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03/11/2025
Interviste, Medio Oriente e Nord Africa

Quale futuro per il Medio Oriente alla luce della tregua di Gaza?

di Giovanni Caprara

I paesi del Golfo e i paesi musulmani sono stati il motore di questo accordo, nel formulare la proposta e i punti della tregua. Quello che non viene adeguatamente messo in luce sui media internazionali è la posizione dei paesi musulmani contro Hamas e a favore di una normalizzazione dei rapporti con Israele. Infatti, la questione palestinese, che pervade tutte le relazioni in questa parte del mondo, secondo quanto stabilito dall’accordo, va risolta senza il coinvolgimento di organizzazioni terroristiche, come Hamas, Hezbollah, ISIS o l’ANP nell’attuale struttura. I paesi del Golfo sono ormai stanchi di essere percepiti in un’ottica negativa per via della questione palestinese e delle continue crisi, guerre, massacri e insurrezioni che deflagrano periodicamente. Per esperienza personale, quando nei paesi sviluppati si parla di Medio Oriente, i paesi che ne fanno parte vengono sempre dipinti in una connotazione negativa, legata a terrorismo e fanatismo. Ciò costituisce una zavorra per tali paesi, dall’Egitto alla Turchia, dall’Oman alla Giordania. Perfino la Lega Araba, nata anche per affrontare la questione palestinese, ha condannato Hamas e spinto per il suo disarmo. Questa è la prova che i paesi arabi non sono più disposti a sopportare organizzazioni che operano secondo logiche che fomentano tragedie e atrocità. 

Intervista a Fabio Scacciavillani, economista con esperienza in numerose istituzioni finanziarie internazionali (FMI, BCE, Goldman Sachs, Dubai International Financial Center e Oman Investment Fund). 

Giovanni Caprara: I paesi del Golfo hanno accolto con favore l’accordo su Gaza. Premesso che essi intrattengono da anni rapporti più o meno ufficiali con Israele, che futuro immaginano per la regione?

Fabio Scacciavillani: I paesi del Golfo e i paesi musulmani sono stati il motore di questo accordo, nel formulare la proposta e i punti della tregua. Quello che non viene adeguatamente messo in luce sui media internazionali è la posizione dei paesi musulmani contro Hamas e a favore di una normalizzazione dei rapporti con Israele. Infatti, la questione palestinese, che pervade tutte le relazioni in questa parte del mondo, secondo quanto stabilito dall’accordo, va risolta senza il coinvolgimento di organizzazioni terroristiche, come Hamas, Hezbollah, ISIS o l’ANP nell’attuale struttura. I paesi del Golfo sono ormai stanchi di essere percepiti in un’ottica negativa per via della questione palestinese e delle continue crisi, guerre, massacri e insurrezioni che deflagrano periodicamente. Per esperienza personale, quando nei paesi sviluppati si parla di Medio Oriente, i paesi che ne fanno parte vengono sempre dipinti in una connotazione negativa, legata a terrorismo e fanatismo. Ciò costituisce una zavorra per tali paesi, dall’Egitto alla Turchia, dall’Oman alla Giordania. Perfino la Lega Araba, nata anche per affrontare la questione palestinese, ha condannato Hamas e spinto per il suo disarmo. Questa è la prova che i paesi arabi non sono più disposti a sopportare organizzazioni che operano secondo logiche che fomentano tragedie e atrocità. 

GC: È dunque corretto affermare che i paesi del Golfo – e i paesi arabi – si sentono ben più minacciati da organizzazioni come Hamas che da Israele? 

FS: Hamas è una costola dei Fratelli Musulmani, che hanno messo in pericolo la stabilità dell’Egitto, dell’Arabia Saudita e perfino del Qatar, dove circa 20 anni fa ci fu un attentato attribuito proprio a questa organizzazione. L’estremismo religioso è una minaccia esistenziale per questi paesi. Il maggior sostenitore di queste organizzazioni era l’Iran, sebbene anche il Qatar, dove risiedono tuttora i vertici dell’organizzazione, abbia le sue responsabilità. 

