L’utilizzo delle commodities come strumento geopolitico ha recentemente indotto l’Unione europea a adottatore misure strutturali al fine di ridurre la sua dipendenza esterna in materia di approvvigionamento di materie prime critiche (MPC), con particolare attenzione alle terre rare e ai metalli necessari alla transizione energetica e digitale. Azioni necessarie poiché richieste dalla storia e dal tracciato impresso dalla tecnologia e dall’intelligenza artificiale.
La corsa alle materie prime critiche e rare non è derivante da una scelta ideologica, ma dal fatto che esse sono fondamentali per tutti i principali programmi della Commissione europea in materia di transizione energetica, produzione militare, elettronica e nell’approvvigionamento dei cruciali semiconduttori. Negli ultimi anni, l’attenzione europea verso i materiali strategici ha conosciuto un progressivo e significativo ampliamento, segno della crescente consapevolezza circa la loro importanza per la sicurezza economica e industriale dell’Unione. La prima lista ufficiale, redatta nel 2011, individuava quattordici materie prime critiche. Da allora, Bruxelles ha assunto l’impegno di rivedere tali elenchi con cadenza triennale, in funzione delle trasformazioni intervenute nei settori ad alta tecnologia e nelle dinamiche dei mercati globali, oltre che dagli shock nel comparto della domanda.
La scelta non è meramente tecnica. Essa riflette la volontà europea di non continuare a trovarsi impreparata in un contesto internazionale segnato dalla competizione per il controllo delle filiere strategiche, essenziali tanto per la difesa quanto per la transizione energetica che per quella tecnologica. L’ultimo aggiornamento, pubblicato pochi mesi fa, ha portato a trentaquattro il numero degli elementi considerati critici. Un incremento che non sorprende: la crescente dipendenza da materiali rari, spesso concentrati in pochi Paesi o sotto l’influenza di potenze avversarie, quali la Cina, rende evidente la vulnerabilità strutturale europea. In questo campo Pechino domina incontrastata. Controlla circa il 60% delle estrazioni globali e oltre il 90% della raffinazione di terre rare e minerali strategici. Una posizione che la Repubblica Popolare ha costruito scientificamente, acquistando miniere all’estero e accettando costi ambientali impensabili per qualsiasi democrazia occidentale. E oggi, come prevedibile, traduce la propria forza industriale in influenza geopolitica, imponendo restrizioni su magneti e componenti avanzati quando utile ai propri interessi. Il tema è punto cruciale della disputa tra USA e Cina, al punto che è centrale nelle trattative sui dazi.
Dal punto di vista della sicurezza nazionale e in questo caso continentale, il controllo scientifico delle terre rare e materie critiche rare si intreccia strettamente al programma ReArm Europe. Infatti, secondo fonti accreditate, la Cina intende facilitare il flusso di terre rare e altri materiali soggetti a restrizioni verso gli Stati Uniti, progettando un sistema che escluderà le aziende legate all’esercito americano e accelererà le approvazioni delle esportazioni per le altre aziende. Lo stesso potrebbe parallelamente accadere con le aziende europee.
Le materie critiche e rare sono divenute lo strumento principale del “campo geopolitico”, se si intende far riferimento a Gerard Toal. Nella definizione di Toal, il “campo geopolitico” «è sia il contesto socio-spaziale dell’azione politica sia lo sono gli attori sociali, le regole e le dinamiche spaziali costitutivi dell’arena». Attualmente l’Unione europea è esclusa dall’esser un player della competizione e i recenti report sulla competitività europea hanno mancato di porre in evidenza suddette materie prime e le modalità relative al loro approvvigionamento come input cruciale dello sviluppo economico e della stabilità sociale e politica interna agli Stati membri. Ad oggi, l’Unione europea non è parte dell’arena, mantenendo una posizione marginale attraverso l’azione dei singoli Stati membri, i quali privi della copertura statunitense non sarebbero in grado di accedere alle risorse critiche. Ciò dimostra come il concetto di criticità sia profondamente dinamico. Dipende dai mutamenti simultanei della domanda – trainata dall’innovazione tecnologica e dagli obiettivi climatici – e dell’offerta, esposta a rischi geopolitici, restrizioni commerciali e instabilità locali. Tornando all’espansione dell’elenco europeo esso rappresenta un indice della percezione di rischio da parte delle istituzioni europee e della necessità di prepararsi a un mondo nel quale l’accesso alle risorse materiali diventa terreno di confronto strategico tra potenze.
Bruxelles ha creato il Critical Raw Materials Act, operativo dal 2024, il quale ha fissato obiettivi che l’Europa non può più mancare:10% estrazione interna, 40% lavorazione nel territorio comunitario, 25% riciclo uniti al divieto di dipendere oltre il 65% da un singolo fornitore esterno.
