L’Europa discute di sovranità digitale da anni, ma continua a dipendere da software e infrastrutture delle Big Tech statunitensi. Sebbene sembrino poco visibili e all’apparenza poco attraenti, le alternative esistono. Rafforzarle consentirebbe di trasformare il costo dell’autonomia in maggiore sicurezza e minore vulnerabilità.
Ormai la sovranità digitale europea sembra spesso ridotta a uno slogan politico: mentre se ne discute ai tavoli istituzionali, la trasformazione digitale europea continua a poggiarsi in larga parte su strutture esterne. Un caso emblematico è quello del Health Data Hub, la piattaforma francese nata per centralizzare dati sanitari a fini di ricerca, inizialmente ospitata su Microsoft Azure, che ha suscitato un ampio dibattito istituzionale portato avanti dalla Commission nationale de l’informatique et des libertés (l’autorità francese per la protezione dei dati personali). Dopo anni di polemiche, il governo francese ha annunciato la migrazione del database centrale verso un provider europeo certificato “SecNumCloud” entro la fine del 2026.
Dati sensibili che transitano e si depositano su cloud statunitensi, sistemi informatici integrati in ecosistemi extraeuropei, intere porzioni della vita economica e sociale che si sviluppano su piattaforme social progettate fuori dal continente, nonché modelli di intelligenza artificiale controllati da aziende con sede in California o in Cina. Ne deriva che una parte significativa dell’attività amministrativa e strategica europea si affida ad infrastrutture che rispondono a ordinamenti giuridici diversi, ma anche a interessi differenti.. Con l’avvento dell’intelligenza artificiale generativa questa dipendenza assume una dimensione ulteriore, penetrando nei flussi decisionali, nella sicurezza informatica e nella compliance normativa. Se tali modelli sono sviluppati, addestrati e controllati al di fuori dell’Europa, si rischia di importare bias che possono influenzare le scelte commerciali e organizzative secondo parametri non necessariamente coerenti con il contesto giuridico, economico e culturale comunitario.
L’Europa tra Washington e Pechino
Oggi la dipendenza digitale europea si manifesta nella maggior parte dei servizi cloud, ovvero l’insieme di servizi che consente di archiviare dati, ospitare software in produzione e gestire piattaforme informatiche su server remoti anziché infrastrutture fisiche proprie. Gran parte delle informazioni e delle applicazioni utilizzate da amministrazioni pubbliche, imprese e infrastrutture critiche (pur essendo talvolta ospitate in data center situati sul territorio europeo) è gestita da grandi operatori privati che ne detengono il controllo tecnologico e, in molti casi, giuridico.
A controllare queste reti sono i cosiddetti hyperscaler, in larga maggioranza statunitensi. In Europa il mercato è dominato da Amazon Web Services, Microsoft Azure e Google Cloud, che forniscono l’infrastruttura digitale su cui poggia una parte crescente dell’economia e della PA. La stessa asimmetria vale per gli strumenti quotidiani di lavoro: dalla posta elettronica aziendale a piattaforme come Microsoft Teams o Zoom, fino alla gestione documentale attraverso Google Workspace. Inoltre, la rapida espansione dell’intelligenza artificiale ha rafforzato la concentrazione del potere tecnologico. si è ulteriormente intensificata. I modelli oggi più utilizzati da aziende e governi europei sono sviluppati da OpenAI, Anthropic, Google o Meta, mentre sul versante asiatico attori come Alibaba o DeepSeek stanno consolidando la propria presenza.
Il primo rischio è di tipo giuridico e tocca il cuore della sovranità europea. Dietro l’apparente neutralità delle infrastrutture digitali, infatti, opera il regime normativo che consente di rivendicare l’accesso ai dati.
Da un lato, le grandi aziende tecnologiche statunitensi sono soggette al CLOUD Act. La norma, introdotta nel 2018 e codificata nella disposizione 18 U.S.C. 2713, stabilisce che i provider di servizi elettronici devono fornire alle autorità americane i dati richiesti indipendentemente dal luogo in cui questi vengono archiviati, anche quando i server si trovano fisicamente al di fuori degli Stati Uniti.
