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05/08/2024
Italia, Italia ed Europa

Verso una National Security Strategy per l’Italia? Due problemi preliminari su cui fare chiarezza

di Gabriele Natalizia e Lorenzo Termine

Come in altri Paesi democratici, anche in Italia le politiche di sicurezza e difesa non catalizzano l’attenzione degli elettori e, dunque, solitamente non guadagnano il centro delle campagne elettorali. Né in loro nome è agevole far accettare all’opinione pubblica un ri-orientamento della spesa statale, soprattutto se questo impone tagli sulla spesa sociale a causa dei vincoli di bilancio. Inoltre, sulla consapevolezza pubblica in merito a questi temi grava anche un vincolo immateriale, l’eredità politico-culturale della Seconda guerra mondiale. Sul continente europeo, il suo peso in Italia è secondo solo a quello sperimentato in Germania. Non di rado, anche se spesso inconsciamente, molti italiani leggono nel perseguimento dell’interesse nazionale tracce di nazionalismo o nelle politiche di difesa spinte militaristiche. Similmente, continuano a guardare con malcelato sospetto all’attivismo internazionale del Paese, senza distinzioni neanche quando esso prende forma nell’ambito di cornici multilaterali.

Come in altri Paesi democratici, anche in Italia le politiche di sicurezza e difesa non catalizzano l’attenzione degli elettori e, dunque, solitamente non guadagnano il centro delle campagne elettorali. Né in loro nome è agevole far accettare all’opinione pubblica un ri-orientamento della spesa statale, soprattutto se questo impone tagli sulla spesa sociale a causa dei vincoli di bilancio. Inoltre, sulla consapevolezza pubblica in merito a questi temi grava anche un vincolo immateriale, l’eredità politico-culturale della Seconda guerra mondiale. Sul continente europeo, il suo peso in Italia è secondo solo a quello sperimentato in Germania. Non di rado, anche se spesso inconsciamente, molti italiani leggono nel perseguimento dell’interesse nazionale tracce di nazionalismo o nelle politiche di difesa spinte militaristiche. Similmente, continuano a guardare con malcelato sospetto all’attivismo internazionale del Paese, senza distinzioni neanche quando esso prende forma nell’ambito di cornici multilaterali.

Le ripercussioni economiche della guerra in Ucraina e della destabilizzazione del Medio Oriente, tuttavia, hanno improvvisamente allargato le maglie del dibattito pubblico italiano ai temi della sicurezza e della difesa. Specularmente, numerosi segnali arrivano, anche dai massimi livelli istituzionali, sulla possibilità che l’Italia elabori per la prima volta una National Security Strategy. Il Paese, d’altronde, è l’unico di quelli appartenenti al G7 a non essersi ancora dotato di questo tipo di strumento. D’altro canto, anche il non ufficializzare una strategia, può essere una strategia. Sarebbe, però, necessario che si arrivasse a tale conclusione attraverso una scelta consapevole e non per default. Anzitutto, per essere al passo con le sfide del tempo presente, Roma dovrebbe fare chiarezza su due problemi diversi, ma fortemente interdipendenti tra loro: la natura del contesto politico-strategico in cui si muove e le implicazioni legate alla sua condizione di media potenza. 

Sebbene sia già stata oggetto di numerosi documenti e dichiarazioni sottoscritte in sede NATO e UE, la specificità del contesto politico strategico in cui l’Italia è immersa non è stata ancora pienamente metabolizzata dai partiti politici e dall’opinione pubblica nazionale. Non è del tutto chiaro che l’ambiente di sicurezza dell’area euro-atlantica è strutturalmente mutato – in peggio – rispetto a quello di 15-20 anni fa. E che Roma è chiamata ad affrontarlo mentre registra un – parziale – declino economico unito a un preoccupante declino demografico. Ancora in molti, infatti, sembrano covare l’illusione che, una volta risolte quelle che vengono percepite come crisi congiunturali, l’Italia possa tornare a vivere in una condizione non troppo dissimile a quella sperimentata degli anni ’90 e ’00. 

Ancora deve essere maturata, invece, la piena consapevolezza circa il fatto che il Paese non fronteggia una situazione di “poli-crisi”, ossia di molteplici crisi che si verificano contemporaneamente come ripetono molte voci della comunità di politica estera. Al contrario, si trova dinanzi a un’unica grande crisi, quella del primato dell’America, dei suoi alleati e dell’ordine internazionale rule-based, messi in discussione dal ritorno alla competizione tra grandi potenze. Questa competizione tende a configurarsi non solo come un fenomeno distintivo della vita politica internazionale nel medio-lungo periodo, ma anche come intrinsecamente “obbligatoria”, in quanto non è possibile sottrarvisi. Pertanto, lo Stato che elabora politiche senza tenerne conto mette a repentaglio la sua sicurezza e rischia di precipitare in una condizione – anche in termini di status – relativamente peggiore a quella precedente.

