L’allargamento a est dell’Unione Europea è un argomento decisamente dibattuto, non senza rimostranze e frizioni. Tuttavia, l’allargamento rimane uno dei tasselli fondamentali per la stabilizzazione del continente europeo. Il conflitto russo-ucraino ha dimostrato che un rallentamento nell’integrazione, motivato dalla “prudenza”, può essere percepito come un indebolimento del tessuto connettivo europeo e come causa di disaffezione e abbandono da parte di chi attende e spera di entrare a far parte dell’Unione.
In ambito comunitario, quando si affronta il tema dell’allargamento dell’Unione Europea, in particolare facendo riferimento a un allargamento “accelerato” e di non modeste dimensioni, lo spettro del “grande allargamento” del 2004 si staglia davanti agli interlocutori. In quell’occasione entrarono a far parte dell’Unione Europea ben dieci paesi: Cipro, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia e Ungheria. Un grande passo in avanti per la democrazia nell’Unione Europea, ma non percepito come tale in termini economici.
Difatti, l’allargamento a Paesi che, in quel determinato momento, pur corrispondendo ai previsti criteri di Copenaghen, costituì anche un fattore di instabilità economica. La non perfetta rispondenza ai criteri, come quello economico, venne interpretata come concessione eccessiva e l’ingresso come un fattore di danneggiamento per gli appartenenti, perché, se da un lato l’allargamento compattava e univa il substrato comunitario in un unico pezzo, dall’altro avrebbe creato sacche di instabilità economica e monetaria nel sottosuolo magmatico che poi avrebbero condotto all’austerity.
Austerità e integrazione: due facce della stessa medaglia?
Quello che avvenne con l’allargamento a occidente, in termini economici, fu una traslazione della soglia di povertà a un livello più basso, causata dai nuovi paesi entranti, che al contempo portò a un innalzamento dello status di benessere di quei paesi che, prima, erano invece considerati richiedenti aiuto. Ciò comportò inevitabilmente un cambio dell’ordine degli addendi: paesi come l’Italia, che nel perseguimento degli obiettivi programmatici – figli dell’allora politica di coesione dell’Unione Europea – erano considerati paesi bisognosi di aiuto, una volta superati dai nuovi paesi, si ritrovarono invece a occupare il posto di paesi “semi-benestanti”, perdendo gli aiuti dall’Unione che, in precedenza, le sarebbero stati concessi in quanto paese bisognoso di aiuto, al fine di raggiungere più velocemente gli obiettivi preposti volti a consolidare quello stato di benessere auspicato e ora semplicemente supposto.
Ciò comportò necessariamente un cambio di percezione: i paesi che in precedenza erano stati visti come richiedenti aiuti si ritrovarono invece a occupare il posto di paesi donanti, percependo i nuovi entranti come detrattori di benessere rispetto a chi invece aveva ancora bisogno di quegli aiuti. La logica sottesa all’allargamento, rispondente alla visione unitaria teorizzata da Jean Monnet nel 1950, venne declinata in termini di costi e benefici. Il peggioramento della condizione economica globale, a seguito della crisi del 2008, ha portato non solo all’inasprimento delle regole europee sulla disciplina fiscale e di bilancio, contenute nel Patto di stabilità e crescita, in vigore dal 1997 e successivamente adeguato e rafforzato a seguito del deterioramento delle finanze pubbliche, ma ha anche portato al Fiscal Compact. Tale strumento, agendo da deterrente nei confronti dell’insorgere di nuove crisi, ha indotto un’austerità così stringente da determinare il peggioramento dei paesi già in difficoltà. Questo insieme di fattori ha determinato un ampliamento del divario delle diseguaglianze europee che, ancora oggi, si può osservare soprattutto in termini economici.
E se accelerare l’integrazione europea fosse un falso problema?
Attualmente, le procedure di adesione dei paesi candidati o richiedenti procedono lentamente, se paragonate all’ultimo allargamento del 2013, con l’ingresso della Croazia. Nel panorama dell’integrazione europea potrebbero, dunque, delinearsi diverse strade, tra cui un ipotetico allargamento omnibus che permetta l’ingresso cumulativo di paesi come il Montenegro, l’Ucraina, la Moldavia, la Serbia, l’Albania e altri in un’unica soluzione, o un ingresso “a goccia” per un’integrazione graduale e misurata.
È innegabile che il desiderio di completare l’integrazione sia stato accelerato anche a causa dell’evoluzione del conflitto russo-ucraino, che riportando lo spettro della guerra in Europa ha fatto emergere con forza come la struttura democratica dell’Unione Europea, oltre a garantire la stabilità economica, sia anche una certezza di tutela della pace dagli attacchi esterni.