Dall’altro, l’ordinamento europeo qualifica la protezione dei dati personali come diritto fondamentale, sancito dal Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR) e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione, che ne limita il trasferimento verso paesi terzi che non garantiscono un livello di protezione adeguato. Questo conflitto è emerso con forza nella sentenza “Schrems II”, con cui nel 2020 la Corte di giustizia dell’Unione europea ha invalidato la decisione della Commissione che istituiva il Privacy Shield, ritenendo che il sistema statunitense non assicurasse un livello di tutela sostanzialmente equivalente a quello previsto dall’ordinamento europeo. Anche il successivo EU-US Data Privacy Framework, entrato in vigore nel 2023, continua a essere oggetto di scrutinio e possibili impugnazioni. Il punto critico è il rischio di frizione tra ordinamenti diversi. Quando i dati europei ricadono sotto la giurisdizione potenziale di uno Stato terzo, la protezione promessa al cittadino può dipendere da priorità (come la sicurezza nazionale) esterne al perimetro giuridico dell’Unione.
Il secondo rischio è di natura sistemica. La concentrazione dell’infrastruttura digitale nelle mani di pochi attori globali crea un effetto di dipendenza profonda. Se un provider dominante dovesse subire un’interruzione prolungata, una restrizione normativa o una decisione politica che limiti l’accesso a determinati servizi, l’impatto su amministrazioni, ospedali, reti energetiche o sistemi finanziari europei sarebbe immediato. Le restrizioni introdotte dal Dipartimento del Commercio statunitense nell’ottobre del 2022 sull’export di semiconduttori avanzati verso la Cina hanno dimostrato quanto rapidamente la tecnologia possa trasformarsi in strumento di pressione strategica.
Sul fronte cinese, il problema assume una configurazione diversa, ma altrettanto rilevante e di natura più propriamente materiale. L’Europa dipende in larga misura dalla Cina per le terre rare e per i numerosi materiali critici utilizzati nella produzione di semiconduttori, batterie e componenti elettronici. Il Critical Raw Materials Act, adottato dall’Unione nel 2024, individua tra le materie prime strategiche elementi come litio, gallio, germanio, grafite e diversi altri metalli rari impiegati nella produzione di chip, magneti e infrastrutture digitali avanzate. In molti di questi segmenti la Cina detiene una posizione dominante soprattutto nelle fasi di raffinazione e lavorazione, passaggi indispensabili per trasformare le risorse minerarie in componenti utilizzabili nell’industria tecnologica. Secondo l’International Energy Agency, Pechino controlla circa il 60% della produzione globale di terre rare e fino all’85-90% delle capacità di raffinazione. Tuttavia, la dipendenza europea non si limita all’estrazione di materie prime, ma riguarda l’intero processo industriale. Si crea così una doppia vulnerabilità: da un lato dipendenza dalla progettazione e dalle piattaforme statunitensi; dall’altro la produzione materiale delle infrastrutture su cui tali tecnologie si basano resta esposta alla centralità della supply chain cinese. La sovranità tecnologica europea si trova così compressa tra due poli distinti, ma complementari della competizione globale.
Le alternative europee
La dipendenza digitale europea appare strutturale, ma le alternative esistono, anche se risultano meno integrate e meno immediate rispetto agli ecosistemi delle grandi piattaforme globali. Oggi il protagonista più visibile della corsa europea è senza dubbio Mistral AI. Fondata nell’aprile del 2023 da un gruppo di ex ricercatori provenienti da centri di eccellenza come Google DeepMind e Meta, la startup parigina di intelligenza artificiale è rapidamente diventata uno dei nomi più discussi nel panorama dei modelli linguistici di grandi dimensioni. Il progetto ha guadagnato una posizione di rilievo, proponendosi come una delle poche alternative europee credibili rispetto ai principali modelli statunitensi. Questa ascesa offre al continente un’opzione che, almeno potenzialmente, può allinearsi meglio alle regole locali sulla protezione dei dati, alla sensibilità normativa, agli obiettivi di trasparenza e sicurezza che caratterizzano il quadro regolatorio europeo. Un elemento che rende l’esperienza di Mistral AI particolarmente significativa è la recente collaborazione pluriennale con Accenture, uno dei principali gruppi globali di consulenza e attore centrale nella traduzione delle innovazioni digitali in soluzioni operative su scala globale. L’accordo prevede l’integrazione dei modelli di Mistral nelle soluzioni aziendali di Accenture e lo sviluppo congiunto di applicazioni destinate al mercato enterprise. Questa forma di collaborazione è rilevante sia dal punto di vista tecnologico sia sotto il profilo economico: non solo facilita l’ingresso di un modello europeo nei sistemi produttivi reali, ma crea un ponte tra ricerca e implementazione industriale, dando a Mistral l’accesso a un network globale di clienti e competenze.
