Le rivoluzioni tecnologiche hanno storicamente un impatto significativo sul modo in cui gli stati si interfacciano tra loro, e quindi anche sul modo in cui si combattono. Tra i tanti modi in cui le innovazioni introdotte negli ultimi decenni hanno cambiato le relazioni internazionali, un’enfasi particolare va posta sulle conseguenze che i nuovi approcci all’informazione stanno avendo sulla conduzione delle ostilità: grazie alla diffusione delle piattaforme mediatiche che ormai dominano la nostra quotidianità, oggi sono in atto operazioni di guerra cognitiva che erano inconcepibili fino a un decennio fa. Diventa dunque necessario comprendere quale sia la logica che sottende la conduzione di queste nuove campagne ostili.
Nel XX secolo la guerra cognitiva, ossia l’impiego di misure attive da parte di uno Stato per influenzare l’opinione pubblica di un paese avversario, si è svolta principalmente lungo le onde radio e tra le pagine di quotidiani e riviste, dove apparati statali appositamente istituiti conducevano elaborate strategie di disinformazione. L’avvento di Internet e in seguito dei social media ha permesso di iniziare a condurre operazioni di questo genere senza l’intermediazione dei mezzi d’informazione tradizionali. A Pechino non hanno atteso a lungo prima di cogliere questa rinnovata opportunità per contrastare l’avversario statunitense.
I tagli alle agenzie statunitensi
Se dovessimo tentare di riassumere il primo semestre della seconda presidenza Trump con una sola parola, probabilmente dovremmo scegliere il termine “incertezza”: tra dazi, bombe e annunci improvvisi, Donald Trump ha scosso borse e alleanze, finendo per dimostrarsi ancora più imprevedibile di quanto non si pensasse in precedenza. In mezzo a questo caos, alcune delle battaglie che sta portando avanti, come il passaggio della cosiddetta “Big Beautiful Bill” (che si prevede condurrà a un significativo aumento del deficit e all’aggravarsi delle disuguaglianze interne), appaiono potenzialmente deleterie per gli stessi Stati Uniti. Tra queste, una spicca per l’indiscutibile vantaggio strategico che sta offrendo a Pechino: lo smantellamento dei programmi di aiuto internazionale, una retromarcia isolazionista che ha permesso alla Cina di espandere la propria presenza regionale e internazionale.
L’opera di smantellamento è iniziata poche ore dopo il giuramento con un ordine esecutivo che prevedeva la sospensione dei programmi di assistenza allo sviluppo, misura che nel giro di pochi giorni si è tradotta nel congedo di più di mille impiegati dell’agenzia USAid. Nei mesi seguenti giudici ed esecutivo si sono scontrati sulla portata dell’opera, che secondo una recente analisi del New York Times ha tagliato oltre il 90% dei programmi relativi a giustizia, diritti umani e partecipazione democratica. Il 14 marzo un altro ordine esecutivo ha disposto l’eliminazione della United States Agency for Global Media (USAGM). Le conseguenze di queste decisioni sono state fin da subito evidenti: oltre alla catastrofe umanitaria, si è assistito alla drastica riduzione delle capacità operative di movimenti e organi d’informazione che, col sostegno di Washington, si battevano per una transizione democratica nelle varie regioni del mondo. Molti leader autocratici hanno infatti celebrato i tagli, congratulandosi con Elon Musk, che ne è stato l’esecutore più visibile, e chiedendo informazioni su ONG e giornalisti operanti nei loro paesi.
Anche il Global Times, ha lodato i tagli dei fondi con cui gli Stati Uniti da tempo finanziavano gli oppositori di Pechino, accanendosi in particolar modo contro la storica emittente Radio Free Asia, che privata delle risorse inviate dalla USAGM, ha dovuto chiudere 60 frequenze radiofoniche, mentre Pechino ne aggiungeva 80 nella stessa regione. Così, per le popolazioni uigura e tibetana, fra le altre, RFA è diventata inaccessibile, mentre sono aumentati i canali di propaganda cinese. Anche China Labor Watch, ONG impegnata nella difesa dei diritti dei lavoratori in Cina, vedendo i propri fondi ridursi del 90%, è stata tra le tante costrette ad abbandonare gran parte delle proprie inchieste.
Nell’ordine del 20 gennaio Trump ha sostenuto che i programmi d’aiuto internazionale non fossero in linea con gli interessi americani, posizione contestata da diversi analisti, che hanno invece osservato come, sin dagli anni ’60, questi strumenti abbiano contribuito all’espansione della sfera d’influenza statunitense. Quest’ultima opinione è stata condivisa anche dal China Daily, che ha prontamente riconosciuto come i tagli di Trump non siano una mera scelta di policy ma una più ampia ridefinizione dei meccanismi di esercizio d’influenza sullo scenario internazionale. In un’intervista concessa alla National Public Radio statunitense, anche il direttore del Center for International Security and Strategy dell’Università di Tsinghua ha descritto l’eliminazione di USAid come funzionale agli interessi di Pechino.
