L’avvento dell’amministrazione Trump ha portato, in poche settimane, a una tempesta nelle dinamiche internazionali, soprattutto riguardo ai rapporti con l’Unione Europea e con la Russia. La posizione trumpiana sul conflitto russo-ucraino era stata resa pubblica da tempo, sia in campagna elettorale che prima della candidatura alla presidenza. Ma se era prevedibile che ci sarebbero state difficoltà nel porre fine al conflitto “in ventiquattro ore”, ciò che ha sorpreso maggiormente è stata la postura aggressiva e diretta della nuova amministrazione verso i suoi alleati.
La nuova postura degli USA
Il discorso del vicepresidente JD Vance alla Conferenza sulla sicurezza di Monaco è arrivato come una doccia fredda, inaspettato. I richiami alla libertà di espressione, all’ingiustificabile annullamento delle elezioni in Romania, e alle presunte “conventio ad excludendum” in vigore nell’UE, non più rivolte ai partiti comunisti, come ai tempi della Prima Repubblica Italiana, ma ai partiti nazionalisti, ultraconservatori ed euroscettici: ecco i punti dibattuti da Vance, messi in primo piano come uno specchio in cui rifletterci e fare il punto su cosa sia diventato oggi il sogno europeo. Inoltre, l’attenzione rivolta alla situazione dell’immigrazione, considerata fuori controllo, ha chiuso il cerchio di un discorso che sicuramente ha lasciato e lascerà segni profondi.
La nuova politica estera dell’amministrazione Trump, con il desiderio di trovare un accordo per porre fine al conflitto russo-ucraino, potrebbe avere conseguenze profonde sulle dinamiche internazionali. In particolare, la nuova postura statunitense fa emergere tre aspetti: l’accettazione da parte degli Stati Uniti di un nuovo ordine internazionale multipolare, nel quale dedicare maggiore attenzione e risorse alla Cina e al suo contenimento; il riconoscimento alla Russia dello status di grande potenza, oltre a qualche pezzo di Ucraina e alla sua neutralità; infine, la volontà degli Stati Uniti di ottenere dall’Unione Europea maggiori investimenti nella difesa, un’opportunità per l’UE di rafforzare la propria autonomia rispetto al senior partner d’oltreoceano.
Multipolarismo
Innanzitutto, sembra che gli Stati Uniti abbiano preso atto della fine del “momento unipolare”. In un ordine internazionale sempre più caratterizzato da una moltiplicazione dei centri di potere, il nuovo Segretario di Stato, Marco Rubio, ha affermato che il mondo guidato da una sola potenza “era un’anomalia” determinata dalla fine della Guerra Fredda, destinata inevitabilmente a fare spazio a “un mondo multipolare, con più grandi potenze in diverse parti del pianeta”. Nella stessa intervista Rubio ammette come la Cina, e per certi versi la Russia, si siano posti come peer competitor degli Stati Uniti. Più recentemente, il vicepresidente Vance ha spostato l’attenzione dalla Russia come minaccia principale, cercando di portare avanti la linea politica di Trump, che punta a mantenere rapporti strategici con Mosca in funzione anticinese. Questo shift di priorità sottolinea l’evoluzione della politica estera americana, che, pur continuando a monitorare la Russia, sembra concentrarsi a contrastare la crescente influenza globale di Pechino, unico vero competitor degli Stati Uniti, come evidenziato già nella National Security Strategy del 2017 e del 2022.
Il cambiamento in questione sarà molto probabilmente attuato ricalibrando l’attenzione da dedicare alle alleanze a guida americana. Saranno implementate le iniziative rivolte a coinvolgere l’AUKUS e, soprattutto, il Dialogo quadrilaterale di sicurezza (QUAD). In questa prospettiva si inquadra il fatto che nel suo primo giorno in carica, Rubio si sia incontrato proprio con i rappresentanti dei Paesi del QUAD.
Il dialogo con la Russia
Altra implicazione della nuova postura degli Stati Uniti è il riconoscimento, esplicito o implicito, dello status di grande potenza alla Russia e il probabile accoglimento delle sue rivendicazioni: fine o sospensione dell’allargamento della NATO, neutralità dell’Ucraina ed eventuale riconoscimento, totale o parziale, delle conquiste territoriali ottenute sul campo di battaglia. La resilienza dimostrata dall’economia russa e l’andamento della guerra, da mesi caratterizzato da un’avanzata lenta ma costante delle truppe russe, hanno costretto a un cambio di rotta nei rapporti con il Cremlino e all’abbandono dell’idea di infliggere a quest’ultimo una sconfitta strategica. Va ricordato che nel dicembre 2021 il presidente russo Putin aveva proposto una bozza di trattato sulle garanzie di sicurezza agli Stati Uniti al fine di intavolare una trattativa. Come è noto, la bozza fu respinta poiché prevedeva l’abbandono della open door policy della NATO. Così, dopo quasi tre anni di conflitto, i confini potrebbero cambiare, ma non per volere degli Stati Uniti, che si troveranno a dover bilanciare il rischio di una guerra mondiale con concessioni a Mosca che, da una prospettiva prettamente americana, potrebbero essere considerate accettabili. Con i negoziati in Arabia Saudita si è avviato il nuovo reset dei rapporti tra Stati Uniti e Russia. Il governo USA potrebbe offrire condizioni favorevoli per un accordo strategico che possa essere scambiato con la prospettiva di un futuro allentamento delle relazioni di Mosca con Pechino. Bisognerà osservare se, anche nei prossimi incontri in agenda, il realismo e la necessità di bilanciamento del potere prevarranno su ogni altra considerazione.