In Germania, Aleph Alpha ha seguito una traiettoria diversa, più graduale e strettamente connessa alla ricerca applicata. L’azienda ha sviluppato modelli multilingue nei quali trasparenza, tracciabilità e controllo dell’intero ciclo di vita dell’algoritmo rappresentano condizioni essenziali. Ne deriva un approccio che pone particolare attenzione alla conformità normativa e all’affidabilità, rispetto alla pura performance, e che si presta maggiormente a implementazioni in settori come pubblica amministrazione, difesa e industria. Il caso tedesco mostra che la risposta europea non deve necessariamente inseguire il primato globale, ma costruire competenze verticali in ambiti dove conformità normativa e sovranità dell’infrastruttura diventano fattori determinanti.
Sul piano quotidiano la ricerca di alternative e il tentativo di cambiamento di postura di alcune realtà dimostra quanto la transizione digitale sia, prima ancora che tecnologica, un processo che riguarda l’autonomia nelle scelte e la riduzione delle vulnerabilità. Servizi di posta elettronica come Mailbox.org, con sede in Germania, o soluzioni open source come LibreOffice (sviluppata dalla comunità internazionale coordinata dalla tedesca The Document Foundation) offrono strumenti pienamente funzionali, con il vantaggio di una maggiore trasparenza del codice e di un controllo più diretto sui dati. Diversi Paesi europei si stanno progressivamente distaccando dagli strumenti delle Big Tech, ad esempio la Francia ha annunciato la sostituzione di applicazioni come Zoom e Microsoft Teams con un servizio nazionale, Visio, per garantire maggiore riservatezza e sicurezza. Altre volte, però, la ricerca di una maggiore sovranità digitale non implica necessariamente la sostituzione completa delle piattaforme dominanti. In molti contesti, un approccio più realistico consiste nell’adottare soluzioni ibride, che permettono di limitare il rischio senza isolarsi dagli ecosistemi dominati. Un esempio significativo proviene dall’Austria. Alcune amministrazioni pubbliche hanno introdotto Nextcloud , è una piattaforma open source sviluppata da un’azienda tedesca, impiegata per le comunicazioni interne e la condivisione di documenti. Allo stesso tempo, strumenti come Microsoft Teams continuano a essere utilizzati in modo limitato per le interazioni con interlocutori esterni. Questo dimostra che la sovranità digitale non dovrebbe essere la ricerca assidua di una improbabile autarchia tecnologica, piuttosto è la capacità di riportare sotto il controllo domestico le funzioni critiche (come gestione dei dati e archiviazione) mantenendo al tempo stesso un grado di interoperabilità con piattaforme diffuse a livello globale, in una fase in cui il disaccoppiamento totale comporterebbe costi organizzativi eccessivi.
Il peso dell’iperconnessione
Ogni discorso sulla sovranità digitale rischia di restare astratto se non si misura con una dimensione apparentemente banale e, al tempo stesso, resistente al cambiamento: quella delle abitudini. Le infrastrutture tecnologiche, oltre ad essere architetture tecniche o benchmark di performance, sono sistemi incorporati nella routine quotidiana di milioni di persone. Google e Microsoft non esercitano una posizione dominante solamente perché offrono strumenti potenti e affidabili, bensì anche e soprattutto per i loro ecosistemi che sono diventati l’ambiente naturale di lavoro, comunicazione e cooperazione transnazionale. Abbandonarli implica un processo costoso, lungo e organizzativamente gravoso.
