Evidenza

Dal 2004, il Centro Studi Geopolitica.info contribuisce allo studio delle Relazioni Internazionali e al dibattito sulla politica estera dell'Italia

Chi siamo
03/12/2025
Ambiente, Infrastrutture ed Energia, Europa

La COP30 a 10 anni dall’Accordo di Parigi sul clima

di Greta Pintori

La Conferenza delle Parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP30), tenutasi dal 10 al 21 novembre a Belém, in Brasile, è arrivata in un momento particolarmente significativo: il decennale dell’Accordo di Parigi sul clima, pilastro della governance climatica globale. La conferenza ha rappresentato un banco di prova per verificare la tenuta del sistema multilaterale sul clima e rilanciare un impegno globale contro la crisi climatica, colmando il divario tra obiettivi e realtà.

La Conferenza delle Parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP30), tenutasi dal 10 al 21 novembre a Belém, in Brasile, è arrivata in un momento particolarmente significativo: il decennale dell’Accordo di Parigi sul clima, pilastro della governance climatica globale. La conferenza ha rappresentato un banco di prova per verificare la tenuta del sistema multilaterale sul clima e rilanciare un impegno globale contro la crisi climatica, colmando il divario tra obiettivi e realtà.

L’accordo di Parigi e i presupposti della COP30

Il contesto entro il quale si è svolta la conferenza è quello caratterizzato da una crescente gravità dell’emergenza climatica, accompagnata da una lentezza delle risposte politiche.  A dieci anni dalla sua approvazione, l’Accordo di Parigi conserva sicuramente dei meriti: è stato un accordo ampiamente condiviso, mettendo d’accordo 196 Paesi, che hanno aderito a un quadro normativo condiviso, impegnandosi a limitare l’aumento delle temperature ben al di sotto dei 2°C. Inoltre, ha agito da catalizzatore sul piano economico, soprattutto: potenziando gli investimenti sulle rinnovabili, che hanno così superato il carbone come principale fonte di elettricità nel mondo.

Tuttavia, accanto ai risultati raggiunti, emergono i limiti di questo accordo. Il meccanismo degli NDC (Nationally Determined Contributions), i piani nazionali con cui ogni Paese indica gli obiettivi per adattarsi ai cambiamenti climatici e ridurre le emissioni, pur avendo permesso ai Paesi di contribuire secondo le proprie capacità, si è rivelato insufficiente: gli NDC presentati dai Paesi spesso non sono stati rispettati, rivelando piuttosto che un approccio “flessibile” non vincoli sufficientemente gli Stati ad adottare politiche adeguate. Inoltre, non sono stati previsti meccanismi sanzionatori, il che ha reso l’adozione delle politiche dipendente dalla specifica volontà e impegno dei governi nazionali. Inoltre è emerso il problema della finanza climatica, poiché i 100 miliardi all’anno previsti per sostenere i Paesi vulnerabili sono stati raggiunti nel 2022, ma risultano insufficienti rispetto ai 1300 miliardi annui necessari secondo gli esperti. Infine, nonostante i progressi nel campo delle rinnovabili e dei trasporti elettrici, l’ampio inquinamento dei combustibili fossili permane tuttora. Dopo la guerra in Ucraina e i conseguenti tagli alle forniture di gas russo, il loro utilizzo sarebbe potuto diminuire, con la conseguente accelerazione della transizione energetica, ma, ad oggi, così non è stato, soprattutto complici l’aumento della produzione di GNL negli Stati Uniti e il ritorno della Cina al carbone.

In questo contesto la COP30 si poteva inserire come crocevia storico: rilanciare l’ambizione globale, o rischiare di confermare la crisi del multilateralismo climatico, in un momento in cui il margine d’azione si sta chiudendo. Le questioni cruciali della Conferenza sono state molteplici: la ridefinizione degli NDC al 2035; chiarimenti sulla finanza climatica e nuovi obiettivi verificabili e collettivi; progressivo allontanamento dai combustibili fossili a fronte dei grandi esportatori; tutela delle foreste tropicali e dei diritti delle comunità indigene; lotta alla disinformazione sul cambiamento climatico.

