Ad un anno dall’ascesa di Al-Shara’a in Siria, l’unificazione territoriale e la transizione governativa sembrano ancora lontane. Tra tensioni settarie e manifestazioni contro il nuovo governo, la questione delle minoranze e della sfiducia rimangono ostacoli chiave per una stabilizzazione interna.
La Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite, che sta indagando su tutte le violazioni del diritto internazionale commesse in Siria da marzo 2011, ha avvertito che “la transizione in Siria è fragile”. Al-Shara’a da quando ha assunto il potere ha cercato di rilanciarsi come leader nazionale pragmatico, superando il suo passato jihadista. Il neo-presidente ha ottenuto un discreto successo nell’aprire canali di riconoscimento internazionale e nel ripristinare le relazioni estere. Tuttavia, l’interno della Siria rimane teatro di forti contraddizioni che minacciano il fragile percorso intrapreso verso la stabilità. Ad un anno dall’ascesa di Al-Shara’a i persistenti contrasti con le minoranze e i tentativi di rivolta, sono il segno di una politica interna ancora debole, poco in linea con le ambizioni regionali e internazionali del presidente.
Un mosaico di minoranze: il caso alawita
Nel corso dell’anno si sono verificati diversi eventi di violenza e rappresaglia ai danni della minoranza alawita, che hanno reso la regione costiera- dove si concreta la presenza di tale compagine minoritaria-il centro nevralgico della tensione settaria. Il collasso della sicurezza nell’area è iniziato a gennaio 2025, subito dopo la cacciata degli Al-Asad, ed è ampiamente da considerare un preludio ai massacri verificatisi successivamente. Nelle città della costa, la popolazione aveva infatti percepito un vuoto di potere già dall’ascesa di Al-Shara’a, e nonostante la visita del presidente a Latakia all’inizio dell’anno 2025, la comunità alawita temeva per la tutela della propria identità e delle garanzie politiche nella Siria post-regime. Ha iniziato ad emergere la richiesta di decentralizzazione come un imperativo politico fondamentale, visto come una garanzia esistenziale per la comunità costiera. Durante il regime precedente la minoranza alawita aveva ottenuto posizioni chiave nell’apparato statale, in quanto gli Al-Asad appartengono alla minoranza alawita, pretesto utilizzato nell’ultimo anno per attaccare in modo indiscriminato la compagine minoritaria.
Gli attriti emersi sono culminati lo scorso marzo in un evento che ha avuto risonanza internazionale: il massacro da parte del governo di più di 1.500 alawiti (perlopiù civili) a Tartus e Latakia, per fermare un’insurrezione da parte dei sostenitori del regime precedente. L’apice della tensione nella regione costiera è stato raggiunto lo scorso novembre quando una coppia del clan Bani Khaled è stata uccisa, pretesto per il riaccendersi di numerosi scontri che hanno colpito il tessuto sociale siriano. A tal proposito lo sceicco Ghazal Ghazal, a capo del Consiglio Supremo Islamico Alawita, che non rappresenta però la totalità degli alawiti, ha indetto una protesta a Latakia chiedendo l’attuazione della decentralizzazione, il rilascio dei detenuti e chiare garanzie politiche per la costa. Seguendo questa linea, la popolazione delle città costiere si è mobilitata in una serie di proteste pacifiche a cui l’esercito statale ha risposto in una modalità differente rispetto ai catastrofici errori commessi a marzo sulla costa, a Jaramana e Sahnaya alla fine di aprile, e successivamente ad al-Suwayda’ a luglio. L’approccio del governo si è basato infatti sulla strategia del contenimento e della bassa escalation, tramite ad esempio l’attivazione di canali di comunicazione indiretti con gli attori sociali per controllare le tensioni.
All’interno della compagine minoritaria è possibile individuare prospettive e considerazioni differenti riguardo la figura del nuovo presidente. La crescente tensione e il dilagante sentimento di malcontento, dovuti a mancate iniziative legislative concrete di tutela, sono spesso alimentati da attori che auspicano all’indipendenza della costa e alcuni persino al ritorno della famiglia alawita degli Al-Asad. In particolare da un recente rapporto di Reuters, emerge che ad un anno dalla presa di potere del nuovo leader, le divisioni settarie e gli eventi come i più recenti dello scorso novembre, vengono strumentalizzati per cercare di riportare in auge il regime precedente. I due fedelissimi dell’ex regime, l’uomo d’affari siriano Rami Makhlouf e Kamal Hassan, capo dell’intelligence sotto Al-Asad, sembravano invece intenzionati a riprendersi la costa. Makhlouf avrebbe rilasciato dichiarazioni straordinarie in cui ha invitato i membri della comunità alawita a non cadere nella trappola del conflitto, invitandoli ad attendere e assecondare quella che ha definito “la nascita della regione del Sahel” entro l’inizio del 2026. Dall’indagine è emerso che i due stanno formando milizie alawite sulla costa siriana e in Libano, e con altre fazioni opposte ad Al-Shara’a finanziano più di 50.000 combattenti per conquistare la loro lealtà. Inoltre, stavano cercando di acquisire il controllo di 14 stanze sotterranee rifornite di armi e munizioni, costruite negli ultimi giorni di dittatura di Al-Asad.