Accanto alla sfera cognitiva e organizzativa, infatti, la transizione digitale impone un investimento economico non trascurabile, concentrato in particolare nei costi di migrazione. Questi si traducono in riqualificazione del personale, nella riconfigurazione dei processi interni e nella necessità di garantire interoperabilità con partner che continuano a operare secondo gli standard dominanti. Non a caso, secondo alcune analisi di mercato, il settore dei servizi di migrazione al cloud è stimato in cerca 16,9 miliardi di dollari nel 2024 e potrebbe raggiungere oltre i 70 milioni entro il 2030. Allo stesso tempo, una parte significativa dell’ecosistema innovativo europeo si è sviluppata proprio su infrastrutture americane, motivo per il quale anche una migrazione affrettata o politicamente forzata rischierebbe di colpire proprio quelle startup europee che si intendono rafforzare. Le imprese che hanno costruito il proprio modello operativo attraverso investimenti accumulati nel tempo, dall’integrazione con Microsoft 365 e Azure alla personalizzazione dei servizi cloud, difficilmente considererebbero neutrale la prospettiva di una sostituzione integrale. Contribuisce a rendere strutturalmente difficoltosa la mobilità dei dati anche la configurazione economica del cloud stesso. I principali hyperscaler non ostacolano l’ingresso dei dati, ma applicano tariffe onerose per la loro estrazione, le cosiddette egress fee, che trasformano la migrazione in un’operazione finanziariamente rilevante. In questo modo il lock-in diventa una leva economica che condiziona i modelli di business: la libertà di scelta è piena nella fase di ingresso, ma diventa progressivamente più costosa man mano che i dati si accumulano e l’infrastruttura si intreccia con l’organizzazione stessa.
A ciò si aggiunge la difficoltà di negoziazione politica, soprattutto quando la dipendenza tecnologica riguarda gli Stati Uniti in un quadro di interdipendenza economica profonda. Un eventuale successo della sovranità digitale europea inciderebbe direttamente sugli equilibri economici delle principali piattaforme statunitensi. I mercati internazionali rappresentano infatti circa o oltre la metà dei ricavi per gruppi come Meta, Nvidia, Alphabet e Microsoft, e l’Europa occupa una posizione centrale in questa proiezione globale. Il mercato unico dell’Unione Europea conta circa 450 milioni di consumatori e una spesa delle famiglie che supera la metà del PIL dell’Unione, inserita in un sistema produttivo tra i più avanzati del mondo. Quindi, anche una migrazione solo parziale verso alternative europee produrrebbe effetti tangibili sui bilanci delle piattaforme statunitensi. I documenti finanziari ufficiali lo confermano. Il Form 10-K di Meta Platforms, che disaggrega i ricavi per area geografica sulla base dell’indirizzo dei clienti, indica che la voce “Europe” ha generato oltre 46 miliardi di dollari nel 2025 (circa 31 miliardi nel 2023). Per altre, come Alphabet, l’Europa rientra nella macroregione EMEA, che rappresenta circa un terzo dei ricavi complessivi. In ogni caso, l’ordine di grandezza resta quello di decine di miliardi di dollari annui, in particolare nei segmenti dei servizi cloud e dell’advertising digitale.
Resta però il problema strutturale che accompagna da tempo l’integrazione europea, nello specifico dell’Unione Europea. È un contesto segnato da frammentazioni normative, differenze fiscali e barriere linguistiche che rendono complessa la scalabilità transnazionale. Coordinare 27 governi con priorità industriali e culture economiche diverse rappresenta una sfida politica prima ancora che tecnologica. L’esperienza dell’integrazione europea mostra che i salti di qualità vengono quando gli Stati membri riescono ad allinearsi su una visione comune; in assenza di un coordinamento effettivo, il rischio è di produrre nel digitale una frammentazione che limita il potenziale europeo. Iniziative come il Digital Europe Programme vanno lette in questa prospettiva, ovvero come il tentativo di costruire strumenti attraverso cui si tenta di rafforzare le capacità comuni in ambiti strategici come il supercalcolo, l’intelligenza artificiale e la cybersicurezza, superando le logiche puramente nazionali.
Ma è davvero possibile fare a meno delle Big Tech in termini assoluti? Probabilmente no. L’infrastruttura digitale globale è il prodotto di decenni di investimenti, reti industriali consolidate e vantaggi di scala che non si replicano nel breve periodo. Tuttavia, l’Europa parte da una posizione di dipendenza asimmetrica che non è irreversibile. Dispone di un capitale umano qualificato, competenze scientifiche e un mercato sufficientemente ampio per sostenere alternative credibili.
La sovranità digitale nasce, quindi, dalla costatazione che la struttura digitale europea è fortemente sbilanciata e che questa asimmetria comporta rischi giuridici, operativi, geopolitici e strategici. In un mondo in cui la tecnologia è diventata un’infrastruttura critica al pari dell’energia o delle reti di trasporto, affidarsi esclusivamente a fornitori esterni significa accettare un grado elevato di vulnerabilità strutturale. La costruzione di capacità proprie non è più una scelta, ma una necessità impellente.

