Il 21 gennaio, nel pomeriggio, il Parlamento europeo ha impedito l’entrata in vigore dell’accordo commerciale UE-Mercosur, chiedendo il rinvio alla Corte di Giustizia dell’Unione europea per una verifica della sua compatibilità con i Trattati UE.
La travagliata storia dell’accordo UE-Mercosur
L’accordo tra UE e Mercosur – l’unione commerciale dei Paesi del Sudamerica che include Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay – ha una storia lunga e travagliata. I negoziati ebbero inizio nel 1999, poi varie volte congelati e rallentati per varie controversie. L’accordo punta a creare un mercato di oltre 700 milioni di persone, pari a circa un quarto del PIL mondiale. Non è solo commerciale, ma include clausole politiche varie, nonché impegni vincolanti sull’ambiente e la deforestazione. Sul piano economico prevede la riduzione progressiva di tariffe elevate, come il 35% su vino e automobili e il 28% sui formaggi. Le maggiori problematicità riguardano la competizione che i prodotti sudamericani porterebbe nel mercato europeo (e infatti, gli agricoltori sono scesi anche ieri in piazza per protestare contro l’accordo), i parametri di controllo applicati in questi paesi per la produzione e il rispetto dei diritti umani.
Il voto in Parlamento e i passaggi successivi
La decisione di rinviare l’accordo alla Corte di Giustizia è stata proposta da The Left e da Patrioti per l’Europa, attraverso due differenti richieste. Alla fine è stata approvata la prima proposta, con 334 voti a favore, 324 contrari e 11 astenuti: dieci voti che hanno determinato lo stop all’entrata in vigore dell’accordo. Colpisce il voto di popolari e socialisti, spesso dettato non tanto dalle linee ideologiche dei gruppi europei della quale fanno parte, ma dalle diverse velleità nazionali. Indicativo in questo senso, il voto dei francesi in PE, che hanno votato quasi tutti per il rinvio, indipendentemente dal gruppo politico. Decisiva è stata la pressione degli eurodeputati di Francia, Romania, Polonia e Grecia, largamente a favore del rinvio. Il voto non impedisce l’entrata in vigore in via provvisoria dell’accordo, strada però politicamente rischiosa in questa fase storica. Il Consiglio europeo straordinario, convocato per la giornata di domani, potrà iniziare fin da subito a discutere di questo stallo. Ciò che è chiaro fin da subito sono i costi della non-approvazione dell’accordo. Secondo stime dell’European Centre for International Political Economy (ECIPE), solo tra il 2021 e il 2025 l’Unione europea ha già perso circa 180 miliardi di euro in esportazioni a causa del ritardo nell’attuazione dell’accordo. Il divario aumenterebbe ulteriormente, soprattutto in questo periodo di estrema crisi, geopolitica e non. Sempre secondo ECIPE, ogni singolo mese di ritardo nel 2026 comporterebbe una perdita di circa 4,4 miliardi di euro di PIL.