Il secondo problema su cui l’Italia deve riflettere, discende dalla sua capacità di trovare un punto di equilibrio tra le diverse implicazioni legate alla sua condizione di media potenza. In particolare, quelle relative al suo perimetro d’azione e al rapporto con il suo alleato maggiore, gli Stati Uniti. Non ci sono troppi dubbi che il Paese appartenga a quella categoria di Stati che – sul piano delle capacità – risultano dotati di una popolazione numericamente intermedia a livello mondiale, ma con un indice di sviluppo umano alto, così come di un’economia avanzata e con connessioni globali. Rispetto alle potenze maggiori, tuttavia, le medie potenze risultano inevitabilmente più esposte ai rischi che scaturiscono dall’intensificarsi della competizione internazionale, poiché dotate di risorse – soprattutto militari – inferiori. Sul piano relazionale, invece, da una condizione “mediana” derivano due implicazioni principali. La prima è che una media potenza tende a circoscrivere gli interessi di sicurezza su di un perimetro regionale o poco più che regionale, per evitare il pericolo dell’overstretching. La seconda è che, in mancanza di asset strategici che ne aumentino il potere negoziale o la propensione al rischio, una media potenza tende ad allinearsi più rigidamente al proprio alleato maggiore. 

Nel caso dell’Italia, tra queste due diverse esigenze sono emersi alcuni elementi di tensione. Relativamente al perimetro d’azione, sia il governo Draghi che il governo Meloni hanno rilanciato l’immagine di un Paese impegnato preferenzialmente nel “Mediterraneo allargato”. È in questa regione, d’altronde, che il governo in carica sembra voler concentrare le proprie risorse con il varo del Piano Mattei. Il Piano Mattei, infatti, è pensato proprio per rafforzare le capacità di alcuni Stati “fragili” del continente africano. I Paesi-target dei primi nove progetti pilota (Algeria, Repubblica Democratica del Congo, Costa d’Avorio, Egitto, Etiopia, Kenya, Marocco, Mozambico e Tunisia), d’altronde, rischiano di diventare preda di potenze revisioniste che offrono loro sostegno militare (Russia) o economico (Cina) in cambio della loro trasformazione in vere e proprie leve da utilizzare all’occorrenza contro gli Stati Uniti e i loro principali alleati. Si noti che, così come annunciato alla conferenza di Roma (28-29 gennaio) e confermato al vertice G7 di Borgo Egnazia (13-15 giugno), la sua impostazione è fondata sul raggiungimento della stabilità prevalentemente attraverso cinque pilastri politici non-militari (istruzione/formazione; sanità; agricoltura; acqua; energia).

Allo stesso tempo, tuttavia, arrivano da Washington due richieste parzialmente in controtendenza rispetto a tale impostazione. Da un lato, quella di tener fede all’ormai decennale NATO Defense Investment Pledge. A questa l’Italia risponde promettendo di raggiungere la fatidica quota del 2% di PIL in spesa militare entro il 2028, ma anche chiedendo di valutare maggiormente il contributo che il Paese offre alle operazioni della NATO, di cui è il secondo contributore dopo gli Stati Uniti. 

Dall’altro lato, la richiesta americana di contribuire maggiormente al contenimento della Repubblica Popolare Cinese. Se, da un lato, l’Italia si sta distinguendo per un insolito attivismo nell’Indo-Pacifico con l’adesione al Global Combat Air Programme, le missioni della nave Francesco Morosini e della squadra navale guidata dalla portaerei Cavour e la partecipazione all’esercitazione RIMPAC 2024, dall’altro, lo sforzo indo-pacifico italiano potrebbe rivelarsi insostenibile nel medio periodo se non se ne analizzano attentamente condizioni permissive e ostacoli.

Solo una volta esaurita la sfida delle potenze revisioniste – Cina, Russia, Iran – diventerà possibile il ritorno a una condizione di – relativa – stabilità. Per i prossimi venti anni almeno, dunque, l’Italia deve elaborare una strategia al cui interno la sua politica estera e di difesa siano profondamente ripensate in funzione di tale competizione nonché dei rischi connessi a una mancata consapevolezza dei vincoli che essa pone a una media potenza. Da una sua corretta formulazione, dipenderà sia che l’eventuale documento strategico non nasca già obsoleto, sia – questione ben più importante – che la sicurezza e il rango del Paese nel futuro sistema internazionale.

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