Evidenza

Dal 2004, il Centro Studi Geopolitica.info contribuisce allo studio delle Relazioni Internazionali e al dibattito sulla politica estera dell'Italia

Chi siamo
27/06/2024
Medio Oriente e Nord Africa

Chi corre alle elezioni, chi no, e perché 

di Francesco Petrucciano

Il Consiglio dei Guardiani ha qualificato 6 persone per la corsa alle elezioni presidenziali del prossimo 28 giugno. Ora come non mai deve evitarsi la tentazione occidentale di classificare i candidati in base alle loro tendenze più o meno conservatrici. In primis perché la forma di governo esistente in Iran, il sistema di “governo del Giurisperito” (Velayat-e Faqih), tende ad annichilire in ogni contesto i profili che minacciano di oltrepassare certi limiti costituzionali, in secundis perché sebbene esistano, come è evidente, posizioni personali distinte, definite dai diversi caratteri e dalla diversa cultura politica, in questa elezione i candidati tendono ad esprimere un profilo relativamente omogeneo. In tertiis, perché ciò che determina la candidabilità di un soggetto non passa solo per i suoi orientamenti politici ma per l’utilità che questi può avere in quello specifico momento storico.

Il Consiglio dei Guardiani ha qualificato 6 persone per la corsa alle elezioni presidenziali del prossimo 28 giugno. Dei sei candidati, due hanno annunciato il loro ritiro il giorno precedente alle elezioni. Ora come non mai deve evitarsi la tentazione occidentale di classificare i candidati in base alle loro tendenze più o meno conservatrici. In primis perché la forma di governo esistente in Iran, il sistema di “governo del Giurisperito” (Velayat-e Faqih), tende ad annichilire in ogni contesto i profili che minacciano di oltrepassare certi limiti costituzionali, in secundis perché sebbene esistano, come è evidente, posizioni personali distinte, definite dai diversi caratteri e dalla diversa cultura politica, in questa elezione i candidati tendono ad esprimere un profilo relativamente omogeneo. In tertiis, perché ciò che determina la candidabilità di un soggetto non passa solo per i suoi orientamenti politici ma per l’utilità che questi può avere in quello specifico momento storico.

Sono lontani i tempi dei Khatami, dei Mousavi e dei Rouhani. In primis, come detto, perché i profili dei partecipanti sono relativamente molto più uniformi di quelli che si proponevano nell’Iran del dopo-Khomeini, dell’Onda Verde e del sogno (mancato per poco) della normalizzazione del Paese, in secundis perché l’Iran vive una condizione di convergenza di tre fattori: il motivo per il quale si indicono queste elezioni, l’età avanzata della Guida con relativo fattore “successione”, il fatto che l’establishment sia sopravvissuto alle proteste popolari che ne avevano seriamente compromesso la sopravvivenza. 

Esiste chi vede nella morte del presidente Raisi un atto intenzionale. Se così fosse, la traccia più probabile sarebbe quella dell’atto di matrice interna, destinato a consegnare un messaggio alla Guida Suprema. Coloro che supportano questa interpretazione legano infatti la scomparsa di Raisi alla volontà da parte dei Pasdaran, i Guardiani della Rivoluzione, di affermarsi come classe dominante, e non più gregaria (rispetto ai chierici), del Paese. Un immediato avvicendarsi nell’esecutivo sarebbe quindi un modo di scongiurare l’ascesa di Raisi all’Ufficio di Guida Suprema ed il posizionamento all’apice dell’esecutivo di figure maggiormente vicine agli apparati dei Guardiani. Bisogna tenere in considerazione il fatto che l’attuale Guida ha 85 anni ed è di salute cagionevole, e che suo figlio Mojtaba è considerato uno dei più probabili candidati alla successione. Si tratterebbe dunque di un atto di interdizione degli apparati nell’esecutivo, voluto al fine di garantire una continuità nel processo di graduale consolidamento del potere dei Guardiani, da effettuarsi prima della scomparsa della Guida. Un intervento che, nelle sue finalità (ottenere garanzia di appoggio da parte del governo per gli apparati) sembra ricalcare il colpo di stato “sotterraneo” che avrebbe, nel 2009, garantito la rielezione di Mahmoud Ahmadinejad a sfavore di Mousavi, che sarebbe stato invece il vincitore delle elezioni.