Il recente attacco israeliano a Doha ha messo in chiaro che la postura ambigua dell’emirato non era più sostenibile. Da notare che già otto anni fa, con la crisi del Consiglio di Cooperazione del Golfo, l’Arabia Saudita e gli Emirati entrarono in rotta di collisione con il Qatar, accusato di finanziare queste organizzazioni terroristiche e, in particolare, di fornire sostegno agli Houthi in Yemen. Quindi, al di là delle dichiarazioni di condanna dei paesi del Golfo contro l’attacco israeliano, l’obbiettivo di Tel Aviv e delle monarchie del Golfo era un cambio di postura di Doha in merito al sostegno ad Hamas. Annichilita quest’ultima e accettate da tutti i paesi dell’area le condizioni dell’accordo, è stato possibile ufficializzare la tregua per Gaza. 

GC: Dal punto di vista saudita, le cui finanze scontano un prezzo del petrolio basso da oltre un anno, cosa può significare l’accordo sul breve-medio periodo?

FS: Da quanto si osserva sui mercati, al contrario di quanto accadde ai tempi della guerra dello Yom Kipuur (1973 ndr), le tensioni geopolitiche hanno un effetto minimo sui prezzi del petrolio. Il fulcro della questione è rappresentato da un lato dall’offerta di shale oil degli Stati Uniti (il maggior produttore di petrolio al mondo), dall’altro dalla produzione russa. I prezzi hanno registrato un balzo quando sono state annunciate le sanzioni americane su Rosneft e Lukoil e se si riducesse ulteriormente l’offerta di petrolio russo, i prezzi subirebbero un incremento ancora più pronunciato. I sauditi sono preoccupati dall’offerta di petrolio americano che aveva spinto il prezzo anche sotto i 60$ al barile e hanno deciso di non cedere più quote di mercato ai produttori americani; cioè di aumentare la produzione per riguadagnare le quote di mercato perse in precedenza e di conseguenza rendere lo shale oil meno remunerativo per gli shalers. Se l’offerta di petrolio russo sui mercati dovesse ridursi drasticamente, i sauditi ne sarebbero entusiasti. 

GC: Che ruolo avranno i paesi arabi nella strategia di riposizionamento degli USA nella regione?

FS: Per comprendere il ruolo di questi paesi, è necessario affrontare due temi. Primo, la ricostruzione di Gaza, che si basa sulla sua dimensione securitaria. La domanda è se i paesi arabi invieranno le truppe sul terreno nella Striscia per garantire la pace e, se questo avverrà, che rapporti avranno con l’esercito israeliano. 

Il secondo punto è la questione dei due popoli e due stati. Quando si affronterà l’assetto definitivo della Cisgiordania? Qual è il futuro dell’ANP? Al momento la questione rimane senza risposta. Netanyahu è salito al potere sull’onda del consenso dei coloni negli anni ‘90, che si diffuse poi nella società israeliana. Queste fazioni volevano annettere la Cisgiordania e le fazioni più radicali della destra israeliana considerano quei territori, secondo la definizione biblica, “Giudea e Samaria”. Gli ultranazionalisti le considerano come parte di Israele tanto quanto Gerusalemme o Tel Aviv. Rinunciare alla Cisgiordania è politicamente molto difficile per Netanyahu. D’altra parte, l’annessione della Cisgiordania, con la conseguente concessione della cittadinanza a tre milioni di palestinesi, è uno scenario alquanto improbabile. Il futuro di quella terra può essere immaginato sotto forma di un’autonomia delle amministrazioni civili palestinesi con la garanzia dei paesi arabi e degli Stati Uniti. La scorsa estate, cinque sceicchi di Hebron, la principale città della Cisgiordania, hanno formulato una proposta interessante, secondo cui riconoscerebbero l’esistenza di Israele in cambio del mantenimento di relazioni economiche con lo Stato ebraico. Un modello simile a quello dei Trucial States nel Golfo Persico, assetto in cui l’amministrazione civile era sotto il controllo degli emiri locali, mentre la dimensione militare e di politica estera dipendeva dalla Gran Bretagna. 

Insomma, una soluzione per i Territori Palestinesi potrebbe essere quella di due popoli e due stati economicamente integrati, in cui lo stato palestinese godrebbe di ampia autonomia amministrativa, garantendo un impegno di sicurezza verso Israele.  

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