Ma se gli stessi cinesi riconoscono il valore strategico dei fondi elargiti da agenzie come USAid e USAGM, perché mai Washington dovrebbe negarlo? È ciò che si è chiesto un deputato repubblicano che siede nel comitato della Camera sulla competizione tra Stati Uniti e Cina. Per provare a dare una risposta, dobbiamo riflettere sulla guerra cognitiva e sul suo ruolo nella strategia del PCC.
Tecniche di manipolazione e operazioni contro gli USA
Nel corso dell’ultimo decennio l’interesse di Pechino nei confronti della guerra cognitiva è andato crescendo lungo una dimensione teorica. I ricercatori cinesi, in particolar modo quelli affiliati alle forze di supporto strategico dell’esercito (PLASSF), hanno prodotto un’abbondante letteratura che, ad oggi, risulta incentrata sull’uso dei social network come strumenti di manipolazione dell’opinione pubblica nei paesi avversari. Gli sforzi di ricerca hanno prodotto un framework operativo basato su una tecnica nota come “astroturfing”, che consiste nel dare l’impressione che determinati contenuti circolanti in un dato paese siano espressione di un sentimento condiviso da un segmento rilevante dell’opinione pubblica. A tale scopo vengono messe in piedi delle reti di “spamouflage”, ossia ampi network di profili fittizi e bot che impersonano i cittadini del paese bersagliato e conducono una costante attività sui social volta a infiammare il dibattito politico sui temi politicamente divisivi.
Negli ultimi anni il PLA ha condotto diverse operazioni di questo genere. Emblematiche sono quelle che hanno avuto come bersaglio la popolazione taiwanese: l’analisi condotta dalla RAND Corporation ha rilevato una tendenza a sfruttare le tensioni sociali preesistenti e a stimolare i segmenti più radicali dell’elettorato allo scopo di dividerlo e demoralizzarlo. Un’altra operazione degna di nota è stata quella analizzata dall’ Australian Strategic Policy Institute, che ha identificato delle reti di spamouflage volte a fomentare personalità appartenenti alle frange estremiste della politica australiana per interferire con le elezioni parlamentari tenutesi nel 2022. Ancora più recente è la campagna che Pechino ha condotto contro gli Stati Uniti. Se ne discute all’interno della valutazione annuale sulle minacce pubblicata nel febbraio 2024 dall’ufficio del Direttore dell’Intelligence Nazionale, che ha parlato di sofisticate “malign influence operations” portate avanti dalla Cina tramite profili falsi sui social network. Il rapporto ha anche preso in considerazione il possibile intento di influenzare le elezioni americane che si sarebbero tenute il 5 novembre 2024.
Dalla Cina, ovviamente, è arrivata la smentita: appena due mesi dopo il quotidiano China Daily ha rigettato le accuse come infondate e ha contrattaccato, rimandando a un recente rapporto dell’agenzia Reuters nel quale si illustrava come la CIA disponesse a sua volta di una squadra di operatori che, passandosi per utenti ordinari, diffondevano sui social narrative volte a danneggiare il governo cinese. In effetti però, gli sforzi cinesi volti a condizionare l’opinione pubblica americana sembrerebbero essersi intensificati in concomitanza della campagna elettorale per le presidenziali, malgrado la promessa di non interferire fatta da Xi Jinping un anno prima. Diverse compagnie di monitoraggio delle piattaforme digitali hanno infatti identificato numerosi profili falsi, riconducibili a utenti cinesi, attivamente ingaggiati nella diffusione di contenuti relativi alle elezioni. Come descrive un rapporto della compagnia Graphika questi utenti, fingendosi cittadini americani, hanno contribuito alla circolazione di contenuti politicamente divisivi, diventando sempre più aggressivi con l’avvicinarsi del 5 novembre. Tale modus operandi è congeniale alla strategia perseguita da Pechino: diversamente da Russia e Iran, che hanno adoperato la disinformazione per sostenere l’uno o l’altro candidato, la Cina ambiva a delegittimare entrambi, e con loro l’intero sistema politico statunitense, esacerbando al contempo le divisioni sociopolitiche già presenti nel Paese. Un sistema simile è emerso dall’ indagine dell’azienda CyberCX, che ha portato alla luce una rete composta da oltre 5.000 profili su X, denominata “Green Cicada” e ricondotta in seguito a un’università e a un’impresa di AI cinesi.
