Evidenza

Dal 2004, il Centro Studi Geopolitica.info contribuisce allo studio delle Relazioni Internazionali e al dibattito sulla politica estera dell'Italia

Chi siamo
03/12/2025
Europa

Orbán va da Putin: una danza pericolosa?

di Lorenzo Avesani

Il bilaterale russo-ungherese del 28 novembre 2025 continua gli sforzi diplomatici di Budapest sulla linea di quanto già fatto tre settimane prima a Washington. L’incontro con il Presidente russo, Vladimir Putin, è solo l’ennesimo filo di una tela diplomatica antagonista agli sforzi europei di supporto all’Ucraina.

Il bilaterale russo-ungherese del 28 novembre 2025 continua gli sforzi diplomatici di Budapest sulla linea di quanto già fatto tre settimane prima a Washington. L’incontro con il Presidente russo, Vladimir Putin, è solo l’ennesimo filo di una tela diplomatica antagonista agli sforzi europei di supporto all’Ucraina.

Venerdì 28 novembre 2025, il Primo Ministro (PM) dell’Ungheria, Viktor Orbán, si è recato a Mosca per un bilaterale con Putin. L’incontro ha puntato a definire la fine del conflitto in Ucraina, rafforzare ulteriormente i rapporti economici tra i due Paesi e garantire il flusso energetico anche per “questo inverno e i prossimi anni”.  In particolare, Orbán ha ottenuto il benestare di Putin per quanto riguarda la possibilità di ospitare i colloqui di pace a Budapest. Già dalle prime battute dell’incontro, si mette in chiaro come questo bilaterale sia il naturale prosieguo dell’incontro avvenuto lo scorso 7 novembre a Washington tra il leader ungherese e il Presidente statunitense, Donald Trump. 


Successivamente, l’1 dicembre, Orbán ha rilasciato un’intervista a Welt am Sonntag, l’edizione domenicale del quotidiano conservatore tedesco Die Welt, dove delinea come l’unica soluzione al conflitto sia quello che Kyiv “torni ad essere uno stato cuscinetto”. Su questo punto, secondo il PM, si deve basare un accordo NATO-Russia sulle “dimensioni e l’equipaggiamento delle limitate forze armate ucraine” senza esercitare un controllo diretto su di esso. Il leader di Budapest reputa illusorio lo sforzo dell’Ucraina di riprendersi i territori contesi con Mosca, evidenziando come il tempo giochi a favore della Russia. Perciò, reputa necessario attuare al più presto il Piano in 28 punti di Trump per evitare che Kyiv perda ulteriori territori e vite umane. Infine, Orbán critica apertamente le posizioni degli europei denunciando come i costi ricadano sui cittadini mentre la Russia, dopo il conflitto, verrà reintegrata nell’economia globale “secondo linee americane”.

Tali dichiarazioni e azioni, allineati con i desiderata di Mosca, ha suscitato gelo tra le cancellerie europee. Durante un bilaterale tra Berlino e Lubiana, il cancelliere tedesco, Friedrich Merz, ha sottolineato come Budapest abbia agito senza mandato europeo, linea condivisa dal PM sloveno, Robert Golob. Più dura è stata la reazione della Polonia in quanto, il Presidente della Repubblica, Karol Nawrocki, ha annullato il faccia a faccia con Orbán che sarebbe dovuto essere la conclusione del vertice del Gruppo di Visegrád del 3 dicembre a Strigonio. Queste reazioni, tuttavia, non nascondono il momento di debolezza dell’Unione Europea che si dimostra vaso di coccio tra due grandi attori come Washington e Mosca mentre l’Ungheria spinge sul guadagnare momento dalla situazione.


Una partita solitaria

È ormai ben consolidato che Budapest stia giocando una partita diplomatica solitaria, indipendente e antagonista agli sforzi pro-Kyiv di Bruxelles. Come accaduto il 7 novembre scorso, Budapest è andata a Washington per difendere interessi nazionali specifici. Da Trump, Orbán ha ottenuto esenzioni dalle sanzioni e margini di manovra sul fronte energetico permettendo di salvaguardare i flussi provenienti da Mosca. Fatto ciò, Budapest sta consolidando quella che il PM ungherese in Russia ha chiamato “politica estera sovrana” ossia massimizzare i benefici della situazione e porsi come mediatore indispensabile in un sistema internazionale in via di frammentazione. 