A questi indirizzi si affiancano una riserva europea di materie critiche, un Centro europeo dedicato, autorizzazioni industriali accelerate, accordi di fornitura con Canada, Australia, Ucraina, Cile e Paesi africani, oltre al sostegno a 47 progetti strategici in Stati membri selezionati.
Non si tratta solo di sostenibilità, né di un impulso ambientalista. È la presa d’atto che la transizione industriale è un campo di battaglia, dove si fronteggiano potenze che dispongono di strumenti sovrani. Transizione industriale, posta in essere nei peggiori modi, che unita alla crisi derivante la pressione bellica ai confini degli Stati membri orientali e delle minacce ibride provenienti dal Mediterraneo e Medio Oriente rendono stringente un’azione.
Parallelamente, la Commissione è in procinto di mettere sul tavolo una nuova iniziativa chiamata ‘ReSourceEU’. L’obiettivo è garantire all’industria europea l’accesso a fonti alternative di materie prime critiche, sia nel breve che nel lungo termine. Questa mossa è fondamentale per assicurare la sovranità economica del continente.
La ricetta della Commissione von der Leyen unisce la stretta contingenza industriale a una visione geopolitica, più dovuta che ricercata intenzionalmente in seno all’organizzazione degli Stati europei. Non solo si spingerà sull’acceleratore dell’economia circolare – con il riutilizzo che diventerà un imperativo categorico per i prodotti già sul mercato interno – ma si tornerà agli strumenti di forza: acquisti collettivi in stile supermarket continentale e la creazione di uno stoccaggio strategico per le scorte vitali, sull’esempio delle riserve petrolifere.
Quanto a Roma, tra le iniziative politiche italiane più rilevanti emerge nel Piano Integrato di Attività e Organizzazione (PIAO) 2025-2027 del Ministero della Difesa la costituzione di un Comitato di indirizzo strategico. Questo organo ha il compito di coordinare accordi internazionali e approfondire lo studio per potenziare la capacità di acquisizione delle materie prime indispensabili al settore militare. Un passo fondamentale per ridurre i rischi legati alle catene di fornitura esterne e contenere i costi, probabilmente da tenere insieme al Piano Mattei e da integrare in esso.
In questo scenario, la sfida italiana si gioca sul terreno dell’innovazione industriale e del rafforzamento della filiera nazionale, che vede coinvolte piccole e medie imprese a monte e a valle della produzione. L’atteggiamento proattivo nel governo della materia critica può trasformare una fragilità strategica in un vantaggio geopolitico, specie in un’Europa che ambisce a una difesa più sovrana e meno dipendente dagli equilibri globali.
L’Unione europea non potendosi permettere l’isolamento è tenuta a intensificare i partenariati. Le raw material partnerships vedono impegnata l’unione con un parterre di nazioni che va dall’Ucraina all’Australia, passando per Canada, Kazakistan, Uzbekistan, Cile e la strategica Groenlandia; il cui status di appartenenza al Regno di Danimarca e non all’UE la rende un unicum. Infatti, la Groenlandia è un territorio autonomo del Regno di Danimarca, ma non fa più parte dell’Unione Europea, essendone uscita nel 1985 per poter gestire autonomamente la risorsa dell’epoca, ovvero la pesca. A dimostrazione che l’asse si sta già muovendo, proprio in questi giorni l’UE ha siglato un accordo rafforzato (Epca) con l’Uzbekistan, segnando un punto a favore in una partita che si gioca sulla scacchiera globale.
Gli Stati Uniti possiedono il dollaro e la leva sanzionatoria; la Cina controlla i metalli critici; l’Europa la propria capacità normativa. Ma la regolazione, pur sofisticata, non basta senza capacità estrattiva, filiere industriali e consenso sociale interno.
Il successo europeo si gioca oltre che sul piano esterno, soprattutto su uno interno. Laddove la società continentale è storicamente refrattaria a miniere e impianti industriali, con gli Stati membri continuano a competere tra loro più che cooperare, in campi ove qualsiasi attore regionale è schiacciato dalla predominanza dei player globali. Tuttavia, la scelta è imposta dalla realtà: accettare un ruolo subalterno all’interno dell’ordine tecnologico globale, oppure provare a costruire un’autonomia imperfetta ma esistente.
La battaglia per le terre rare non determina solo la leadership industriale. Stabilisce chi potrà ambire ad esser riconosciuto come entità autonoma o parzialmente sovrana nei consessi internazionali e chi, invece, dovrà chiedere accesso a chi possiede le risorse. Nel XXI secolo risiede nelle miniere – non nei vertici diplomatici – la misura del peso delle potenze.