La logica della guerra cognitiva: vincere senza combattere
Nel 2020 un paper del NATO Innovation Hub illustrò il potenziale delle operazioni di guerra cognitiva come strumenti di influenza sulle scelte di policy dei paesi avversari. Gli autori, nel riflettere su come l’adozione di una politica estera isolazionista da parte di una superpotenza globale avrebbe potuto giovare alle ambizioni dei suoi avversari, ipotizzarono uno scenario in cui Pechino, manipolando l’opinione pubblica negli Stati Uniti, conduceva questi ultimi a ridurre la loro presenza internazionale. Secondo gli autori il successo di una simile operazione sarebbe dipeso da due fattori: l’identificazione del bersaglio delle operazioni nell’elettorato del paese avversario e la presenza di sentimenti isolazionisti preesistenti da poter sfruttare. Un simile scenario, che cinque anni fa altro non era che un esempio ipotetico, si avvicina oggi a un’accurata descrizione di quanto accaduto nell’ultimo anno.
Non è possibile identificare una relazione causale tra l’attività dei bot e dei profili fittizi usati dagli operatori cinesi per diffondere notizie divisive sui social statunitensi e la decisione di Trump di smantellare i programmi di aiuto internazionale. Tuttavia, come ha sostenuto l’esperta di campagne di disinformazione online Kate Starbird durante una conversazione col politologo Thomas Rid, riportata da quest’ultimo nel suo libro “Active Measures”, l’impatto di tali campagne rimane potenzialmente significativo anche se virtualmente impossibile da misurare. Per quanto concerne le operazioni di spamouflage condotte dalla Cina contro gli Stati Uniti, tale impatto è pressoché inseparabile da quello dell’attivismo politico dei numerosi utenti genuinamente americani. Tuttavia, alcuni precedenti storici insegnano che ciò non deve portare a sminuire la potenziale efficacia della campagna. Emblematiche sono, in questo senso, le operazioni sovietiche di infiltrazione e supporto che, durante la Guerra Fredda, si integrarono così bene con i movimenti pacifisti in Occidente da rendere impossibile una distinzione tra i risultati ottenuti dall’ingerenza e quelli prodotti dallo spontaneo attivismo civile; cionondimeno, gli sforzi sovietici contribuirono indubbiamente ai successi raggiunti dai movimenti di pace nel limitare la disposizione delle testate missilistiche nell’Europa occidentale.
In maniera simile la Cina, attraverso lo spamouflage, ha mescolato i propri operatori alle frange più radicali dell’elettorato statunitense, con l’incarico di prendere parte alle discussioni sui temi più politicamente sensibili ed esacerbare tensioni e pulsioni già presenti nell’opinione pubblica, per dividerla e disorientarla. Le operazioni cinesi hanno potuto fare leva su un sentimento isolazionista che sta andando risvegliandosi tra gli statunitensi: il backlash della globalizzazione ha prodotto infatti un substrato elettorale, ormai maggioritario, che ha risposto favorevolmente all’isolazionismo “America First” di Trump, le cui radici affondano in una tradizione plurisecolare portata bruscamente a termine dalla Seconda Guerra Mondiale. Il PLA non ha dovuto fare altro che disperdere i suoi bot istigatori nel fiume in piena che è il dibattito politico statunitense. Non è un caso che alcuni analisti siano arrivati a coniare il termine “MAGAflage” dopo aver osservato come diversi profili falsi riconducibili alla Cina fossero stati costruiti allo scopo di propagare proprio quei contenuti che sono particolarmente cari all’elettorato trumpiano. Gli strateghi cinesi non hanno dovuto inculcare delle preferenze di policy autolesioniste nei programmi della classe dirigente americana: avendone trovate di già pronte, hanno solo dovuto infervorare quella parte dell’opinione pubblica che voleva spingere i decisori politici a metterle in atto.
La comprensione di questa dinamica porta allo scoperto la logica della guerra cognitiva cinese, almeno per quanto concerne quella componente di essa che sta svolgendosi sui social network. Pechino, in linea con gli insegnamenti di Sun Tzu, ambisce a vincere senza combattere tramite la manipolazione della percezione dei suoi avversari: spamouflage e astroturfing consentono di assecondare e rafforzare quelle preferenze irrazionali che, nell’epoca della “identity politics”, inevitabilmente trovano dei rappresentanti politici all’interno dei sistemi democratici. La Cina sfrutta dunque le vulnerabilità delle opinioni pubbliche occidentali per tentare di far loro autoinfliggere scelte politiche controproducenti che le consentano di conseguire obiettivi strategici di larga portata, come l’espansione della propria influenza internazionale.

