Il ritorno della guerra ad alta intensità in Europa ha posto al centro dell’agenda di Bruxelles il tema della difesa. L’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 ha rappresentato un punto di non ritorno rispetto agli obiettivi posti come prioritari all’inizio della IX legislatura europea.
In linea con la Dichiarazione di Versailles e la Bussola strategica per la sicurezza e la difesa – cui è conseguito il Consiglio europeo del dicembre 2023 – l’Unione europea ha reso prioritario il progetto di costruzione di una comune difesa efficiente. Nel primo discorso alla Nazione francese, pronunciato pochi giorni dopo l’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte di Mosca, Macron affermò che “l’Europa deve investire di più per diminuire la sua dipendenza dagli altri continenti e per poter decidere da sola. In altre parole, deve diventare una potenza più indipendente e più sovrana”. Una sfida e una necessità, le quali per aver successo dovranno integrarsi appieno nell’Alleanza Atlantica.
Tassello fondamentale per il mantenimento di uno spazio di autonomia per l’Europa nel mondo è rappresentato dalla Nuova strategia industriale per la difesa. Ideata al fine di rispondere alle sfide globali, mira a rafforzare l’autonomia strategica dell’Unione europea. Essa, punta a sviluppare capacità di difesa autonome basate su tecnologie innovative e sull’integrazione delle risorse industriali dei Paesi membri. L’ambizione di Bruxelles è di agevolare la nascita di un sistema di produzione dedicato comune e favorire l’integrabilità tra i vari assetti nazionali. Si punta a razionalizzare le scelte e le produzioni attraverso una visione comune a lungo termine, al fine di garantire la preparazione industriale nel settore della difesa nell’Unione europea. L’UE oltre all’Agenzia per la difesa – istituita vent’anni addietro – vede come cardini della “nuova strategia” il Programma europeo di sviluppo industriale della difesa (EDIDP), l’European Defence Technology and Industrial Dependencies (EDTID) ed il Fondo europeo per la difesa (EDF). Proprio il Fondo europeo per la difesa rischia di divenire nuovo terreno di scontro interno riguardo le modalità di finanziamento dello stesso. Infatti, in assenza di un finanziamento comune al debito dell’Unione europea, utilizzando un mutuo carico verso i mercati al fine di favorire gli investimenti comuni europei nel comparto difesa, difficilmente l’EDF potrà competere in modo efficiente con gli attori globali e in taluni casi anche con quelli regionali. Nonostante i contrasti in seno al Consiglio dell’Unione europea, il numero di richieste di partecipazione ricevute quest’anno dal Fondo ne rappresenta l’importanza. L’ultima call del Fondo europeo per la difesa ha ricevuto 298 proposte da imprese ed enti di ricerca, il più elevato di domande mai ricevuto, con un aumento complessivo del 25% rispetto al 2023. Dal punto di vista della domanda, la Commissione europea vuole garantire che i governi europei acquistino più materiale militare europeo e che acquistino gli armamenti congiuntamente per rendere la spesa più efficace. L’ultimo bando è stato progettato per affrontare le sfide emergenti della difesa e promuovere l’innovazione in trentadue aree tematiche diverse, focalizzate in settori quali la salute, la logistica, i materiali, i sensori e le tecnologie digitali. In particolare, la Commissione europea mira finanziare tecnologie disruptive e a sostenere la partecipazione delle PMI, in un sistema economico comune che non si compone di molti player globali. Il Memorandum of Understanding recentemente siglato da Leonardo e Rheinmetall, volto allo sviluppo e successiva commercializzazione del nuovo Main Battle Tank (MBT) e della nuova piattaforma Lynx per il programma Armoured Infantry Combat System (AICS) può assumere il ruolo di esempio nel contesto europeo.
