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15/07/2026
Difesa, Italia, NATO

La posizione italiana alla luce del vertice di Ankara

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In seguito alla conclusione del vertice NATO di Ankara, è possibile ritenere confermato il consolidamento delle priorità emerse l’anno scorso all’Aia: maggiore attenzione al fianco orientale, sostegno all’Ucraina e incremento della spesa per la difesa. Per l’Italia, la sfida resta quella di conciliare gli impegni presi con gli alleati con le proprie priorità strategiche e con la propria situazione interna.

Il vertice NATO di Ankara si è posto in sostanziale continuità con quello dell’Aia. Di riflesso, è riscontrabile una continuità anche rispetto alle posizioni e alle problematiche dell’Italia. Questo articolo ne analizza le implicazioni alla luce del comunicato finale adottato al termine del summit.

Per approfondire la posizione con cui l’Italia si è presentata al vertice di Ankara è possibile consultare il Geopolitical Brief n.65 (qui) del Centro Studi Geopolitica.info.

Il fronte sud

Osservando i risultati di Ankara è possibile notare che il fronte sud e la sicurezza cooperativa, ritenuti cruciali per gli interessi di sicurezza italiani, hanno ricevuto decisamente meno attenzioni rispetto al fianco orientale. Infatti, all’interno del comunicato finale, i due punti non sono mai richiamati esplicitamente e il riferimento più rilevante è dato da 4 righe, piuttosto vaghe e generiche, al punto 5, subito prima dei ringraziamenti per l’ospitalità. Di contro, il documento lascia ampio spazio alla minaccia russa e alla necessità di investire fortemente in capacità convenzionali, non convenzionali e nelle tecnologie emergenti al fine di rafforzare e mantenere il vantaggio relativo in combattimento. Nel complesso, La scelta può essere letta come un ulteriore passo nel riorientamento dell’Alleanza verso est e verso il compito di difesa e deterrenza, anche a scapito delle richieste italiane di maggior attenzione verso sud. 

Un riorientamento netto delle priorità dell’Alleanza potrebbe risultare problematico per l’Italia. Da un lato, il crescente focus su difesa e deterrenza si scontra con un’opinione pubblica particolarmente ostile nei confronti di tutto ciò che riguarda la difesa e con una retorica ufficiale ancora fortemente legata alle missioni di pace e all’impegno umanitario. Dall’altro lato, una maggiore attenzione verso il fianco orientale rischia di tradursi in una minore disponibilità di risorse alleate a sud, rendendo necessario un maggior impegno bilaterale e minilaterale da parte dell’Italia, con conseguente crescita di rischi e costi.

Il sostegno all’Ucraina

Anche il sostegno all’ucraina occupa uno spazio significativo nel comunicato finale. Il documento evidenzia al punto 4 il ruolo quasi esclusivo dei Paesi europei e del Canada nel sostegno a Kiev e conferma lo stanziamento di €70 miliardi nel 2026, con l’impegno a mantenere almeno questo livello anche nel 2027. È quindi ragionevole aspettarsi un ulteriore contributo da parte dell’Italia. Resta però da capire quale forma potrà assumere tale impegno, specie per via della sensibilità del tema nel dibattito pubblico nazionale e dell’avvicinarsi delle prossime elezioni politiche. 

Nel corso della conferenza stampa conclusiva, Il Presidente del consiglio Meloni ha dichiarato che il recente sostegno italiano si è concentrato sul settore energetico e su quello infrastrutturale. È plausibile che questa linea venga mantenuta, in quanto riesce a soddisfare più richieste contemporaneamente: risulta più facilmente giustificabile e accettabile agli occhi dell’opinione pubblica; è un contributo concreto per l’Ucraina; e, allo stesso tempo, permette di acquisire informazioni, contatti ed esperienze utili in vista della futura ricostruzione del Paese. Al contrario, ulteriori pacchetti di aiuti militari non sembrano essere all’orizzonte, almeno non prima delle prossime elezioni.

La spesa in difesa

Secondo molti osservatori, la spesa in difesa è l’aspetto più critico per l’Italia. Infatti, il Paese è chiamato a trovare un punto d’equilibrio utile a rispondere contemporaneamente alle pressioni degli Alleati per un incremento delle spese e alle preferenze, diametralmente opposte, dell’opinione pubblica. Attualmente, l’Italia dichiara una spesa pari al 2.1% del PIL. Tuttavia, il raggiungimento di questa percentuale è dipeso sostanzialmente dalla riclassificazione di alcune voci di bilancio legate alla difesa solo in modo indiretto. Questa soluzione dipenderebbe in gran parte dal benestare della NATO, occorre quindi chiedersi per quanto tempo sarà ancora considerata accettabile. 

Sempre in relazione alla spesa, occorre notare che alcuni esperti hanno sostenuto che quanto emerso dalla conclusione del summit di Ankara può rappresentato l’avvio di una nuova fase per l’alleanza. Attraverso la nuova strategia per la cooperazione industria-NATO, infatti, è possibile che l’Alleanza assuma un ruolo più importante nel coordinamento militare-industriale. In tal senso, la riforma potrebbe garantire, da un lato, il coordinamento e la prevedibilità necessaria per il rafforzamento della base industriale nazionale e alleata e, dall’altro, contribuire a una parziale spoliticizzazione del tema della difesa, potenzialmente introducendo un nuovo vincolo esterno in grado di rendere le spese più giustificabili sul piano interno. 

Quanto emerso dalla conclusione del summit di Ankara ha sostanzialmente confermato le tendenze già evidenziate all’interno del Geopolitical Brief n.65 (qui). Le principali sfide per l’Italia rimangono quelle di rendere politicamente ed economicamente sostenibile l’adattamento alle richieste e alle politiche dell’Alleanza, promuovendo allo stesso tempo le sue particolari esigenze di sicurezza.

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