Quali sono i profili dei candidati?

Mohammad Bagher Ghalibaf – presidente del Parlamento, ex sindaco di Teheran e già comandante dell’Aeronautica dei Guardiani della Rivoluzione;

Saeed Jalili – membro del Consiglio per il discernimento, ex capo negoziatore nucleare, anch’egli vicino ai Guardiani della Rivoluzione, maggiormente oltranzista;

Masoud Pezeshkian – deputato al Parlamento, gode dell’appoggio di Zarif, ex Ministro degli Esteri del Gabinetto Rouhani (architetto del cosiddetto “accordo sul nucleare”);

Mostafa Pourmohammadi – già Ministro dell’Interno e della Giustizia e già giudice, insieme al defunto Raisi, nei tribunali rivoluzionari che hanno consolidato la Repubblica Islamica come la conosciamo oggi. Proprio per questo ruolo potrebbe non godere di esteso appoggio dell’elettorato,

Il 27 giugno, due dei concorrenti, Alireza Zakani, sindaco di Teheran, e Amir-Hossein Ghazizadeh Hashemi, Vicepresidente dell’uscente gabinetto Raisi e capo della Fondazione iraniana per gli affari dei martiri e dei veterani, hanno annunciato il loro ritiro dalla corsa alla presidenza. Già prima del suo ritiro, le chances di Hashemi di uscire vittorioso da questa tornata erano basse: egli si mostrava come mero continuatore della politica di quello stesso governo che ora si presenta come uscente e che aveva vinto nella precedente tornata anche a causa dell’altissimo tasso di astensione al voto. Inoltre, poiché nessun candidato presenta una chiara maggioranza, sembra certo il ballottaggio previsto per il 5 luglio, a meno che Jalili o Ghalibaf non concordino di ritirarsi a favore dell’altro.

Fra i profili dei non ammessi, invece, risalta soprattutto l’ex vicepresidente Eshaq Jahangiri Kouhshahi, del Gabinetto Rouhani: un uomo che prima di ritirarsi dalla corsa per le presidenziali del 2017 aveva, nei dibattiti elettorali, ottenuto un riscontro popolare notevolissimo. Insieme a lui, sono stati esclusi praticamente tutti gli appartenenti alla fazione dei “pragmatici” che aveva trionfato alle elezioni del 2013 e del 2017.

Venerdì 21 era stato trasmesso sulle reti nazionali il secondo di 5 dibattiti previsti tra i candidati, incentrato sui problemi di carattere economico. È emersa una posizione comune nel voler ottenere la revoca delle sanzioni internazionali e nel voler proporre “riforme”. Qui deve leggersi un messaggio di notevole importanza: anche se a questa tornata non esistono i “pragmatici” di Rouhani, i dialoghi con la comunità internazionale potrebbero continuare. Di particolare interesse risulta essere la posizione di Ghalibaf, il quale ha definito il negoziato come “un metodo di lotta”: un’interessante quadratura del cerchio fra la necessità di non andare troppo contro le aspettative popolari e quella di non eclissare la necessaria pugnace retorica rivoluzionaria. Si tratta di una mossa elettorale di Ghalibaf che lo definirebbe così come candidato maggiormente accettabile all’opinione di coloro che continuano a sperare nel negoziato per la revoca dell’isolamento internazionale del Paese, ponendosi quindi all’opposto di Hashemi: questi ha insistito nella necessità di continuare sulla linea del governo del quale ha fatto parte, e di sviluppare il turismo oltre a proporre una ricetta economica cara ai settori maggiormente populisti dell’arco parlamentare, ovvero la dazione di sussidi per garantire una maggiormente equa distribuzione delle risorse.

Ghalibaf e Jalili sono i candidati nei quali si ripongono maggiori prospettive. Essi hanno in comune esperienza politica e una maggiore vicinanza ai Guardiani, ai quali Ghalibaf è peraltro appartenuto, e questo potrebbe mettersi a sistema con quanto detto in apertura.

In definitiva, Ghalibaf ha le maggiori speranze, perché si pone su una linea apparentemente meno oltranzista di Jalili e perché, come questi, capace di offrire quelle garanzie di continuità che, secondo alcuni, potrebbero essere la causa stessa di queste elezioni.

Gli Autori