Attualmente, sono cinque i pilastri attorno ai quali ruota la nuova strategia industriale per la difesa europea. Il primo è il principio per il quale la Commissione intende sostenere gli sforzi degli Stati membri volti a investire di più, meglio, insieme e in Europa. Vi è poi la promozione di un’EDTIB più efficiente e reattiva, basata su una maggiore sicurezza dell’approvvigionamento. Il terzo pilastro mira a sviluppare i mezzi finanziari a sostegno della prontezza industriale dell’UE nel settore della difesa. Come quarto punto – una novità nel pensiero comunitario – l’Unione europea ha dichiarato di voler creare una cultura della prontezza alla difesa, la quale dovrebbe essere integrata anche in tutte le politiche dell’UE. Infine, l’Unione mira a sfruttare maggiormente i partenariati per migliorare la prontezza e la resilienza.
L’obiettivo principale della Strategia industriale di difesa europea è un “cambiamento di paradigma dalla risposta all’emergenza alla prontezza di difesa”. In passato l’assenza del tema legato alla difesa ha avuto come propria risultante una mancanza di cooperazione tra gli Stati membri dell’Unione europea. Sebbene nei rispettivi spazi regionali degli Stati membri molti interessi risultano essere convergenti e concorrenti, suddetta mancanza ha indebolito la capacità dell’industria della difesa dell’UE nel sostenere le capacità industriali e tecnologiche necessarie per preservare l’autonomia strategica europea e soddisfare le sue esigenze di sicurezza attuali e future. Almeno il 70% degli appalti pubblici e il 90% della ricerca e delle tecnologie nel settore della difesa sono infatti gestiti a livello nazionale, il che dà luogo a una duplicazione delle capacità militari e al non efficientamento degli investimenti o a una loro portata limitata.
DICHIARAZIONE DI BUDAPEST
Risultato principale dell’ultimo Consiglio dell’Unione europea è stata l’adozione della Dichiarazione di Budapest sul nuovo patto europeo per la competitività. La dichiarazione è uno dei pronunciamenti più incisivi a livello europeo per raccogliere la sfida posta dagli attori globali, in primo luogo Stati Uniti d’America e Cina. Il contesto odierno, in cui si inserisce la Dichiarazione di Budapest, fa sì che sovvengano alla mente alcuni dei dettami dell’analisi affrontata da Paul Kennedy nel saggio “Ascesa e declino delle grandi potenze”. Il saggio esplora la politica e l’economia delle grandi potenze tra il 1500 ed il 1980 e la ragione del loro declino. Già nel 1997, Paul Kennedy ammoniva riguardo al carattere temporaneo della posizione egemonica americana nel contesto della politica di bilanciamento tra emergenti potenze regionali, in un mondo all’epoca privo di competitor in grado di esercitare forti minacce all’Occidente e all’ordine globale. Il contesto odierno, di cui l’Ucraina è esempio, dimostra come siano ancora gli Stati Uniti d’America l’unica entità pronta e in grado nel guidare l’ordine delle democrazie liberali, le quali sono state miopi nel non investire sulla propria difesa in tempi di pace. La contingenza mostra i tentativi di altre potenze nel porre in dubbio suddetto ordine. Ciò rende centrale il concetto di difesa nell’agenda delle democrazie, ma esso non deve esser inteso meramente come un concetto economico. Certamente la corretta allocazione delle risorse può esser un veicolo del successo o meno della costruzione di una capacità di difesa comune e dell’ambizione di una autonoma deterrenza europea. Ottimizzando la spesa militare, l’Europa può ottenere il massimo dai propri fondi senza ricalcare – in un contesto di crisi sociale – le esorbitanti spese della fine degli anni Settanta e Ottanta. In questo senso, l’approvazione della Dichiarazione di Budapest rappresenta un successo. Invece di accordi di alto livello e di una pianificazione centrale di sistemi specifici, la Dichiarazione di Budapest mira a offrire soluzioni basate sul mercato attraverso la garanzia di finanziamenti strategici. La dichiarazione primariamente pone in evidenza il dato geopolitico legato alla competitività dell’Unione europea. Pertanto, in apertura della dichiarazione viene affermato che “di fronte alle nuove realtà geopolitiche e alle sfide economiche e demografiche, noi, leader dell’Unione europea, siamo determinati ad assicurare la nostra prosperità economica comune e a rafforzare la nostra competitività, facendo dell’UE il primo continente al mondo a impatto climatico zero e garantendone la sovranità, la sicurezza, la resilienza e l’influenza globale”. La difesa assume un ruolo rilevante in unione con l’industria aerospaziale, laddove al quinto punto della dichiarazione gli Stati membri affermano che “aumentare la nostra prontezza alla difesa e le nostre capacità di difesa, in particolare rafforzando opportunamente la base industriale e tecnologica di difesa. A tale riguardo, l’alto rappresentante e la Commissione presenteranno senza indugio opzioni elaborate di finanziamento pubblico e privato. Sfrutteremo inoltre il potenziale dell’industria spaziale”.