Più responsabilità per l’Unione Europea
Infine, in vista di un possibile disimpegno degli Stati Uniti, l’Europa dovrà affrontare una serie di sfide legate all’incremento della spesa militare. Con i principali alleati concentrati sull’Oriente, i Paesi europei dovranno compiere passi decisivi per rafforzare la propria difesa. La creazione di una propria forza militare integrata sembra una via difficile e potrebbe non concretizzarsi nell’immediato. Più verosimilmente, l’aumento della percentuale di PIL destinata alla difesa sarà indirizzato verso la NATO al fine di poterla guidare su una base “quasi egualitaria” con Washington. In questo modo, gli Stati Uniti potrebbero dedicare più risorse al contenimento della Cina, prevenendone le aspirazioni egemoniche, e allo stesso tempo mantenere un ruolo, seppure meno invadente, nella difesa europea attraverso il legame euro-atlantico. Potrebbe così configurarsi una NATO con una struttura più bilanciata, senza rinunciare ai legami storici e strategici con gli Stati Uniti.
In questa prospettiva si inquadra il nuovo atteggiamento statunitense. Sebbene sia difficile ipotizzare un’uscita dalla NATO, è più plausibile che la Casa Bianca lasci maggiori responsabilità ai Paesi europei e adotti una strategia di “offshore balancing”. Tale dinamica sembra evidenziata dalla volontà statunitense di trovare una rapida soluzione al conflitto russo-ucraino. L’iniziativa diplomatica della nuova amministrazione americana contrasta nettamente con l’inerzia con cui l’Unione Europea ha ignorato qualsiasi tentativo di negoziazione che legittimasse le rivendicazioni del Cremlino. Ma ora, se davvero Trump decidesse di intraprendere la via di un accordo diretto con Putin, escludendo gli europei, questi ultimi sarebbero da considerare, insieme all’Ucraina, i veri sconfitti, tenuto conto di quanto investito per supportare Kyiv. In tale circostanza, sarà interessante capire le reazioni e le contromisure che gli europei adotteranno nei confronti dei propri alleati d’oltreoceano per avere più voce in capitolo. Il vertice sull’Ucraina convocato dal presidente francese Macron sembra arrivato in ritardo e, senza Washington, qualunque piano potrebbe essere controproducente. Tuttavia, Macron ha ottenuto il supporto del primo ministro britannico Keir Starmer, nel tentativo di mantenere unito il fronte europeo. Quest’ultimo ha rinnovato il suo impegno incondizionato a favore della causa ucraina, nonostante l’infelice visita di Zelensky alla Casa Bianca dl 28 febbraio, dove il presidente ucraino non è riuscito a ottenere il sostegno della nuova amministrazione americana, che ora lo considera un ostacolo alla pace.
L’evoluzione delle relazioni internazionali verso un nuovo ordine multipolare offrirà sfide e opportunità inedite. La presenza di più centri di potere, come Stati Uniti, Cina, Russia, UE e altri leader regionali, come Turchia, India e Iran, darà luogo a un equilibrio di potenza caratterizzato da dinamiche più fluide e meno prevedibili.
Gli Stati Uniti, pur mantenendo il ruolo di attore principale, potrebbero rivalutare le priorità degli scenari geopolitici nei quali decidere di impegnarsi maggiormente, agendo in modo più selettivo rispetto al periodo unipolare.
La Russia sarà impegnata a mantenere un equilibrio tra Oriente e Occidente: Cina, Paesi europei e dialogo con gli Stati Uniti su interessi strategici comuni. In questo nuovo ordine, Mosca cercherà di consolidare la propria influenza su ciò che le resta dello spazio post-sovietico: Bielorussia, Georgia, Moldova, parte di Ucraina e i Paesi dell’Asia centrale, territori contesi tra più attori. L’Unione Europea, chiamata a un nuovo protagonismo, dovrà adattarsi rapidamente a queste nuove sfide, ridefinendo il suo ruolo nel contesto globale. Tuttavia, l’esito di questa transizione dipenderà dalla capacità di tutti gli attori internazionali di dialogare, privilegiando la diplomazia e la cooperazione strategica, bilanciando le proprie ambizioni in nome di un ordine internazionale il più possibile pacifico. O almeno, questo è ciò che si spera.

