Con l’Europa scossa dal più grande conflitto degli ultimi decenni e un alleato, gli USA, sempre più incerto nel suo ruolo di garante della sicurezza atlantica, gli alleati europei si trovano di fronte alla necessità di rafforzare la propria autonomia strategica. Il progressivo disimpegno di Washington e la richiesta di un maggiore contributo economico e militare da parte dei membri della NATO impongono una riflessione sulla capacità del continente di difendersi senza un sostegno incondizionato degli Stati Uniti. In questo contesto, lo sviluppo di una solida industria della difesa e il potenziamento delle capacità missilistiche europee diventano elementi chiave per ridurre la storica dipendenza da Washington e garantire una sicurezza duratura.
In un frangente storico in cui il continente europeo è scosso dal più grande conflitto degli ultimi 40 anni, gli eventi dei mesi passati e il cambiamento di approccio di Donald Trump nei confronti dell’Alleanza Atlantica suggeriscono che il ruolo di Washington, da sempre spina dorsale e colonna portante della NATO, non è più scontato.
La disponibilità del Tycoon a negoziare con Vladimir Putin per una pace a tutti i costi e la dichiarazione a metà febbraio del Segretario della Difesa degli Stati Uniti Pete Hegseth circa l’impossibilità per gli USA “di concentrarsi principalmente sulla sicurezza dell’Europa” considerate le “dure realtà strategiche”, richiedono quindi agli alleati europei di “scendere in campo e si assumersi le responsabilità della sicurezza convenzionale nel continente”.
La priorità principale per gli altri alleati della NATO e in particolar modo l’UE, dev’essere allora comprendere come assumersi le responsabilità della difesa e sicurezza regionale e di un’organizzazione i cui processi e le cui dinamiche interne convergono da sempre verso la garanzia di dominio e controllo statunitense del Nord Atlantico.
L’intrinseca asimmetria dell’Alleanza Atlantica
Se nel 2023 solo gli Stati Uniti e pochi altri membri europei superavano la soglia minima del 2%, il 2024 è stato interessato da un aumento della spesa generale, considerevole per Polonia, Estonia e Lettonia, sebbene alcuni membri, come l’Italia, rimangano ancora indietro. Il piano Rearm Europe dimostra però la consapevolezza del limite contributivo europeo, ripetutamente e aspramente criticato dall’amministrazione Trump.
A inizio marzo il Presidente della Casa Bianca ha nuovamente minacciato il ritiro dall’Alleanza se le altre nazioni non aumenteranno la spesa nazionale per la difesa, che peraltro alcuni esperti ritengono debba essere ulteriormente aumentata al 2.5/3% del PIL. Il piano europeo risponde a questa necessità consentendo ai membri di creare deficit fino a un massimo di 1.5% del PIL senza attivare la procedura per i disavanzi, grazie ad una clausola straordinaria di salvaguardia. Se gli Stati aumentassero la spesa in tal senso, si potrebbe creare allora un margine di bilancio pari a circa 650 miliardi di euro in circa 4 anni.
Occorre però sottolineare che si tratta di un massimo di 1.5% del PIL “liberato” grazie alla clausola e che quindi non è scontato che tutti i Paesi siano disposti a raggiungere tale soglia. E’ necessario poi evidenziare come le scelte per rendere l’Alleanza Atlantica meno asimmetrica non dipendano solo dall’aumento di spesa: una “europeizzazione” della NATO ma soprattutto una difesa europea autonoma e resiliente dipende in prima istanza dallo sviluppo di capacità critiche all’altezza, oltre che dall’aumento degli sforzi nel reclutamento, addestramento ed esercitazione delle forze.
Non solo budget
Per comprendere quanto la struttura stessa della NATO e la sua eredità costituisca un ostacolo al disegno di una strategia di sicurezza europea di successo, occorre leggere l’Alleanza attraverso le lenti del Capability Aggregation Model, secondo cui nelle alleanze ogni parte valuta il suo partner in base all’assistenza militare ch’esso può fornirgli e viceversa, risultando in un “ammassamento e aggregazione delle relative forze militari” con l’aspettativa di reciproco sostegno in caso di escalation.
La tenuta di un’alleanza di tale genere dipende dalla necessità e dal livello di dipendenza dalle capabilities che uno dei due alleati può fornire agli altri. Esistono però alleanze “asimmetriche”, in cui un mentre partner riceve benefici di autonomia e margini di manovra decisionali e strategici, l’altro beneficia di garanzie di sicurezza dalla struttura, restando tuttavia dipendente dalle priorità e scelte dettate dal “patrono” dell’alleanza. E’ proprio questo il caso della NATO che, inserita nel più ampio sistema nodale di alleanze multi- e bilaterali che gli USA hanno intessuto post Seconda Guerra mondiale, mostra nelle sue dinamiche come Washington e gli alleati svolgano ruoli diversi nell’implementare le strategie di difesa, impiegando di conseguenza tipi di capacità militari diverse che, sebbene complementari tra loro, lasciano l’alleato fondamentalmente dipendente dalle capabilities padroneggiate dagli Stati Uniti.
