Nell’ultimo decennio il ruolo dell’Arabia Saudita nel sistema internazionale è profondamente mutato. La politica estera saudita è passata, in modo graduale, da una tradizionale cautela e dipendenza dagli Stati Uniti ad un approccio di “azionismo opportunistico”. Nell’attuale competizione tra grandi potenze, Riyadh tenta di far leva sul suo capitale politico, energetico e finanziario, navigando tra i diversi players regionali e globali, con l’obiettivo di massimizzare la propria autonomia e influenza.
La competizione tra le grandi potenze e le sue implicazioni per l’Arabia Saudita
L’attuale ambiente di sicurezza internazionale è contraddistinto dal ritorno della competizione tra grandi potenze, che da oltre un decennio sta ridisegnando gli equilibri di potere a livello globale. L’ordine internazionale post-Guerra Fredda è messo in discussione dalla Repubblica popolare cinese e la Federazione russa che nutrono l’ambizione di costruire un sistema internazionale multipolare, facendo leva sull’apparente declino della potenza egemone, ossia gli Stati Uniti. Tale contesto impone un mutamento al comportamento delle piccole e medie potenze. È questo il caso dell’Arabia Saudita, che sembra aver adottato una postura orientata al cosiddetto “strategic hedging”, ossia ad una “non scelta”, bensì all’adozione di un atteggiamento di competizione e di cooperazione con i diversi attori regionali e internazionali, volto a massimizzare la propria influenza politica ed economica, riducendo così il rischio di un definitivo allineamento strategico.
La dipendenza dalla partnership con gli Stati Uniti
La politica estera del Regno saudita si è tradizionalmente caratterizzata per una diplomazia della cautela e dal punto di vista securitario dalla protezione fornita dagli Stati Uniti. Sin dal secondo dopoguerra, gli Stati Uniti hanno costituito un pilastro fondamentale per la sicurezza del Regno saudita. La partnership tra Riyadh e Washington si è configurata come un rapporto di dipendenza, che si è intensificato a partire dagli anni ’80, quando, in linea con la cosiddetta “Dottrina Carter”, gli Stati Uniti fornivano ai paesi del Golfo sicurezza dalle minacce interne ed esterne in cambio della stabilità del mercato energetico globale. A partire dagli anni Dieci, con il ribilanciamento strategico degli Stati Uniti nell’Indo-Pacifico, maturato dall’amministrazione Obama, frutto del noto “Pivot to Asia”, il Medio Oriente si è gradualmente trasformato in una regione strategicamente marginale per la politica estera statunitense. Il ridimensionamento e la razionalizzazione degli impegni degli Stati Uniti nel quadrante medio-orientale costituiscono un elemento chiave per comprendere il mutamento della politica estera saudita. Oltre all’arretramento strategico degli Stati Uniti dal Medio Oriente, occorre tenere in considerazione l’avvento delle cosiddette “Primavere arabe”. In Arabia Saudita le “Primavere arabe” hanno avuto non soltanto delle implicazioni in politica interna, ma hanno influito sulla sua politica estera. Innanzitutto, il Regno ha intensificato la politica di aperta ostilità nei confronti dell’Iran e dei suoi proxies regionali, oltre che contro il Qatar, la Turchia e i sostenitori dell’Islam politico, come la Fratellanza musulmana.
La strategia regionale assertiva e l’ascesa di Mbs
A partire dal 2015, la leadership saudita ha implementato una strategia regionale assertiva in diversi fronti, tra cui in Egitto, Iraq, Libano, Libia, Siria, Tunisia e Yemen. Questo nuovo approccio è stato sopportato non solo dal re Salman, ma ha visto come principale protagonista il principe ereditario, dal 2017, Mohammed bin Salman al Saud (MbS). I tre imperativi strategici, condivisi con Emirati Arabi Uniti e Bahrein, sono: contenere l’Iran e di conseguenza i suoi proxies regionali, contrastare l’ascesa degli islamisti della Fratellanza Musulmana, rafforzatasi dopo le Primavere arabe, ed infine conservare la propria forma di Stato.
Il tentativo di contenere l’Iran si è manifestato, in particolar modo, in Yemen, Libano e Iraq. Nell’aprile del 2015 l’Arabia Saudita è intervenuta militarmente in Yemen, inserendosi in un intricato conflitto intertribale, per poter fronteggiare una delle sue minacce esistenziali, ossia la milizia degli Houthi. Quest’ultimi proxies dell’Iran, compromettono la sicurezza nazionale saudita dati i numerosi attacchi verso le città saudite, con qualche episodio di attacco ai punti strategici per il commercio internazionale, principale pilastro dell’economia saudita. L’obiettivo era quello di liberare i territori occupati dagli insorti, tra cui la capitale Sana’a, re-insediando il governo ad interim dell’allora Abd Rabu Mansur Hadi. Riyadh ha utilizzato tutti gli strumenti possibili: guerra e cooptazione politico-militare dei principali attori tribali anti-houthi. La guerra ha logorato sia finanziariamente che militarmente l’Arabia Saudita, rafforzando la strategia iraniana di allontanare i sauditi dal Levante arabo (Libano, Siria e Iraq) dove gli iraniani si trovavano in una posizione di forza.
