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07/04/2025
Stati Uniti e Nord America

L’industria dei semiconduttori nell’era di Donald Trump: tra economia e sicurezza nazionale

di Lorenzo Rossi

Uno dei punti fondamentali dell’agenda Trump è senza dubbio quello di riportare buona parte della produzione industriale sul suolo americano per stimolare la crescita economica e creare posti di lavoro, quelli che negli States vengono definiti well paid jobs. Il reshoring delle attività industriali non è però da considerarsi come una mera questione economica: in un periodo di forti tensioni internazionali l’economia diventa strettamente interconnessa con la sicurezza nazionale. I semiconduttori costituiscono ormai un elemento imprescindibile del modern warfare, dai droni ai missili. Da qui la necessità di garantirsi un minimo di controllo delle supply chain, un obiettivo assai complesso. 

Uno dei punti fondamentali dell’agenda Trump è senza dubbio quello di riportare buona parte della produzione industriale sul suolo americano per stimolare la crescita economica e creare posti di lavoro, quelli che negli States vengono definiti well paid jobs. Il reshoring delle attività industriali non è però da considerarsi come una mera questione economica: in un periodo di forti tensioni internazionali l’economia diventa strettamente interconnessa con la sicurezza nazionale. I semiconduttori costituiscono ormai un elemento imprescindibile del modern warfare, dai droni ai missili. Da qui la necessità di garantirsi un minimo di controllo delle supply chain, un obiettivo assai complesso. 

Chip Made in Usa: dall’eclissi industriale al risorgimento americano

Come per altri settori, l’industria dei semiconduttori statunitense è stata soggetta a un progressivo svuotamento negli ultimi decenni. Nel 1990 gli USA producevano il 40% dei semiconduttori a livello globale, nel 2022 lo share è sceso al 12%. Il declino della manifattura dei chip è frutto dello sviluppo delle aziende cosiddette fabless, le quali si occupano della sola progettazione dei chip per poi appaltare la produzione ad aziende esterne, di solito la taiwanese TSMC o la coreana Samsung, per mantenere bassi i costi e rimanere competitive. In questa categoria rientrano per esempio Nvidia, Apple e Qualcomm, campioni del tech USA. 

Tuttavia, questo modello produttivo si è rivelato vulnerabile a interruzioni delle supply chain (come accaduto per la pandemia nel triennio 2020-2022) e potenzialmente a shock geopolitici. Essendo i chip indispensabili per la difesa, Washington negli ultimi anni ne ha fatto una questione di sicurezza nazionale. Il progressivo abbandono del modello neoliberale è iniziato con la prima amministrazione Trump, con l’adozione di dazi e divieti per contrastare l’ascesa della Cina, e ha avuto un ulteriore impulso con la presidenza Biden e il sostegno all’industria domestica. 

Il Chips and Science act del 2022 è stato il fulcro della politica industriale inaugurata dal Presidente Biden. Il piano ha previsto sussidi pari a 53 miliardi di dollari per attrarre investimenti e ricostruire la base industriale dei semiconduttori. Dopo il passaggio di questa legge bipartisan le aziende private hanno annunciato investimenti per 400 miliardi di dollari. Un programma che tuttavia rischia di venire cancellato dall’attuale amministrazione, insieme ad altri piani di sussidi varati da Joe Biden. 

Lo smantellamento delle politiche industriali non significa però necessariamente un disinteresse di Trump verso l’industria dei chip. A febbraio, l’azienda taiwanese leader nella produzione di chip ha annunciato investimenti negli Stati Uniti pari a 100 miliardi di dollari, probabilmente anche a causa dei timori per futuri dazi. Inoltre, a gennaio Trump ha annunciato un piano di investimenti privati sullo sviluppo dell’intelligenza artificiali pari a 500 miliardi di dollari, capitanato da OpenAI, Oracle, e Softbank. Gli investimenti nel campo dell’AI saranno fondamentali per lo sviluppo di una produzione di chip domestica. Il mercato statunitense rimane quindi ancora attrattivo per le aziende del settore, ma Trump deve tracciare un percorso organico per lo sviluppo dell’industria tech in ottica strategica

La corsa tra Washington e Pechino per la supremazia tecnologica

Se i conflitti del secolo scorso venivano decisi dalle quantità di acciaio e carbone che un Paese riusciva a produrre, oggi questi due elementi sono stati affiancati dai semiconduttori, presenti in quasi tutti i sistemi d’arma moderni e fondamentali per preservare la supremazia sul campo di battaglia. Pechino ha appreso questo concetto da un evento relativamente recente: la prima guerra del golfo nel 1991. In quell’occasione gli USA hanno mostrato a tutto il mondo la loro schiacciante superiorità tecnologica grazie all’utilizzo di armi di precisione, missili da crociera e GPS. Le immagini provenienti dal campo di battaglia sembravano lanciare un monito ai quadri del PCC, che dagli anni ‘90 hanno dedicato molti sforzi per costruire una base industriale per i semiconduttori; le aziende SMIC e Huawei sono state leader in questo processo. 