I protagonisti della COP30

Nello specifico, la COP di quest’anno si è svolta nel cuore dell’Amazzonia, luogo simbolico dal punto di vista ecologico, storico e politico. Il Brasile puntava a presentarsi come leader del Sud globale, avendo a cuore la tutela delle foreste tramite adeguati strumenti finanziari, valorizzazione dei diritti delle popolazioni indigene e nuove partnership Sud-Sud con altri Paesi forestali. Proprio in quest’ottica, infatti, è nata l’iniziativa del Tropical Forests Forever Facility (TFFF): un meccanismo finanziario che intende premiare chi protegge le foreste e riduce la deforestazione con supporti economici.

Nonostante le premesse ambiziose, la Conferenza si è svolta in un ambiente internazionale segnato da continue tensioni e competizioni tra grandi potenze. Negli ultimi tempi, gli Stati Uniti hanno dimostrato un progressivo disimpegno sul fronte multilaterale, e infatti è stato del primo incontro delle Nazioni Unite sul Clima in cui non era presente nessun delegato statunitense (nonostante siano state presenti altre personalità, come il governatore della California  Gavin Newsom), a causa della più recente decisione del Presidente Donald Trump di recedere dall’Accordo di Parigi. Questo allontanamento degli USA sul fronte climatico ha sicuramente indebolito la leadership occidentale a vantaggio della Cina che, al contrario, sembra orientarsi sempre più verso una strategia più “politica” per utilizzare la transizione non solo come meccanismo di sviluppo ma anche come strumento di influenza (negli ultimi 18 mesi le emissioni di gas serra della Cina non sono mai cresciute). Questo, ad esempio, lo si evince anche dal supporto cinese al Belém Action Mechanism, un’iniziativa della società civile volta a istituzionalizzare la giusta transizione dentro i processi delle Nazioni Unite. 

Per quanto riguarda l’Unione Europea, il Consiglio ha invece più volte ribadito la centralità della transizione verde e la volontà di svolgere un ruolo centrale nel portare avanti gli sforzi nel campo del clima insistendo sull’obiettivo di 1,5°C, e di rafforzamento della finanza climatica e promozione della transizione energetica, sostenendo un phase-out dei combustibili fossili e regole più rigorose per i mercati del carbonio. In particolare, l’UE punta soprattutto sul Green Deal Europeo, con l’obiettivo di raggiungere la neutralità climatica entro il 2050 e sul pacchetto “Fit for 55” che, attraverso un pacchetto legislativo, rende operative le politiche di decarbonizzazione industriale, pensate per ridurre le emissioni dei settori produttivi ad alta intensità di carbonio. Tuttavia, il fronte europeo ha faticato a compattarsi in seguito alle difficoltà economiche e alla crisi energetica post-2022. Nonostante la promozione di obiettivi ambiziosi, alla COP30 L’UE ha dovuto tenere conto delle divisioni interne tra Paesi membri e di un riallineamento del sistema multilaterale sempre più frammentato.

L’Italia non ha spiccato tra gli attori più ambiziosi all’interno della delegazione europea, data l’assenza di mandato da parte del Consiglio. Infatti, non ha immediatamente sostenuto i lavori per una roadmap per l’uscita dai combustibili fossili (spinta invece da Regno Unito, Francia, Germania e altri Stati membri) preferendo piuttosto comprendere più nel dettaglio i contenuti della stessa, considerando la dipendenza da fonti fossili, e l’eventuale rischio di una transizione troppo rapida per l’industria e l’aumento dei prezzi energetici. Ad ogni modo, è stato nuovamente ribadito il sostegno italiano al Mitigation Work Programme, cioè un meccanismo di lavoro e cooperazione che opera tramite dialoghi ed eventi focalizzati sugli investimenti. Nel complesso, l’Italia si è dunque dimostrata aperta verso i paesi in via di sviluppo per quanto riguarda le loro richieste di sostegno verso la transizione e ha ribadito il suo impegno sulla finanza per il clima anche tramite contributi nazionali ai fondi multilaterali. Pur non supportando il Belém Action Mechanism, ha invece promosso la proposta europea di lavorare al piano “Just Transition Action Plan”, meno oneroso e più strutturato, perché orientato a uno scambio di procedure ottimali, con la partecipazione di esperti e società civile.