In questa fase, un ulteriore nodo di tensione è costituito dalle relazioni con il Qatar. Tra il 2015 e il 2017 l’Arabia Saudita ha sostenuto il boicottaggio politico ed economico nei confronti del Qatar, principale sponsor dei gruppi affiliati alla Fratellanza musulmana e presenti in Egitto, Tunisia e Libia dopo le vittorie elettorali del biennio 2012-2013. La crisi diplomatica con il Qatar ha messo in rilievo diversi elementi: in primo luogo, ha evidenziato la determinazione di Riyadh nel perseguire un’agenda geopolitica regionale che privilegia l’unità del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG), ma che, al contempo, ha messo in luce le sue difficoltà nel gestire le divergenze all’interno del blocco. La decisione di isolare il Qatar ha avuto ripercussioni sulla coesione interna del CCG, portando a un allentamento dei legami tra gli stati del Golfo, minando la solidarietà e creando un vuoto che il Qatar ha cercato di colmare con alleanze alternative, in particolare con Turchia e Iran. Dal punto di vista diplomatico, ciò ha comportato una crescente polarizzazione regionale dimostrando, inoltre, la vulnerabilità della politica saudita di fronte a una rete di alleanze in evoluzione e a un crescente antagonismo tra attori regionali chiave.
L’oscillazione tra Washington e Pechino
Questa postura assertiva ha incontrato degli ostacoli e dei limiti anche sul piano internazionale. Innanzitutto, i capitali globali, in particolare quelli occidentali, hanno iniziato ad allontanarsi dal Regno, come evidenziato dal World Investment Report del 2019. Inoltre, si è rafforzata la percezione della sua vulnerabilità ed eccesiva esposizione ai rischi in assenza della deterrenza degli Stati Uniti. Nel 2019, l’Iran ha coordinato un attacco su larga scala agli impianti petroliferi di Abqaiq-Khurais. L’allora amministrazione Trump, nonostante la ferma condanna agli attacchi, non fornì sufficiente sostegno al Regno, chiaro segnale del graduale arretramento strategico statunitense dalla regione. Ciò ha acuito la percezione dell’Arabia Saudita della sua vulnerabilità ed esposizione in assenza della deterrenza degli Stati Uniti. Questa incertezza è stata rafforzata dall’amministrazione Biden, con la quale i rapporti sono stati particolarmente tesi, segnatamente in relazione all’assassinio del giornalista Jamal Khashoggi, di cui MbS è ritenuto il mandante, e alla limitata difesa contro gli attacchi dei ribelli Houthi in Yemen.
I timori di Riyadh sull’affidabilità di Washington emersero già a partire dal 2003, quando i sauditi cercarono di dissuadere l’amministrazione Bush dall’avviare l’operazione militare in Iraq contro Saddam Hussein. Inoltre, la freddezza di Obama nei confronti delle Primavere arabe ha acuito tale percezione di abbandono che fu ulteriormente corroborata dalla firma dell’accordo nucleare JCPOA tra gli Stati Uniti e l’Iran, che sembrava rafforzare la posizione regionale dell’Iran, dato il sollevamento delle sanzioni da parte di Stati Uniti, Unione Europea e Nazioni Unite, poi reintrodotte nel 2018 dalla prima amministrazione Trump.
Tale consapevolezza ha avvicinato Riyadh a Pechino sia dal punto di vista politico che economico, poiché esso è visto come principale garante della sicurezza economica saudita. Politicamente occorre menzionare la posizione di Pechino come mediatore nel processo di apertura diplomatica all’Iran, ruolo che ha parzialmente consolidato il profilo diplomatico cinese in Medio Oriente. A tal proposito, si ricordi il summit Cina-Stati arabi, nel quadro della CCG nel dicembre 2022. Tuttavia, nel conflitto a Gaza la Cina si è mostrata irrilevante, evidenziando il ruolo predominante degli Stati Uniti. Economicamente, la Repubblica Popolare Cinese è tra i principali partner commerciali del Regno, oltre ad aver stretto forti legami tecnico-scientifici, in particolare in domini sensibili come la difesa, l’AI, la cybersecurity e il bio-tech, destando le preoccupazioni degli Stati Uniti. Dal punto di vista infrastrutturale e della connettività, Riyadh si muove abilmente tra la BRI cinese e IMEC a trazione statunitense, tentando di cementificare la propria posizione come ponte tra le economie globali. Il Regno saudita intende consolidare il proprio status economico e politico attraverso la piattaforma dei BRICS+. Durante il vertice di Johannesburg, nell’agosto 2023, l’Arabia Saudita è stata invitata a aderire al gruppo, invito poi formalizzato nel gennaio 2024. Tuttavia, Riyadh, rispetto ad Abu Dhabi, non ha formalmente accettato di entrare, preferendo una strategia più cauta, riflesso del suo approccio multivettoriale. La piattaforma rappresenta un ottimo strumento per implementare i progetti socioeconomici della Vision 2030, in particolare attraverso il rafforzamento dei legami politici ed economici con l’Africa e l’America latina. Dal punto di vista politico e strategico il forum a trazione sino-russo riflette l’approccio multivettoriale saudita. Nonostante ciò, la cautela è la parola d’ordine, in quanto la politica estera dell’Arabia Saudita risente del fattore Washington.