Nel teatro terrestre e sul continente europeo, gli alleati hanno concentrato le loro forze su strategie difensive graduali imperniate sulla “negazione”, che mirano a smussare, ritardare e interrompere le aggressioni. A questo fine si fa affidamento allo sviluppo e impiego di capacità quali armi anticarro, mine, missili anti-aerei a corto raggio, razzi a guida di precisione, armi leggere, con gli Stati Uniti che invece forniscono copertura strategica e risorse di attacco a lungo raggio capaci di colpire in profondità. La dipendenza europea dalle capabilities statunitensi tocca poi anche la struttura di supporto alle operazioni nelle aree di command and control network, risorse di intelligence, sorveglianza e ricognizione, in quanto gli Stati Uniti hanno voluto mantenere un monopolio in questo senso in seno all’Alleanza garantendosi un’ampia architettura di kill chain funzionale ad asicurare un’ autonomia nel targeting.
Il lancio del progetto European Long Range Strike Approach (ELSA) nel 2024 da parte di Francia, Germania, Italia e Polonia per sviluppare un missile di fabbricazione europea della gittata tra 1000 e 2000 km entro il 2030 risponde proprio alla consapevolezza di dover colmare il gap della difesa europea nelle capacità strategiche a lungo raggio, come evidenziato dalla guerra in Ucraina caratterizzata dalla contesa di ampi spazi aerei e dall’uso su larga scala di missili balistici e da crociera da parte della Russia.
Tuttavia, gli sforzi europei per investire di più in sistemi d’arma a lungo raggio made in EU non sono sufficienti ad ovviare la sproporzionata capacità di attacco profondo sostenuta dagli USA. La realtà bellica odierna e il ritorno di logiche di spazi estesi, logoramento e intreccio di fattori ibridi e simmetrici a scapito dell’immaginato scontro di precisione necessitano di un ampio approvvigionamento europeo a lungo raggio che va accelerato e vi sono ancora paesi che si affidano a soluzioni statunitensi, come gli i Paesi Bassi con i Tomahawk e Polonia e Finlandia che acquistano Joint Air-to-Surface Standoff Missiles di produzione Lockheed Martin. Un aumento di produzione su vasta scala di opzioni europee di successo come il Taurus tedesco-svedese KEPD-350 e lo SCALP/Storm Shadow anglo-francese incontreranno non difficilmente sfide a causa di sotto-finanziamenti strutturali, il complesso coordinamento degli sforzi tra industrie nazionali e la necessità di includere la produzione su licenza di progetti esteri.
Capacità missilistica come Defence capability domain prioritario per l’UE
La dipendenza dalle attrezzature statunitensi e la conseguente necessità di sviluppare soluzioni alternative ed indipendenti sono poi il nodo del Libro Bianco sul Futuro della Difesa Europea pubblicato lo scorso 19 marzo. Con tale strumento la Commissione sancisce che “l’aumento della spesa per la difesa deve andare di pari passo con un sostanziale consolidamento della base industriale della difesa europea” e che sia dunque cruciale lo sviluppo di un mercato unico per la difesa, senza barriere alla circolazione di prodotti e servizi nel settore e alleggerendo la burocrazia, dando stimolo alla ricerca e sviluppo congiunti.
Una delle sette aree critiche in cui si identificano lacune da colmare è proprio quello sinora trattato delle capacità missilistiche dell’Unione, sia dal punto di vista quantitativo che della tempestività della produzione. Aspetto di rilevanza del deciso approccio europeo è poi la volontà dichiarata nel documento di includere l’Ucraina nel progetto di mercato unico della difesa, riflettendo la consapevolezza ormai solida circa l’urgenza di difendere ad ogni costo l’Ucraina poiché il futuro di Kiev e gli esiti del conflitto sono “fondamentali al futuro dell’Europa intera”.
Degno di nota e concreta opzione per applicare tale approccio integrativo sarebbe la possibile produzione dei missili Long Neptun ucraini su licenza in Europa, il cui primo attacco terrestre sarebbe stato testato a metà marzo, secondo fonti ucraine, raggiungendo una gittata di circa 1000 km. Lo sviluppo della nuova versione di questo asset potrebbe dunque ribaltare il paradigma che ha per lungo tempo impedito a Kiev di attaccare in profondità a causa del divieto di utilizzo di sistemi d’arma di provenienza occidentale in territorio russo, oltre che dimostrare l’accelerazione degli sforzi di Kiev per lo sviluppo di un’industria sempre più autosufficiente stimolata dall’incapacità occidentale di raggiungere livelli di produzione adeguati alle necessità del conflitto.Integrare allora la difesa ucraina nel programma di sviluppo di capacità comuni è un’opzione attraente, che risponde alla necessità di inserire Kiev nel sistema di sicurezza continentale in maniera più decisa e netta alla luce della ormai chiara ambiguità del vecchio patrono della NATO su cui gli alleati non possono più permettersi di fare affidamento, minando le fondamenta di un’Alleanza sì asimmetrica, ma dall’eredità e strascichi sull’Europa a cui gli alleati saranno chiamati a rispondere con fatica.