Tuttavia, la corsa della Cina verso la supremazia tecnologica inizia nel 2015 con il lancio del piano industriale Made in China 2025, proseguita nel 2018 con l’inaugurazione del China Standard 2035. Il secondo mira a rendere la Cina il paese che detterà i futuri standard tecnologici, attualmente prerogativa quasi esclusiva delle aziende americane. Il primo invece arriva al capolinea proprio quest’anno: Made in China 2025 tentava di rendere la Cina l’attore dominante in tutta la filiera dei semiconduttori, dalla progettazione alla fabbricazione. Un piano che tuttavia non ha dato i risultati che il governo aveva prefissato: ad oggi Pechino è ancora lontana dell’autosufficienza produttiva, poiché ancora costretta a far affidamento sul know-how straniero, specie quello statunitense. Inoltre, i chip prodotti in Cina hanno una capacità di calcolo ancora sostanzialmente inferiore a quelli progettati negli USA. Una Cina penalizzata fortemente anche dalle politiche protezionistiche inaugurate da Donald Trump e proseguite da Joe Biden per impedire l’accesso ai chip più avanzati da parte delle aziende cinesi per contrastarne l’ascesa. Uno dei pochi vantaggi in serbo al dragone è sicuramente il controllo di buona parte del processo di estrazione e raffinazione delle terre rare, settori in cui Pechino controlla rispettivamente il 90% e il 69% della filiera globale

Oggi il terreno dello scontro si è esteso anche all’intelligenza artificiale: il caso DeepSeek ha dimostrato quanto le nuove tecnologie siano importanti e rilevanti sul piano economico e geopolitico. Il nuovo corso inaugurato da Trump non può che esacerbare la Chips War: proprio il tycoon nel 2019 aveva scelto di bloccare la vendita dei chip più avanzati a Huawei, l’inizio simbolico della corsa alla supremazia tecnologica, e per il suo secondo mandato avrà verosimilmente un approccio più aggressivo non solo nei confronti della Cina, ma di ogni potenziale competitor

Supply chain e decoupling nell’era post-globale 

La filiera dei semiconduttori è senza dubbio l’enfant prodige della globalizzazione: un’industria capace di connettere decine di Paesi e cinque continenti, che nei decenni scorsi ha agito da volano per la liberalizzazione dei mercati e l’interconnessione di molteplici ecosistemi economici. Oggi un semplice smartphone può essere progettato negli USA, in Corea del sud o in Cina, assemblato nel Sud Est asiatico con componenti prodotti a Taiwan grazie ai macchinari olandesi per la litografia EUV (metodo di incisione dei transistor), che a sua volta non può prescindere dai software americani; la distribuzione e la vendita avvengono su scala globale. L’estrazione e la raffinazione delle terre rare coinvolge una molteplicità di Paesi, come Australia, Cile, Congo e Cina. 

Tuttavia, le attuali filiere dei semiconduttori sono il risultato di un ordine mondiale ormai al capolinea, quello della globalizzazione e dell’internazionalismo liberale promosso dagli USA a partire dagli anni ‘90, la cui fine ha avuto inizio con la prima presidenza di Donald Trump. Si sta assistendo ad un progressivo fenomeno di corsa alla reindustrializzazione nei Paesi occidentali e di frammentazione delle supply chain

I crescenti investimenti nell’industria manifatturiera statunitense sono sicuramente un cambiamento rilevante rispetto alla direzione dei decenni scorsi, ma il fenomeno di reshoring difficilmente renderà gli USA autosufficienti sul piano della produzione di microchip. Lo stesso Chips and Science Act mira a raggiungere una quota del 30% della produzione mondiale nel 2032, partendo dal 12% nel 2022. 

Essendo un decoupling dalle filiere mondiali quasi impossibile (il caso cinese è emblematico), gli USA continueranno verosimilmente sulla via del friendshoring, ossia lo spostamento della produzione e delle supply chain in Paesi amici. L’incognita a questo punto diventa quella del rapporto degli Stati Uniti con gli alleati, specie quelli nell’Indo-Pacifico. Joe Biden ha puntato sul rafforzamento delle alleanze dell’area, in ottica multilaterale e adottando un approccio di small yard-high fence sulla tecnologia per contrastare il competitor cinese.

Donald Trump ha mostrato finora un certo disinteresse verso la cooperazione e un approccio piuttosto aggressivo anche nei confronti di Paesi amici come il Giappone, arrivando a minacciare dazi sulle merci nipponiche. Tuttavia, per mettere al sicuro le supply chain gli USA non possono permettersi un deterioramento dei rapporti con questi Paesi, Trump dovrebbe adottare un atteggiamento sicuramente più cauto con gli alleati, evitando dazi generalizzati e privilegiando un approccio selettivo per proteggere l’industria americana e allo stesso tempo non provocare una guerra commerciale

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