la città, grazie a due successive rielezioni, nel 2012 e nel 2016, ha portato avanti un ampio progetto di modernizzazione urbana basato su riforme amministrative, razionalizzazione della spesa e un uso sistematico dei fondi europei. Oradea è diventata uno dei casi di gestione locale più citati nel paese, con investimenti in infrastrutture, trasporti e riqualificazione urbana che hanno contribuito a trasformare non solo il tessuto economico cittadino, ma anche la percezione del ruolo delle amministrazioni locali nell’intero panorama romeno. Al termine dei tre mandati, nel novembre 2020, Bolojan è stato eletto presidente del Consiglio della Contea di Bihor, dove ha proseguito una linea di governo improntata all’efficienza amministrativa, alla trasparenza e alla ristrutturazione dei processi interni, rafforzando ulteriormente la sua immagine di amministratore pragmatico e poco incline ai compromessi politici.

Il passaggio alla scena nazionale è avvenuto in un contesto istituzionale fuori dall’ordinario. Il 12 febbraio 2025, in seguito alle dimissioni del presidente Klaus Iohannis, rimasto in carica oltre la scadenza del mandato dopo l’annullamento delle presidenziali del 2024, Bolojan è diventato presidente ad interim della Romania in virtù della linea di successione stabilita dalla Costituzione. Ha mantenuto l’incarico fino al 26 maggio, quando il nuovo presidente eletto, Nicușor Dan, ha prestato giuramento. Poche settimane dopo, il 20 giugno, lo stesso Dan lo ha incaricato di formare un governo dopo il crollo dell’esecutivo precedente e il fallimento del candidato allora sostenuto dalla maggioranza. L’incarico è arrivato al termine di un processo negoziale complesso, durante il quale il PSD, il PNL, l’USR e l’UDMR hanno accettato di dare vita a una coalizione filo‑europea per affrontare il deterioramento dei conti pubblici e rispettare gli impegni del PNRR. La fiducia parlamentare è arrivata il 23 giugno 2025, segnando l’inizio di un governo nato su un equilibrio delicato e già minato da tensioni interne, accelerate da dissensi sulla manovra fiscale e su misure impopolari come l’aumento dell’IVA. Questi primi attriti avrebbero presto preannunciato le difficoltà che, meno di un anno dopo, avrebbero portato alla caduta dell’esecutivo.

Il governo e la sfiducia

La Romania è una repubblica semipresidenziale in cui il presidente nomina un primo ministro incaricato di ottenere la fiducia del Parlamento. In questo quadro istituzionale, Ilie Bolojan è arrivato alla guida del governo il 23 giugno 2025, al termine di un negoziato complesso seguito alla fase di instabilità apertasi dopo l’annullamento delle presidenziali del 2024. La coalizione che aveva permesso la nascita del suo esecutivo riuniva quattro forze filo‑europee: il Partito Nazionale Liberale, il Partito Socialdemocratico, l’Unione Salvate la Romania e l’Unione Democratica Magiara di Romania. All’opposizione erano invece rimasti l’AUR, formazione nazionalista di estrema destra in rapida ascesa, e alcuni gruppi minori. L’obiettivo dichiarato era riportare stabilità in un sistema politico logorato e garantire la piena attuazione del PNRR, un compito che fin dall’inizio richiedeva coesione e continuità.

Il governo Bolojan si è insediato in uno dei momenti economici più difficili degli ultimi anni. La Romania era sotto procedura europea per deficit eccessivo dal 2020 e aveva chiuso il 2025 con un disavanzo del 7,9% del PIL, il più alto dell’Unione. L’inflazione superava il 10% e il leu continuava a perdere valore, mentre Bruxelles chiedeva interventi rapidi per evitare il rischio di sanzioni e per sbloccare oltre 11 miliardi di euro legati al PNRR. Per rispondere a queste pressioni, l’esecutivo ha varato un pacchetto di consolidamento fiscale che comprendeva aumenti dell’IVA e delle accise, la revisione delle agevolazioni per settori come edilizia e IT, un tetto alle retribuzioni pubbliche e un congelamento temporaneo di salari e pensioni. L’obiettivo era riportare il deficit sotto controllo, ma le misure hanno avuto effetti immediati sui prezzi e sul potere d’acquisto, alimentando un crescente malcontento sociale.

Sul piano politico, le tensioni sono esplose nei mesi successivi. Il PSD, partner decisivo della coalizione, ha progressivamente preso le distanze dal premier, temendo l’impatto elettorale delle misure di austerità e osservando l’ascesa dell’AUR, che dall’opposizione denunciava l’agenda economica del governo come eccessivamente penalizzante. Alla fine di aprile i socialdemocratici si sono ritirati dall’esecutivo, aprendo la strada alla mozione di sfiducia presentata insieme all’estrema destra. Il 5 maggio, con 281 voti favorevoli, il Parlamento ha messo fine all’esperienza di governo dopo meno di un anno, segnando per la prima volta in questa legislatura una convergenza tra il principale partito tradizionale e l’AUR su un obiettivo comune. Per Bolojan, da quel momento, sono rimasti solo i poteri limitati dell’ordinaria amministrazione.La fine dell’esecutivo apre ora una fase di incertezza. Il presidente Nicușor Dan dovrà condurre consultazioni per individuare un nuovo candidato premier, ma la ricostruzione di una maggioranza appare complessa: il PSD e l’AUR non hanno numeri sufficienti per governare, il PNL ha escluso un ritorno in coalizione con i socialdemocratici dopo la rottura di aprile, e nessuna delle forze in Parlamento sembra disposta a sostenere un governo politico stabile. La prospettiva più realistica resta quella di un esecutivo tecnico o di una coalizione riformulata attorno a una figura di compromesso, mentre la Romania deve continuare a garantire la tenuta dei conti pubblici e il rispetto degli impegni europei in un momento in cui ogni ritardo può trasformarsi in un nuovo elemento di fragilità.

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