Drusi e curdi: tra scontri e compromessi
Altre significative minoranze del tessuto comunitario siriano si concentrano nella regione meridionale, dove si riscontra una forte presenza drusa, e nel nord-est del Paese, con la componente curda. Gli attriti con le minoranze sono stati molteplici nel primo anno di Al-Shara’a come presidente, e tra gli eventi più eclatanti sono da annoverare gli scontri tra aprile e maggio che hanno coinvolto le forze governative e i miliziani drusi nelle città di Ashrafieh Sahnaya e Jaramana, nella periferia sud di Damasco, da cui sono derivati altri contrasti tra le due compagini. Un’altra area particolarmente critica per quanto concerne la questione della minoranza drusa è quella di al-Suwayda’, dove i drusi costituiscono una maggioranza e vi operano una pluralità di milizie armate, opposte ad Al-Shara’a. In particolare lo sceicco Hikmat Al-Hijri è emerso come il primo leader druso a rifiutare il controllo del governo di Al-Shara’a sulla provincia. Ad aprile, Al-Hijri ha condannato il nuovo governo, descrivendolo come un insieme di “fazioni terroristiche” e dichiarando il suo controllo su Damasco “inaccettabile sia a livello interno che internazionale.” L’apice della tensione è stato raggiunto lo scorso luglio quando Al-Shara’a ha tentato di approfittare dello scontro tra forze druse e milizie beduine per imporre la sovranità damascena nella regione di al-Suwayda’, la quale gode di una certa autonomia. In questa occasione Israele è entrato in azione e ha attaccato le forze governative con l’obiettivo dichiarato di proteggere i drusi siriani e di mantenere i suoi confini liberi da qualsiasi presenza armata. A tal proposito lo scorso 10 dicembre il leader spirituale dei drusi israeliani, lo sceicco Muwafaq Tarif ha assunto una posizione differente, ha infatti esortato gli Stati Uniti a garantire la sicurezza della comunità drusa e ad evitare altri interventi militari israeliani, promuovendo una pacificazione tra governo e minoranze, e una conservazione dell’assetto territoriale siriano. La regione ha raggiunto un’autonomia de facto dopo il ritiro dei contingenti governativi; milizie e leader locali hanno il controllo effettivo e mirano a formalizzare tale autonomia.
Anche la questione curda si distingue come uno dei dossier più complessi nel cammino della stabilizzazione interna, nonostante i tentativi di accordo. Anche in questo caso la pressione di un attore esterno, quale la Turchia, cerca di promuovere la neutralizzazione delle SDF, temendo per la propria sicurezza. La principale forza interna alle SDF, YPG (Unità di Protezione Popolare), rappresentano il braccio siriano del PKK, che combatte per un Kurdistan indipendente. Ad un anno dal passaggio di potere, circa un terzo della Siria nord-orientale è ancora sotto il controllo dell’amministrazione autonoma delle forze curde. Durante la guerra intestina contro Al-Asad, l’esercito di matrice curda conosciuto sotto il nome di “Forze Democratiche Siriane”, ha combattuto lo Stato Islamico in collaborazione con la coalizione internazionale sotto egida statunitense. Nella prospettiva di compiere una transizione equilibrata, il 10 marzo 2025 il nuovo leader Al-Shara’a e Mazloum Abdi, comandante delle SDF hanno firmato un accordo per integrare le forze e le istituzioni curde negli apparati statali. Lo scorso 7 dicembre Abdi ha pubblicamente ribadito l’impegno nei confronti dell’accordo, nonostante ciò, lo stesso giorno le SDF hanno emesso una circolare che per motivi di sicurezza vietava assembramenti e celebrazioni in occasione dell’anniversario della vittoria nella battaglia “Deterring Aggression” e del rovesciamento del regime di Al-Asad, il 7 e l’8 dicembre. Nel nord-est del paese la tensione è alta, tra sostenitori del nuovo governo che cercano di opporsi alle SDF e quest’ultime che rispondono con il pugno di ferro.
La questione delle minoranze, dopo un anno dalla fine del regime degli Al-Asad, rimane tra le sfide più complesse per il nuovo presidente. Nonostante i grandi successi sul piano internazionale, la situazione interna è particolarmente fragile e instabile. Ad oggi il controllo del governo sul territorio siriano rimane incompleto, in quanto la sua autorità diretta è limitata alle città principali. Le autorità del nuovo governo siriano cercano di dialogare con le élite locali, ma le difficoltà nel raggiungere un accordo è rappresentata dagli eventi di marzo e luglio. Nonostante la tensione settaria sia realmente tangibile e le conseguenze disastrose, l’attuale condizione di criticità interna risulta piuttosto l’eredità di anni di strumentalizzazione delle differenze interne al tessuto comunitario siriano. Prima di riabilitare la Siria sulla scena internazionale risulta cruciale un diretto intervento interno da parte del nuovo presidente. Dopo anni di brutale regime e guerra civile, la questione delle minoranze è solo un tassello del mosaico delle numerose problematiche che il governo ad interim tenta di affrontare. Nonostante la nuova Costituzione garantisca i diritti e la rappresentanza politica alle minoranze, ancora sono presenti criticità nell’applicazione pratica. Nella prospettiva di un processo di pacificazione e unificazione le spinte indipendentiste che ad oggi non rappresentano una voce univoca e i tentativi di strumentalizzazione da parte di attori interni ed esterni potrebbero rivelarsi deleteri per il processo di ricostruzione statale.