Tale postura, evidente fin dall’inizio del conflitto, è stata condotta tra numerose resistenze durante il semestre di presidenza al Consiglio dell’UE nella seconda metà del 2024. Difatti, il 5 luglio, subito dopo aver ricevuto il mandato, il leader magiaro si recò a sorpresa a Mosca come parte di un tour diplomatico che coinvolse Kyiv e Pechino. Quell’incontro, il primo dal 24 febbraio 2022 per l’Ungheria, fu disconosciuto da Bruxelles e dai partner europei i quali lamentavano l’uso opportunistico del ruolo di guida del Consiglio dell’UE. Rispetto a quello del 28 novembre 2025, l’incontro di luglio 2024 ebbe una portata limitata non solo dal ruolo rivestito all’epoca dall’Ungheria ma anche da un fattore cruciale: l’assenza di Trump alla Casa Bianca. Difatti, in quel momento, la “missione di pace” orbaniana si risolse in una mera constatazione delle posizioni del Cremlino seguito dal rifiuto di quest’ultimo della proposta magiara di un cessate il fuoco immediato per i colloqui di pace.

Di contro, il secondo vertice russo-ungherese appena svoltosi vede Budapest con un margine di manovra superiore e il benestare di Washington. La stessa Casa Bianca, infatti, è favorevole ad una soluzione rapida della questione per concentrarsi verso altre questioni più dirimenti quali il contenimento strategico della Cina nell’Indo-Pacifico. Ciò si allinea agli interessi ungheresi per due motivi. A livello simbolico, il tycoon ha designato Budapest come sede dei colloqui di pace tra Russia e Ucraina. Nonostante il possibile vertice risulti ancora a data da destinarsi, l’incontro a Mosca alimenta ottimismo circa la possibilità di ospitare i colloqui di pace. A livello pratico, la fine del conflitto potrebbe, secondo i calcoli ungheresi, rallentare la necessità di far entrare Kyiv nelle istituzioni euro-atlantiche evitando ora e nel futuro l’integrazione dell’Ucraina. A Mosca questi intenti hanno visto una loro possibile definizione pratica di questo interesse.

Bruxelles di nuovo in ombra

In questo scenario, l’UE è prigioniera di un’architettura politico-istituzionale inadatta ad affrontare la natura sistemica della sfida lanciata da Putin il 24 febbraio. La pubblicazione improvvisa del Piano in 28 punti ha messo Bruxelles in una posizione scomoda di reazione piuttosto che di guida. Le reazioni sparse degli Stati europei non manifestano solo lacune comunicative ma anche assenze di strumenti diplomatici cruciali quali un canale condiviso per la struttura dei colloqui o una definizione condivisa e consolidata dei principi che devono sostenere una pace giusta e duratura. Gli strumenti disponibili per sostenere l’Ucraina, la leva economica delle sanzioni e dei beni congelati russi o quella militare, sebbene proceda a rilento e con molte difficoltà, sono ad oggi spuntati.

Se una piccola-media potenza come Budapest riesce a ottenere un margine di manovra così rilevante, ciò indica l’esistenza di vuoti di potere che possono essere colmati da attori capaci di sfruttare la situazione per massimizzare il proprio tornaconto. Per limitare i danni, Bruxelles deve agire sia sul breve che sul medio-lungo periodo. Da un lato, gli europei devono essere in grado di sfidare le convinzioni di Trump sull’andamento del conflitto attraverso posizioni più assertive e concrete. Dall’altro, Bruxelles deve definire delle linee rosse chiare e inequivocabili su come vuole affrontare la questione della pace, l’altra partita cruciale assieme a quella del conflitto stricto sensu.

Infine, Budapest non dovrebbe illudersi che l’incontro rappresenti una vittoria contro gli “europei guerrafondai”. Come riportato da media locali quali Telex e 444.hu, sono emerse discrepanze significative tra le parole pronunciate in russo e la loro traduzione in ungherese. Diversi passaggi di Putin  (dal riferimento alla “opinione bilanciata” dell’Ungheria all’idea che la divergenza di vedute non ostacoli un dialogo franco) sono stati omessi o sostituiti con formulazioni generiche, che presentano il leader russo come più conciliante di quanto non fosse nelle sue dichiarazioni originali. Benché il governo abbia liquidato l’episodio come “una giornata storta per l’interprete”, l’accaduto solleva interrogativi non solo sulla competenza dello staff ungherese, ma soprattutto sulla credibilità della strategia diplomatica di Budapest e sul messaggio (politico e normativo) che essa intende inviare ai partner europei.

Gli Autori