I risultati raggiunti

Al termine della COP30 è stato raggiunto un accordo chiave, il Global Mutirão, secondo cui i paesi dovranno triplicare i fondi per l’adattamento climatico per supportare i paesi in via di sviluppo e più vulnerabili ai cambiamenti climatici. Al contempo, l’obiettivo di neutralità è stato rimandato di 5 anni, e fissato ora entro il 2035.

Inoltre, è stata rafforzata l’azione contro la disinformazione climatica: per la prima volta tutte le parti negoziali hanno riconosciuto la necessità di rafforzare l’integrità delle informazioni per un’azione efficace contro il clima. Si tratta di un forte segnale politico rappresentato dalla protezione della scienza sul clima e lo “smascheramento” degli interessi del settore privato. 

Le sfide irrisolte

L’abbandono dei combustibili fossili si era presentato come un punto chiave della discussione, i paesi cercavano una roadmap in cui ognuno potesse inserire e stabilire i propri obiettivi e lo stesso Presidente brasiliano Lula aveva enfatizzato la centralità. Tuttavia, nell’accordo finale del vertice ogni riferimento ai combustibili fossili è stato eliminato, e questo ha generato non poche perplessità e contrarietà da parte di analisti ed esperti: secondo Doug Weir del Conflict and Environment Observatory, la COP sarebbe rimasta “bloccata alla Dubai di 2 anni fa”, dove quasi 200 paesi avevano concordato di abbandonare i combustibili fossili nei sistemi energetici per raggiungere l’obiettivo zero emissioni entro il 2050. Per quanto riguarda le emissioni di metano, solo pochi paesi hanno assunto impegni volontari per contrastarle. A seguito di 2 riunioni ministeriali, una coalizione di 11 membri (tra cui Francia, Regno Unito e Giappone) si è infatti impegnata a ridurre significativamente le emissioni di metano nel settore dei combustibili fossili.

Anche la deforestazione è passata in secondo piano, dal momento che tale impegno collettivo era stato collegato alla roadmap sui combustibili fossili, che ha incontrato l’opposizione dei principali paesi esportatori di petrolio e della Cina. Inoltre, i 59 indicatori del Global Goal on Adaptation (strumenti per misurare progressi globali sull’adattamento ai cambiamenti climatici) sono volontari e non prescrittivi, evitando così misure effettivamente vincolanti. A tal proposito, infatti, anche il Global Implementation Accelerator, per supportare i paesi nell’attuazione degli NDC e dei piani di adattamento, è su base volontaria.

Nonostante i timidi risultati concreti raggiunti, la COP30 mostra che il multilateralismo sul clima è ancora condiviso, secondo gli analisti ha comunque “mosso le placche tettoniche” dell’azione per il clima. L’obbligo di 1,5°C resta teoricamente riconosciuto ma molto difficile da raggiungere, a meno che non vengano introdotte politiche concrete e coerenti a livello globale. Ad aprile del prossimo anno ci sarà una conferenza in cui sarà centrale la transizione verso l’energia pulita, con l’obiettivo di unire governi, esperti e popolazioni indigene per affrontare un’equa e giusta eliminazione graduale dei combustibili fossili. 

Dunque, sebbene la COP30 abbia dimostrato che la crisi climatica è un problema complesso che coinvolge adattamento, finanza e giustizia sociale, è importante verificare che le ambizioni di vari Paesi, in primis l’UE, siano accompagnate da accordi concreti globali.

Gli Autori