LA NECESSARIA INTEGRAZIONE CON USA E NATO
Gli impatti della nuova strategia industriale per la difesa all’interno dell’Alleanza Atlantica e nelle relazioni con gli Stati Uniti d’America possono esser profondi. Indubbio è il ruolo predominante esercitato dalle industrie della difesa americane in Europa. Ciò, se da un lato rappresenta un forte vantaggio legato all’interoperabilità con le forze statunitensi – anche oltre gli spazi regionali – sotto un altro punto di vista la mancanza di un’industria europea efficiente ne ostacola gli sforzi nello sviluppo tecnologico e industriale. Per l’Europa tanto è importante la ricerca di una propria indipendenza, quanto il non spezzare il legame con la nazione cardine dell’ordine liberale democratico e garante della sicurezza continentale. Integrare un sistema europeo efficiente con Washington e Londra è cruciale per ambire a esercitare un ruolo. Il ritardo europeo appare esser ampio, ma è necessario modernizzare la capacità della partnership con l’Alleanza Atlantica se si vuol tenere testa al diffondersi di minacce ibride e al ruolo assunto da formazioni paramilitari nei luoghi d’interesse per l’Europa. Non si può immaginare il successo della nuova strategia industriale per la difesa europea senza un alto livello di standardizzazione e interoperabilità con Stati Uniti d’America, il Regno Unito e gli altri alleati. Gli Stati membri dell’UE attraverso la Dichiarazione di Budapest hanno posto di fatto le basi per superare gli ostacoli politici e finanziari che hanno minato la capacità effettiva della difesa europea.
L’ITALIA TRA UE E GLI ALTRI ALLEATI
Appare cristallino come la ricerca di una propria autonomia, composta da una forte industria unita a tecnologie, sia basilare per l’Unione europea in un contesto dove anche la scelta dello sviluppo di programmi di difesa con singoli partner è specchio della proiezione che ogni Stato membro vuole avere. La stretta contingenza, legata agli ultimi accadimenti elettorali transatlantici, evidenzia la possibilità di come dal multilateralismo ci si aspetti un passaggio all’unilateralismo e al partenariato con Washington. Nonostante il protagonismo europeo dell’Italia nel campo legato alla difesa, testimoniato anche dal Memorandum of Understanding recentemente siglato da Leonardo e Rheinmetall, sotto un profilo di vista strategico l’Italia dovrà continuare nel procedere allo sviluppo di progetti anche con partner al di fuori dello spazio comunitario. La recente crisi nel Mar Rosso ha rappresentato plasticamente il vincolo vitale che lega Roma a Washington e Londra. Inoltre, l’industria italiana legata alla difesa e all’aerospazio ha dimostrato le grandi opportunità esterne all’Unione europea. Esempio ne è il Global Combat Air Programme (GCAP), sviluppato con alleati quali Regno Unito e Giappone, che ricalca una ritrovata vocazione legata al mare da parte di Roma.
L’integrazione di una rinnovata industria europea della difesa unita all’interoperabilità e al perseguimento degli interessi strategici comuni ai partner occidentali è la conditio sine qua non per Roma e l’Europa tutta di esercitare una propria sovranità.