In particolare, anche per questa ragione, passi avanti significativi sono stati registrati nell’ambito dell’integrazione europea per paesi come il Montenegro, uno dei paesi balcanici più avanzati nel processo di adesione all’UE. Il Montenegro ha lo status di candidato dal 2010 e i negoziati sono stati aperti nel 2012. Sono stati aperti 33 capitoli su 35, di cui alcuni chiusi provvisoriamente, e l’obiettivo attuale è chiudere i negoziati entro il 2026.
La Serbia, paese candidato all’UE dal 2012, con negoziati ufficiali aperti nel 2014 e 22 capitoli su 35 già avviati, il cui processo di adesione è stato rallentato negli ultimi anni a causa della mancata normalizzazione delle relazioni con il Kosovo, dovuta anche alle perduranti tensioni legate alle elezioni comunali e, non da ultimo, la mancata sanzione alla Russia e alla situazione interna relativa allo stato di diritto. La Moldavia e l’Ucraina, i cui processi di adesione sembrano essere legati reciprocamente da un doppio filo, sono ufficialmente paesi candidati all’UE dal 23 giugno 2022, con negoziati di adesione avviati il 25 giugno 2024. Entrambi i Paesi, nonostante le sfide poste dalla guerra in corso, stanno procedendo rapidamente nel processo di integrazione, focalizzandosi su riforme giudiziarie, anticorruzione e armonizzazione legislativa. Inoltre, costituiscono un deterrente naturale all’emergere di ulteriori conflitti futuri, fungendo da cuscinetto contro possibili nostalgie imperialiste e contro il dilagare di una guerra ibrida sempre più pressante, capace di impattare in maniera fortemente destabilizzante sulle fondamenta democratiche dei rispettivi sistemi di voto (come è accaduto, difatti, nel corso delle elezioni presidenziali in Moldavia e in Romania).
La Georgia costituisce di per sé un’anomalia nel processo di integrazione: dopo aver raggiunto un traguardo storico nel 2023, ha subito una sostanziale battuta d’arresto nel 2024, arrivando a una situazione di stallo de facto nel 2025 e nel 2026 a causa delle serie preoccupazioni democratiche sollevate da Bruxelles a seguito delle violenze esercitate dal governo georgiano contro i manifestanti pacifici, i politici e i rappresentanti dei media. Tra queste, la decisione del governo di sospendere il processo di adesione del Paese all’UE fino al 2028. L’Albania, infine, è tra le più recenti evoluzioni: il 15 ottobre 2024 ha avviato i negoziati per l’adesione all’Unione europea.
What’s next?
L’Ucraina, da un lato, rappresenterebbe il paese a cui più naturalmente dovrebbe essere concessa la cittadinanza europea, una volta terminata la guerra, anche al fine anche di un’azione di deterrenza dinnanzi all’insorgere di attacchi futuri. Dall’altro, però, data la precaria stabilità delle sue fondamenta, sia in ambito economico che sociale, in quanto sarebbe da ricostruire ogni aspetto della società civile democratica, potrebbe costituire l’inserimento di un fattore di instabilità all’interno del tessuto connettivo europeo, provocando, dunque, quelle alterazioni economiche già figlie degli quegli squilibri precedentemente esposti in riferimento all’allargamento del 2004.
La sfida, dunque, che l’Unione Europea tutta si troverà ad affrontare nello scegliere le modalità e tempi per l’integrazione dell’Ucraina nell’ambito comunitario, costituirà uno dei passaggi fondamentali nella storia dell’integrazione europea che farà da apripista anche per tutti gli altri paesi, in quanto rappresenterà la prima integrazione avvenuta a seguito di un momento di guerra inaspettato. Un’integrazione che sarà dunque protesa alla stabilizzazione della pace, richiamando le stesse ragioni fondanti della Comunità europea all’indomani della Seconda guerra mondiale.
Sarà interessante osservare come tale processo prenderà forma, se richiederà più tempo per un auspicato percorso di transizione che permetta di gettare le fondamenta per la realizzazione di un’impalcatura democratica stabile e se la solidarietà dei Paesi già membri dell’Unione Europea non si ripiegherà su una logica di veti, in cui l’obiettivo fondamentale sarà solo quello della stabilità economica, a prescindere dal prezzo che l’Ucraina ha pagato per il ritardo di un’integrazione europea tanto necessaria alla pace quanto alla stabilità dell’intero continente europeo e di tutti i suoi Paesi.

